2011-2026: tre lustri di digitalizzazione contrastata per il settore

16 Feb 2026 di Angelo Ciribini

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Nel 2011, nel Regno Unito, sorgeva lo UK BIM Task Group, guidato da Mark Bew, David Philp e Adam Matthews.

Si trattava del momento iconico in cui un governo europeo, quello britannico, per primo, riconosceva il Building Information Modelling (BIM) non più come dispositivo tecnologico, bensì come strumento di politica e di strategia industriale, nel contesto di un più ampio e annoso sforzo di riforma del settore delle costruzioni all’insegna del recupero della produttività.

Successivamente, curiosamente a opera di Paesi oggi al di fuori della Unione Europea, come, appunto, il Regno Unito e la Norvegia, si costituiva lo EU BIM Task Group, a Bruxelles, sulla falsariga dell’esperienza anglosassone.

Da quel momento in poi, la digitalizzazione, ormai declinata in innumerevoli espressioni, ben oltre il BIM, si diffondeva, con modi e con tempi diversificati, in tutta Europa, senza contare, ovviamente, ciò che accadeva negli altri continenti.

Sostanzialmente, una tecnologia in parte britannica e ungherese in parte statunitense, sviluppatasi embrionalmente a partire dagli Anni Cinquanta del secolo scorso, assumeva una valenza ben più rilevante di quanto non fosse avvenuto sino ad allora, all’insegna degli obiettivi dell’incremento della produttività e della mitigazione del rischio.

A distanza di tre lustri, ciò che si può osservare in Italia, ma non solo, è che sostanzialmente il tessuto minuto e frammentato del versante della domanda, pubblica o privata, e di quello dell’offerta, naturalmente privata, stia enormemente stentando, al netto di emergenze (parziali), a interiorizzare e a detenere una cultura del dato, sia nella sua produzione sia nel suo utilizzo.

Per spiegare la ragione di un fenomeno che continua a suscitare considerevoli aspettative, a iniziare dai decisori istituzionali, ma che non riesce a fertilizzarsi nella pratica, sta una carenza nello stato di necessità.

In altre parole, la struttura frammentata e frammentaria del comparto, non solo dal punto di vista dimensionale, l’antagonismo costitutivo e identitario tra le componenti delle filiere e delle catene di fornitura, la complessa natura (aleatoria e variabile) dei processi produttivi, materiali o immateriali, contribuiscono a rendere resiliente o resistente al cambiamento il mercato.

Da questo punto di vista, non valgono giudizi o pregiudizi e le retoriche dell’esclusività della digitalizzazione per l’orizzonte prospettico sono assolutamente sterili.

Detto altrimenti, la disseminazione capillare della cultura digitale necessiterà di un tempo non breve, nonostante gli evidenti sforzi, anche legislativi, restando probabilmente spesso alla superficie delle pratiche, anzitutto, perché al settore difetta una cultura industriale, che è connotata da criteri di integrazione tra gli attori e di normalizzazione dei processi.

Alimentare retoriche consolatorie non pare essere un ottimo esercizio, meglio vale affrontare la questione per quella che è: non dell’incapacità del settore ad aderire convintamente alla transizione, doppia che sia o meno, ma di oggettive difficoltà che si devono, anzitutto, ai contesti storici e culturali, oltre che a fattori del tutto esogeni, ben più influenti di ragioni tecnologiche endogene.

Questo scenario, nutrito da principi di realtà, in se stesso porrebbe alcuni interrogativi sul rischio che la vicenda si traduca in forme apparenti che tendano a neutralizzarne definitivamente l’efficacia, poiché il valore di novità dell’argomento è affatto esausto e lo sarà sempre maggiormente, anche se si dilatasse lo spettro al calcolo quantistico.

Sennonché, agli orizzonti destinali si prospetta non già il ricorso ai classici strumenti (è il caso di sottolineare la parola) dei Modelli Linguistici e dei Modelli Multi Modali, che iniziano, con diversi esiti, a diffondersi tramite addestramenti verticali di dominio, la cui natura reattiva li assimila a tutto ciò che è conosciuto, ma l’introduzione sempre più massiva dei Sistemi di IA Agentica, vale a dire di sistemi multi agenti orchestrati, di carattere proattivo, autonomo e indipendente, i quali, peraltro, non sono che il preludio ai modelli cognitivi, alla IA Fisica, a entità che posseggono una conoscenza della causalità fisica e delle logiche mentali.

Per restare alle soluzioni agentiche, che sono già realtà concreta, la relativa diffusione della digitalizzazione in qualità di Gestione Informativa Digitale, offre, in ogni caso, un apporto, nei termini di produzione e di disponibilità di dati e di ecosistemi digitali, ovvero di piattaforme tecnologiche, in grado di abilitare la proattività dei sistemi agentici.

È palese a chi non si nutra di illusioni che entro ben pochi anni gli strumenti e gli ecosistemi digitali saranno quasi del tutto agentificati o agentici, cosicché si pongono due esigenze urgenti al settore.

Anzitutto, l’agentificazione costringerà il settore a dotarsi di competenze elevate non nel prompting, ma nella strutturazione della formulazione di obiettivi da rivolgere a sistemi agentici potenzialmente affetti da misalignment, reward hacking, jail breaking, con ripercussioni sia su possibili comportamenti di specie collusiva nel dialogo tra agenti e tra sistemi agentificati sia, più in generale, di Safety AI, ben oltre il tema etico.

Ciò significa il dover formare persone, compresi i praticanti e i tirocinanti, paradossalmente dotati di esperienza e, al contempo, capaci di rettificare e di validare i risultati proposti dal sistema multi agentico: può sembrare un paradosso, ma non è che l’inizio di un percorso che condurrà a educare le persone alla mediazione culturale con intelligenze aliene, a partire dal rapporto con gli umanoidi.

Si badi bene: si parla di esperienze e di competenze disciplinari, ancor prima che legate all’IA.

Questa considerazione spiega come ci si trovi in un ambito contraddittorio, poiché, da un lato, gli attori umani incontrano mediamente straordinarie difficoltà ad accettare e a praticare le razionalità digitali, mentre, all’opposto, sono conversazionalmente chiamati a interagire con le stesse logiche in modalità tanto più sofisticate quanto più, di primo acchito, a loro familiari.

La questione della scomparsa del livello di ingresso al mercato del lavoro di carattere intellettuale è ormai comune a consultancy, legal firm, soggetti finanziari, commercialisti, fiscalisti, professionisti della sanità, imprenditori, e non potrà non riguardare anche architetti, geometri, ingegneri e periti.

Come le rappresentanze del settore si stanno occupando e preoccupando (occupando in anticipo) del tema?

Secondariamente, oltre al cambiamento dei ruoli degli esseri umani on-the-loop ovvero in-the-loop, occorre domandarsi come i soggetti della committenza e gli operatori economici sapranno riorganizzarsi entro ecosistemi digitali che acquisiranno sempre più capacità e conoscenze proprie (oltre che linguaggi: basti pensare al ruolo dei sistemi agentici attuali nella scrittura dei codici, sino alla loro autoriproduzione, oppure alla loro interazione), come i competitori del mercato si confronteranno con il supporto di sistemi sempre più cognitivi.

Nel 2026, guardando al 2011, possiamo constatare che tutte le soluzioni digitali che via via sembravano essere inedite e risolutive non siano altro che episodi puntuali lungo percorsi che abbiano destinazioni inesplorate, a troppi ancora ignote nella loro finalità.

 

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