VERSO LO SLITTAMENTO AL 2027
Circular economy act, per l’Italia una sfida da 15 miliardi annui di risparmi per imprese e consumatori
La proposta legislativa di Bruxelles attesa per queste settimane arriverà molto probabilmente il prossimo anno, per essere vigente dall’autunno 2027. A pesare è stato il parere negativo espresso dal Regulatory Scrutiny Board, un organismo indipendente di controllo. Tanti i nodi, a partire dalla coerenza normativa dei Paesi membri.
IN SINTESI
Lo slittamento del Circular economy act europeo è sempre più probabile. Le voci si rincorrono da giorni dopo il parere negativo espresso dal Regulatory Scrutiny Board, un organismo indipendente di controllo, sulla coerenza dell’atto rispetto agli obiettivi finali. Voci che vengono confermate da fonti accreditate sentite da questo giornale. Dunque, anziché aspettarci la proposta legislativa dell’Ue per il terzo trimestre 2026, cioè in queste settimane, dobbiamo già guardare al 2027. Addirittura, l’ipotesi che oggi è più probabile è che la pubblicazione in Gazzetta ufficiale Ue avvenga nella seconda metà del prossimo anno.
Gli obiettivi del Circular economy act
Per ricordare, parliamo di un provvedimento contenitore che riformerà il sistema economico e industriale in una chiave circolare andando a normare l’intero ciclo vita dei prodotti. Tra gli obiettivi principali c’è l’aumento dal 12 al 24% del tasso di utilizzo circolare dei materiali Ue. Poi, quello di diminuire la necessità di materie prime vergini e critiche (come litio e terre rare) importate da Paesi terzi. Cina in primis. Come raggiungerli? Con norme comuni che facilitino lo scambio di materiali riciclati dentro l’Unione, con criteri più semplici per la cessazione della qualifica di rifiuto (cosiddetto end of waste). In generale, quindi, l’Ue rivedrà e armonizzerà le norme sui rifiuti e sulle discariche, così come sui raee, sotto forma di regolamenti direttamente applicabili nei Paesi membri.
La partita dell’Italia
Una partita non semplice, soprattutto quella da giocare sul fronte dell’uniformità comunitaria. Per l’Italia, nello specifico, la partita è delicata perché ricicliamo il doppio del resto dell’Ue ma siamo lontani dall’uso efficiente delle risorse. “La filiera italiana dell’economia circolare vale 433,3 miliardi di euro di produzione, cresce del 2,7% annuo, e sostiene 2 milioni di occupati, confermandosi una delle componenti più dinamiche e strategiche dell’industria nazionale. Con il Circular Economy Act, puntiamo a creare 120.000 nuovi posti di lavoro, a ottenere 80 miliardi di fatturato in più entro il 2030, con 10–15 miliardi all’anno di risparmio potenziali tra imprese e consumatori. Il tutto diminuendo la nostra pericolosa dipendenza delle materie prime, e creando nuove opportunità: un mercato efficiente delle materie seconde”, ha riassunto ieri al convegno di Palazzo Valentini la presidente del Kyoto Club, Letizia Magaldi.
Come difendersi dai domini dei Paesi terzi
Insomma, il Circular economy act sarà importante per i singoli Stati e per l’intera Unione europea. La sfida è energetica ed economica, come raccontato, ma è anche geopolitica. Alla base va implementata una rivoluzione culturale, cui far seguire un’adozione ad ampio raggio di conoscenze e tecnologie già sviluppate. Mentre un altro nodo sollevato è quello degli impianti su cui il dramma vero è relativo ai tempi autorizzativi.
“Biomasse, sottoprodotti, rifiuti organici, conoscenze, competenze e capacità industriali sono già diffuse nei territori”, ha spiegato ieri Catia Bastioli, presidente del Cluster nazionale di economia circolare Spring. Secondo cui, quindi, bisogna insistere sulla bioeconomia circolare “creando opportunità di collaborazione anziché di sostituzione, facendo di più con meno”.