VERSO LA LEGGE DI BILANCIO

I 17 miliardi di Salini, i 20 di Salvini, i 3,8 dell’ANCE, i 15-20 di tesoretto PNRR: chiarezza sui numeri in vista della manovra

L’avvicinarsi della manovra che deve dare continuità agli investimenti statali oltre il PNRR sta generando una serie di numeri che solo apparentemente sono in contraddizione: una lettura possibile. Il meccanismo che genera il tesoretto.

14 Set 2026 di Giorgio Santilli

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I 17 miliardi di Salini, i 20 di Salvini, i 3,8 dell’ANCE, i 15-20 di tesoretto PNRR: chiarezza sui numeri in vista della manovra

GIANCARLO GIORGETTI, MINISTRO DEL MEF

La chiusura del PNRR e l’avvicinarsi della legge di bilancio – due fatti strettamente connessi – stanno producendo un dibattito pubblico sulle infrastrutture alimentato da numeri, che spesso appaiono in contraddizione fra loro ma che possono essere ricondotti a un unico fil rouge. Vari temi si intrecciano: la quantificazione delle risorse PNRR spese e delle risorse PNRR non spese; l’aspettativa per le risorse necessarie a completare le opere in corso e a coprire gli extrasosti degli appalti Pnrr e non-Pnrr; i fabbisogni di fondi per avviare nuovi investimenti, in modo da garantire una continuità della spesa pubblica in conto capitale dopo il 2026; la necessità di varare un ventaglio di politiche (compresi il completamento del piano casa con una quarta gamba allargata e i bonus casa per l’efficientamento energetico) necessari per garantire al settore il mantenimento di un livello alto di domanda.

Il tesoretto PNRR per la manovra c’è: da cosa nascono i 15-20 miliardi, le quattro categorie di “mancate spese”

Quando si ragiona di manovra, il primo punto da verificare è se ci siano o meno le risorse per impostare misure efficaci e durature. La risposta quest’anno sembra positiva. Ormai è un dato consolidato che il PNRR lascerà un tesoretto, risorse derivanti dal Next Generation EU che resteranno non spese e finiranno in dote ai conti del MEF. Non è una novità: è già successo per dieci miliardi con la legge di bilancio 2026, ma la cosa è passata quasi sotto silenzio.

Per il tesoretto 2027, nessuno in questo momento – forse neanche la Ragioneria generale dello Stato – è in grado di quantificarlo con certezza perché mancano ancora alcuni passaggi decisivi del confronto con Bruxelles e le stime che circolano, fra i 15 e i 20 miliardi, aspettano di essere certificate, più o meno esplicitamente, dalla legge di bilancio stessa o, forse, addirittura, nel corso del suo esame parlamentare, come riserva da giocare in corso d’opera.

Da cosa nasce questo tesoretto? Dal fatto che non tutti i 194,4 miliardi di finanziamenti PNRR assegnati all’Italia saranno effettivamente spesi. Per meglio dire, il tesoretto è la differenza fra la somma effettivamente versata nelle casse dell’Italia e la somma effettivamente spesa.

La prima incognita è proprio l’ammontare complessivo che ci sarà trasferito perché, dopo l’esborso della nona rata avvenuta a giugno per 12,8 milioni, non si può dare per scontato che l’Italia riuscirà a incassare per intero anche la decima e ultima rata di 20,4 miliardi, collegata a ben 159 obiettivi da raggiungere. Se è vero – come ha scritto DIAC nel suo articolo dell’8 settembre che si può scaricare qui – che l’ottava revisione italiana del PNRR, sdoganata il 27 agosto dal Consiglio UE, è servita – con ben 126 misure modificate – ad appianare gli obiettivi finali del PNRR e ad avvicinarli ai risultati raggiunti, riducendo al minimo il rischio di target e milestones falliti nell’ultimo passaggio, è altrettanto vero che qualche scarto tra i target e i risultati è ancora nell’ordine delle cose. Ciò nonostante, per approssimazione almeno temporanea, possiamo ragionare come se i 194,4 miliardi fossero tutti in cassa.

Vediamo, allora, a cosa può corrispondere la “mancata spesa” di una parte di questa somma senza che questa “non spesa” pregiudichi il raggiungimento di target previsti per l’ultima rata PNRR. Ad alimentare il fiume del tesoretto ci sono quattro categorie di “non spesa”:

  1. La prima è la spesa per investimenti che si sono visti ridurre i target quantitativi perché non sarebbe stato possibile raggiungerli: un esempio tipico è quello già citato dall’articolo dell’8 settembre del ridimensionamento degli obiettivi per lo European Rail Traffic Management System (meglio noto con l’abbrevazione ERTMS) da 3.400 a 2.785 chilometri. Questo alleggerimento del target di 615 chilometri (e anche di rinvio della messa in funzione del sistema) non comporta una riduzione di fondi europei proprio perché l’Italia è stata molto capace nel negoziare la riduzione di obiettivi senza penalizzazioni, ma riduce comunque gli investimenti e il “risparmio” viene incassato dal MEF che dovrà poi rifinanziare (come e quando lo riterrà opportuno) la realizzazione di quei 615 chilometri nei prossimi anni con risorse nazionali. Oggi, intanto, il risparmio è in cassa ed è spendibile.
  2. Un’altra categoria di “non spesa” che porta risorse “riciclabili” è quella relativa agli ultra-target, obiettivi cioè che l’Italia ha messo nei programmi di spesa ma che la Ue non ci ha mai chiesto di raggiungere. Dovrebbe trattarsi della categoria largamente prevalente nella formazione del tesoretto. Anche qui un esempio aiuta: i Pinqua, i Programmi innovativi nazionali per la qualità dell’abitare. Il target richiesto dalla Ue era la realizzazione di alloggi popolari ma in questi programmi di rigenerazione urbana noi abbiamo inserito interventi e obiettivi pubblici ridondanti e diversi, come quelli sociali e ambientali (parchi pubblici, piste ciclabili, spazi comuni). Meno della metà dei Cup inseriti in questi programmi avevano obiettivi da rendicontare. Per gli altri, niente rendicontazione: se la spesa è stata effettuata, amen. Ma se le risorse non sono state spese, entrano nel tesoretto.
  3. Terza categoria di risorse che confluisce nel tesoretto è quella delle cosiddetta “economie di misura”, soldi non assegnati ai soggetti attuatori o che erano stati assegnati e poi sono “tornati indietro” perché le amministrazioni  centrali hanno provveduto a definanziarli (senza poi trovare altri progetti per sostituirli).
  4. Infine ci sono le economie di progetto, derivanti da ribassi di asta. Qui è più controversa la possibilità di riutilizzo di queste risorse perché i progetti non sono necessariamente finiti e, ai sensi del codice dei contratti, le risorse devono restare nella disponibilità della stazione appaltante come somme a disposizione.

Tutto questo dice chiaramente che il tesoretto ci sarà e non sarà leggero. A quanto ammonterà la somma di tutte queste risorse e quante saranno utilizzate dal MEF per la manovra di bilancio? Come detto, si parla di 15-20 miliardi spendibili per la legge di bilancio. I committenti, grandi e piccoli, di questi investimenti chiedono, però, che queste risorse – o almeno una parte – restino a disposizione dei programmi per non lasciare un mare di opere incompiute. I comuni chiedono anche che una parte di queste risorse – anche transitando per la legge di bilancio – vengano  destinate a un fondo che serva non solo a completare gli investimenti, ma anche a garantire il funzionamento delle opere realizzate che dovranno sopportare spese correnti per la gestione e la manutenzione.

I 17 miliardi “mancanti” alle grandi opere di Salini: 7 di possibili riserve e 10 di extracosti fra cantieri attuali e progetti futuri

Ad accendere il dibattito sullo stato “finanziario” delle opere in corso, PNRR e non-PNRR, è stato uno scoop del Fatto quotidiano che ha pubblicato ampi stralci di una lettera che l’amministratore delegato di Webuild, Pietro Salini, ha inviato al ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini. Obiettivo della lettera: lanciare l’allarme sulle risorse che mancano per completare le opere. Saltando le interpretazioni date dal Fatto quotidiano ai numeri e le successive smentite di Webuild, riportiamo, in sintesi, pochi numeri attendibili e utili per ricostruire il quadro, che è relativo alle 18 grandi opere che Webuild sta realizzando per una previsione originaria di costo di 30 miliardi.

Un primo dato importante nella lettera di Salini sono i 22 miliardi di riserve previste per gli appalti in corso, di cui 13 già maturate e iscritte. L’ad di Webuild considera che di queste ne possano essere riconosciute fra i 6 e i 7 miliardi, considerando – scrive – la media del 29% di riserve riconosciute dai CCT (Collegi consultivi tecnici) per opere analoghe. Salini chiede che venga consentito per legge a grandi stazioni appaltanti come RFI di pagare un altro dieci per cento delle varianti iscritte dopo il primo 10% pagato lo scorso marzo. Applicando la stessa percentuale alle riserve già iscritte, Webuild calcola evidentemente che 2,8 miliardi gli debbano essere pagati a breve.

Il discorso di Salini si sposta poi sugli extracosti, quelli relativi alle opere in corso (decreto Aiuti) e quelli relativi a progetti di fattibilità tecnico-economico che devono essere trasformati in progetti esecutivi, con gli importi da aggiornare degli appalti integrati. In tutto la cifra stimata è di almeno 10 miliardi, senza che sia però chiarito quanto afferisca al primo gruppo e quanto al secondo. Si tratta, evidentemente, di situazioni che generano esigenze, anche temporali, molto diverse: per i cantieri già aperti, la copertura degli extracosti è urgente, per i progetti da completare e i cantieri da aprire, gli extracosti si manifesteranno nel corso del tempo. Va però detto che dal 2026 lo Stato si è ritratto dal finanziamento degli extracosti e ha lasciato l’onere completamente sulle stazioni appaltanti che devono coprirli facendo ricorso alle economie dell’appalto oppure alle risorse destinate ad altre opere che, in questo caso, vanno rinviate. L’allarme di. Salini riguarda allora probabilmente anche questo meccanismo che pregiudicherebbe i tempi di realizzazione delle opere programmate e potrebbe portare al blocco delle nuove opere.

Salini parla anche di 800 milioni di crediti commerciali scaduti e fatture non pagate: ma qui più che nel tema delle risorse aggiuntive, siamo in quello delle difficoltà di liquidità delle stazioni appaltanti.

Se non si provvede a trovare delle soluzioni rapidamente, dice Salini, le opere si fermeranno.

Sale a 3,8 miliardi la stima ANCE di mancata copertura degli extracosti: 1,8 miliardi nel 2026

La copertura dei maggiori costi sostenuti dalle imprese di costruzioni appaltatrici di lavori pubblici è anche la priorità dell’Associazione nazionale dei costruttori edili (ANCE) che però fa ragionamenti più realistici di Salini e resta con i piedi per terra, evitando di allargare il discorso all’intero ammontare delle opere programmate o in corso di progettazione e limitando l’orizzonte a quanto già le imprese hanno maturato nei cantieri.

Da tempo ANCE reclama i due miliardi di rifinanziamento del Dl Aiuti necessari per far fronte ai maggiori costi non ancora coperti del 2024 e del 2025 e su questa richiesta conviene da tempo anche il ministero delle Infrastrutture che, tuttavia, non è riuscito a recuperare dall’assestamento di bilancio di giugno che un centinaio scarso di milioni. Partita rinviata, per forza di cose, alla legge di bilancio.

Intanto si è aperto anche il capitolo del 2026 che non è stato affatto un anno tranquillo sul fronte dei rincari di energia e materiali. Qui il quadro è leggermente diverso perché la legge di bilancio dello scorso dicembre ha stabilito che per le opere appaltate prima dell’entrata in vigore del nuovo meccanismo di revisione prezzi (articolo 60 del codice appalti) non si apre più, nel 2026, il paracadute del Dl Aiuti ma dovranno essere le stazioni appaltanti a provvedere agli extracosti all’interno dei quadri economici delle opere appaltate oppure recuperando risorse dalle opere programmate che devono quindi essere rinviate.

L’ANCE stima provvisoriamente che gli extracosti sostenuti dalle imprese nel 2026 ammontino già a 1.800 milioni, portando le risorse totali necessarie a 3,8 miliardi. La preoccupazione del presidente Antonio Ciucci è che far gravare questo onere sui quadri economici o su quelli programmatici delle stazioni appaltanti possa tradursi in una pesante caduta degli investimenti nel 2027. Il rinvio di opere programmate che si sarebbero dovute appaltare quest’anno o il prossimo si aggiungerebbe infatti, come un fardello pesantissimo, alla fine del PNRR e all’incertezza complessiva della programmazione finanziaria delle opere pubbliche in questa fase.

La sintesi nei 20 miliardi chiesti da Salvini per la legge di bilancio: 10-12 miliardi per extracosti e riserve e altri 8-10 per nuovi investimenti

Dal suo intervento al Meeting di Cl a Rimini, il 25 agosto, Matteo Salvini ha tenuto fermi numeri e ragionamenti che costituiscono una posizione di sintesi del confronto in corso, ma al tmpo stesso definiscono la traiettoria che dovrebbe portare alla legge di bilancio. Il ministro ha chiesto uno scostamento di bilancio per 20 miliardi, necessari a garantire una transizione positiva per le infrastrutture verso il dopo-PNRR. Salvini ha spiegato a Rimini che la cifra serve a evitare il blocco o il rallentamento di grandi cantieri stradali e ferroviari, messi in crisi dal caro-materiali e dall’aumento dei costi delle materie prime. Dentro le considerazioni del ministro, tutte le preoccupazioni di cui abbiamo parlato. Con il suo intervento, Salvini ha riconosciuto ancora una volta l’esistenza del problema degli extracosti, ma anche il peso finanziario di questa emergenza.

Salvini parla di deficit. Il tesoretto, ufficialmente, non esiste e quindi anche Salvini si è attenuto alla regola di non citarlo. Negli incontri che stanno cominciando in questi giorni in vista della messa a punto della manovra, però, è proprio il tesoretto l’oggetto della discussione e una parte consistente delle risorse che vi confluiranno verrà da minori spese infrastrutturali. Scontata, quindi, la candidatura del MIT a una fetta di quelle risorse.

La novità che il governo sta maturando arriva, semmai, sui bonus casa, con la possibilità di tornare a un aliquota del 65% per un ecobonus molto ben definito. Una variante che anche Salvini deve considerare positivamente perché, pur non essendo di sua stretta competenza, tuttavia risponderebbe da una parte alla richiesta dei costruttori di definire una politica per l’efficientamento del patrimonio immobiliare, in attuazione della direttiva case green, dall’altra completerebbe la politica abitativa che Salvini, più dei suoi colleghi, ha l’ambizione di rappresentare.

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