CONVEGNO ASSOIMMOBILIARE/2

Veloccia: per fare rigenerazione servono norme certe e Masterplan, piani generali snelli che definiscano i grandi obiettivi per un’area

27 Nov 2025 di Giorgio Santilli

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Veloccia: per fare rigenerazione servono norme certe e Masterplan, piani generali snelli che definiscano i grandi obiettivi per un’area

MAURIZIO VELOCCIA ASSESSORE COMUNE DI ROMA

Maurizio Veloccia, assessore all’Urbanistica di Roma Capitale, è l’ospite d’onore al convegno organizzato da Confindustria Assoimmobiliare che lancia le proposte normative per favorire la rigenerazione urbana. Intorno a Roma c’è grande interesse dei grandi operatori immobiliari. E Veloccia non si risparmia. “Trovo molto interessante – esordisce – la posizione dell’architetto Viel che dice di voler lavorare con i vincoli, con le regole date dall’amministrazione, perché è più facile lavorare sapendo cosa vuole il tuo committente, quindi l’amministrazione pubblica. Condivido. Negli ultimi anni invece credo che noi abbiamo pensato che l’amministrazione pubblica dovesse continuare a fare i lavori pubblici, le strade, ma non l’urbanistica, non la pianificazione che disegna l’idea di città, ritenendo che non ha le competenze né la capacità per farla. E nei casi più virtuosi abbiamo pensato dovessero farla i privati, nei casi meno virtuosi non la dovesse fare nessuno. In questo modo non si dava impulso alle trasformazioni, perché invece la pianificazione va fatta e deve farla il Comune. Questo è un primo punto, noi non dobbiamo pensare di non darci regole urbanistiche. Il punto è che queste regole, però, devono essere chiare e su questo abbiamo fatto negli ultimi anni tanti passi indietro, a livello nazionale, non passi avanti. Abbiamo una normativa molto vetusta, la legge 1150/1942 e il Dm 1440/1968, che hanno svolto una funzione essenziale nel porre limiti e regole all’azione e ai comportamenti di un’Italia che nel dopoguerra andava a grande velocità verso l’espansione, talvolta incontrollata. Ora però siamo in una fase diversa della storia in cui non si va più verso l’espansione, in cui il tema del consumo di suolo è essenziale”.

Roma ha scelto di cambiare lo stretto indispensabile degli strumenti urbanistici per riprendere slancio. “Dovevamo cambiare – dice Veloccia – e abbiamo agito sul testo unico dell’edilizia come era, abbiamo immaginato che la normativa nazionale non cambiasse, abbiamo agito sugli strumenti urbanistici esistenti, abbiamo cercato di agire sul piano modificando le norme tecniche per cercare di chiarire quello che non veniva chiarito dagli altri. Sostanzialmente gli strumenti urbanistici sono rimasti gli stessi nel tempo. Siamo ancora con un piano regolatore che ha l’ambizione bellissima di pianificare anche la singola fontanella ma poi nella sostanza riesce a realizzare poco o nulla di quello che dovrebbe essere la pianificazione”.

Tornando al livello nazionale, Veloccia osserva che “abbiamo lasciato fare alle Regioni e le Regioni hanno fatto un po’ di tutto, con leggi molto diverse tra loro, leggi che in alcuni casi sono state impugnate e in altri casi non sono state impugnate magari perché avevamo un governo della stessa parte politica della Regione. Venti, 30, 40 osservazioni fatte alla riforma urbanistica della Regione Lazio per non impugnare, nella logica ‘io Governo non impugno, ma tu Regione ti impegni a modificare con il prossimo veicolo legislativo’ e questo non crea certezze. Noi oggi siamo in una condizione sospesa. La conclusione: “è chiaro che le regole servono ma servono regole chiare e servono regole che poi nessuno può rimettere in discussione”. E Milano ha creato ancora più instabilità. “Quello che è successo a Milano – dice Veloccia – non ha impatto su Milano ma impatto sul Paese. I fondi internazionali, se le regole non sono chiare, non è che non vanno a Milano e vengono a Roma. Vanno a Lisbona”.

Cosa pensa Veloccia della legge sulla rigenerazione urbana? “Non voglio essere pessimista. In Parlamento vedo  una condivisione di questo tema ma non mi pare che ci sia ancora una soluzione individuata. È del tutto evidente che se facciamo una nuova legge sulla rigenerazione e questa non affronta il tema di un coordinamento con le altre normative nazionali e dica inoltre chiaramente qual è il rapporto con le leggi regionali, noi produciamo una nuova stratificazione, rimandando inoltre a un testo unico edilizia che deve essere riscritto. In quanto tempo? Un anno? Auguri”.

Diverse norme lasciano Veloccia “perplesso”. “Dobbiamo  provare a definire dei punti fermi. Uno di questi è che deve essere il Comune ad assumersi la responsabilità di decidere dove posso intervenire, in quale contesto posso intervenire, magari in certe aree in modo più spinto perché do un incentivo, in altre meno: deve essere lo strumento urbanistico a definirlo”. Il Comune deve decidere “senza aspettare la sentenza del Tar o la legge regionale” che gli tolga le castagne dal fuoco. Veloccia conferma la linea che si va sempre più affermando, fra gli assessori delle giunte democratiche, che la rigenerazione urbana deve stare dentro gli strumenti urbanistici perché sono l’unico strumento dotato di forza giuridica (si veda qui l’intervista di Diario DIAC a Silvia Viviani, assessore di Livorno).

“A Roma – dice Veloccia – devi intervenire con il pennello, ma in tanti quartieri bisognerebbe andare con il bulldozer. Capisco chi mi dice che è una vergogna aver realizzato Tor Bella Monaca, oggi è così, quando è nata ha dato casa a migliaia di persone che vivevano nella baracche intorno all’acquedotto Claudio. Oggi, però, bisogna intervenire in modo deciso e servono regole che ci consentano di fare tutto questo”.

“Dobbiamo intenderci – continua la sua riflessione l’assessore romano – anche su cosa sia rigenerazione urbana, che non è mettere una palma in un’area brulla. Bisogna farla su grande scala, ma per farla su grande scala ho bisogno di pianificazione, non fino a decidere dove mettere la fontanella, ma le grandi scelte sì. Nella grande area che si trova a Roma est cosa immagino di fare? A Tor Sapienza cosa immagino di fare? Spetta all’amministrazione comunale dare i grandi obiettivi”.

Veloccia solleva un’altra questione, la mediazione fra interessi pubblici diversi, necessaria per evitare la paralisi. Anche qui servono strumenti nuovi. “Non abbiamo un solo interesse pubblico, ma spesso ne abbiamo molti e noi dobbiamo coordinarli. È evidente che la Sovrintendenza dei beni culturali ha come interesse pubblico esclusivo la tutela, ma noi dobbiamo tener conto anche di altri interesse. A Tor Sapienza, per esempio, – racconta Veloccia – l’Ater ci dice che c’è un immobile di edilizia residenziale pubblica che è occupato costantemente da una piazza di spaccio e l’unica soluzione per evitare che si ricrei il problema di sicurezza sarebbe demolirlo. Ma la Sovrintendenza sostiene che quell’edificio ha un interesse storico e non si può abbattere. Allora, qual è l’interesse pubblico prevalente? Chi lo decide? Chi deve definire, in un caso come questo, qual è il giusto compromesso fra interessi pubblici diversi? Non può essere l’Ater, non può essere il Sovrintendente. Deve essere la politica, non può essere qualcun altro. Allora la politica, in contesti così, deve dirci qual è l’interesse da perseguire. E dobbiamo immaginare una strumentazione che ci consenta, non in automatico, non di ammettere qualsiasi cosa, ma di scegliere. A un certo punto ci eravamo convinti che l’attuazione diretta fosse l’unica strada, mentre per quella strada era impossibile rispettare i tempi e risolvere i problemi di competenza. Non possiamo farlo con gli strumenti attuativi standard perché il tema dei tempi salta”.

Qual è allora la strada giusta? “Bisogna studiare – dice Veloccia – una strumentazione che ci consenta con piani più generali, chiamiamoli Masterplan, di definire grandi obiettivi, senza entrare nel particolare, e di trovare un punto di equilibrio. Serve una soluzione di questo genere che non riconduca alla strumentazione classica e ci consenta di definire come vogliamo trasformare una certa area”.

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