LA GIORNATA
Usa-Iran, venerdì firma dell’accordo. Trump: Hormuz ok senza pedaggi
- Draghi: per gli Stati europei agire insieme è condizione necessaria
- Assarmatori tra crisi di Hormuz e sfida europea: prudenza sulle rotte, attacco all’ETS
- Al via le corse prova sulla linea Av/Ac Brescia Est- Verona. Donnarumma: è un passaggio fondamentale
IN SINTESI
L’intesa tra gli Stati Uniti e l’Iran regge, per ora. Nonostante le dichiarazioni contraddittorie sul contenuto della “pagina e mezzo” del memorandum. Per il presidente americano, Donald Trump, “l’accordo e’ equo e verra’ finalizzato entro i sessanta giorni previsti dalla tabella di marcia”. La cerimonia e’ stata ufficializzata dalle autorita’ svizzere per venerdi’ al resort Burgenstock sul lago di Lucerna. La stessa location dove nel giugno del 2024 si tenne la conferenza globale per l’Ucraina. Trump pero’ accelera verso la normalizzazione dei rapporti con Teheran. A margine del G7 in corso a Evian, il capo della Casa Bianca ha sostenuto che “la parte piu’ difficile del negoziato e’ ormai alle spalle”. “Credo che verra’ rispettata la tabella di marcia. L’Iran vuole arrivare a un accordo e ha bisogno di tornare alla normalita'”, ha affermato durante un incontro con il presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan. Non tutti ne sono convinti. Sia per la Cina che per l’Unione europea “la parte piu’ difficile inizia proprio ora”. L’Alta rappresentante per la Politica estera di Bruxelles, Kaja Kallas, ha ammonito che “l’Ue respinge qualsiasi misura che imponga costi aggiuntivi al trasporto marittimo nello Stretto di Hormuz” e che ogni accordo “deve rispettare il diritto internazionale”. Per Trump “l’unica cosa che conta davvero e’ che l’Iran non abbia mai un’arma nucleare” ma assicura “che l’apertura di Hormuz avverra’ senza alcun pedaggio, non solo questi sessanta giorni ma sempre”. Cosi’ come smentisce ogni vincolo a “investire nell’economia del Paese”. Nelle scorse ore il Financial Times aveva parlanto di uno stanziamento americano per un totale di 300 miliardi di dollari. “Sono voci ridicole”, le ha definite l’ex tycoon. Tuttavia qualche chiarezza in piu’ e’ attesa con la pubblicazione del testo e Trump ha assicurato che non manchera’ di trasparenza. “Non mi limitero’ a pubblicarlo, probabilmente terro’ una conferenza stampa e ve lo leggero’ virgola per virgola per essere sicuro che la stampa lo riporti correttamente”. Ha anche dichiarato di voler sottoporre il memorandum al Congresso americano, pur mostrando fiducia nell’esito dell’esame parlamentare.
Nell’ambito della sua partecipazione al Vertice G7 di Evian, la premier, Giorgia Meloni, ha avuto un incontro bilaterale con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan. I due leader, ha riferito una nota di Palazzo Chigi, “hanno discusso la situazione nella regione anche alla luce del memorandum d’intesa siglato tra Iran e Stati Uniti, concordando sulla necessita’ di sostenere gli sforzi internazionali volti ad assicurare la liberta’ di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. Il presidente Meloni ha ribadito il pieno sostegno dell’Italia alla sicurezza degli Emirati Arabi Uniti e di tutte le Nazioni del Golfo”. Il colloquio, viene infine precisato, “ha anche permesso di manifestare apprezzamento per l’eccellente stato delle relazioni bilaterali, facendo emergere la comune volonta’ di rafforzarle ulteriormente, a partire dai settori strategici della difesa e degli investimenti e nel quadro della proficua collaborazione gia’ avviata nell’ambito del Piano Mattei per l’Africa”.
Draghi: per gli stati europei agire insieme è condizione necessaria
Per le democrazie della Unione Europea “l’agire insieme è divenuto condizione necessaria per affrontare la competizione con le altre grandi potenze del mondo, ma anche per sopravvivere con quei valori che nel corso degli anni sono venuti a definire questa identità comune”. E’ quanto scrive l’ex premier e già presidente della Bce Mario Draghi nel prologo al suo libro “Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo” che raccoglie i discorsi tenuti dal 2023 e al 2025. Il volume, edito da Rizzoli, analizza l’attuale situazione politico economica e propone un concreto piano d’azione partendo dal rapporto Il futuro della competitività europea, presentato nel settembre 2024. “Le sfide che l’Europa ha davanti a sé – tecnologiche, demografiche, geopolitiche – sono straordinarie. Ma altrettanto straordinaria è l’ambizione che ha sempre caratterizzato il progetto europeo. La sua ideazione ha messo da parte secoli di stragi e di conflitti”, afferma l’ex premier . “La sua realizzazione ha superato enormi ostacoli politici, economici, sociali. Oggi c’è ancora molto da fare per rendere l’Europa in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini” riconosce Draghi. “La domanda che dobbiamo porci è se condividiamo ancora la stessa ambizione del recente passato. Lo dobbiamo ai padri fondatori dell’Europa, a noi stessi, a chi verrà dopo di noi” aggiunge. Secondo Draghi, “l’Europa deve ritrovare la capacità di crescere” per “una questione di giustizia sociale, di valori collettivi, di identità europea” ma anche per “poter difendere i nostri confini e la nostra indipendenza politica, la nostra libertà”. Lo scrive l’ex premier e già presidente della Bce Mario Draghi nel prologo al suo libro “Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo” che raccoglie i discorsi tenuti dal 2023 e al 2025. Draghi ricorda come il suo rapporto “Il futuro della competitività europea”, consegnato alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e i discorsi che lo hanno accompagnato nascono, prima di tutto, da questa urgenza. Riuscire a competere con il resto del mondo vuol dire assicurarsi che i giovani europei – e gli europei che non sono ancora nati – abbiano gli stessi diritti, le stesse tutele, le stesse opportunità che hanno definito il nostro modello in questi decenni.”
L’Istat conferma: l’inflazione a maggio sale al 3,2%. La spinta maggiore dagli energetici
Nel mese di maggio, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registra una variazione del +0,4% su base mensile e del +3,2% su base annua (da +2,7% di aprile): lo indica l’Istat confermando la stima preliminare. L’accelerazione dell’inflazione risente prevalentemente della dinamica dei prezzi degli Energetici non regolamentati (da +9,6% a +12,5%), degli Energetici regolamentati (da +5,3% a +5,6%), dei Servizi relativi ai trasporti (da +0,6% a +1,7%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +2,6% a +3,0%). Nel mese di maggio l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, accentua il suo ritmo di crescita (da +1,6% a +1,7%), così come quella al netto dei soli beni energetici (da +1,9% a +2,1%). I prezzi dei beni e quelli dei servizi registrano un’accelerazione su base annua, rispettivamente da +3,1% a +3,4% e da +2,4% a +2,8%. Di conseguenza, prosegue l’Istat, il differenziale tra il comparto dei servizi e quello dei beni si attesta a -0,6 punti percentuali, rispetto ai -0,7 punti percentuali del mese precedente. La variazione congiunturale dell’indice generale riflette, invece, soprattutto l’aumento dei prezzi dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,4%), degli Energetici non regolamentati (+0,4%), degli Alimentari non lavorati e degli Energetici regolamentati (+0,3% per entrambi); diminuiscono i prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (-0,6%). L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) evidenzia una variazione pari a +0,3% su base mensile e a +3,2% su base annua (da +2,8% del mese precedente); la stima preliminare era +3,3%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, registra una variazione congiunturale pari a +0,3% e una tendenziale di +3,0%.
Assarmatori tra crisi di Hormuz e sfida europea: prudenza sulle rotte, attacco all’ETS
Gli armatori lanciano due messaggi chiari: da un lato. la massima cautela rispetto all’evoluzione della crisi nello Stretto di Hormuz; dall’altro, un attacco frontale all’impianto europeo della decarbonizzazione marittima e al sistema ETS, considerato sempre più un fattore di perdita di competitività per l’economia continentale. Sono i due principali punti fermi che ha fissato ieri Assarmatori che ieri ha riunito a Roma oltre 700 rappresentanti del cluster marittimo, della politica e delle istituzioni. Un appuntamento che si è svolto in una fase particolarmente delicata per lo shipping mondiale. Il recente annuncio di un’intesa tra Stati Uniti e Iran è stato accolto positivamente dal settore, ma senza alcun entusiasmo e soprattutto senza modificare, almeno nell’immediato, le strategie operative delle compagnie. A dominare il confronto è stata la situazione del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso cui transita una quota rilevante del commercio mondiale di energia e merci. Il presidente di Assarmatori, Stefano Messina, ha definito l’annuncio dell’accordo tra Washington e Teheran “una notizia chiaramente positiva”, ma ha invitato a non confondere le dichiarazioni diplomatiche con un effettivo ritorno alla normalità. Negli ultimi mesi, ha ricordato, diversi annunci di tregua o cessazione delle ostilità non hanno trovato riscontro sul piano operativo.
Il settore marittimo, ha sottolineato, ha bisogno di certezze e non di aspettative. Per questo motivo le navi rimaste bloccate nell’area proveranno a lasciare il Golfo non appena possibile, ma la ripresa regolare della navigazione nello Stretto di Hormuz richiederà tempo e verifiche concrete sulle condizioni di sicurezza. Un concetto condiviso con ancora maggiore nettezza dagli armatori presenti. Vincenzo Romeo, amministratore delegato di Nova Marine Carriers, ha escluso qualsiasi ritorno immediato delle proprie navi nell’area. La tutela degli equipaggi viene prima di qualsiasi considerazione commerciale e, senza garanzie credibili e condivise da tutte le parti coinvolte, il rischio operativo resta troppo elevato. La posizione espressa durante l’assemblea evidenzia come il settore continui a considerare il quadro geopolitico estremamente fragile. Anche in presenza di un accordo politico, le compagnie ritengono necessario attendere una stabilizzazione effettiva prima di ripristinare i servizi ordinari. Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda le ipotesi, emerse nelle ultime settimane, di introdurre forme di pedaggio o tariffe per l’attraversamento dello Stretto. Messina ha respinto con forza questa prospettiva, sostenendo che qualsiasi imposizione economica sul passaggio delle navi sarebbe incompatibile con il principio della libertà di navigazione, pilastro fondamentale del commercio marittimo internazionale.
I toni cauti e prudenti su Hormuz hanno lasciato , invece, il passo a quelli ben più accesi quando Messina ha affrontato i temi del Green Deal europeo e, in particolare, il sistema ETS applicato al trasporto marittimo. Nel suo intervento, il presidente di Assarmatori ha accusato Bruxelles di continuare a irrigidire il quadro regolatorio ignorando sia il contesto geopolitico sia la crescente pressione competitiva esercitata dagli operatori extraeuropei. L’Unione Europea, ha denunciato, sta perseguendo una logica esclusivamente normativa e tecnocratica che rischia di compromettere la competitività industriale del continente. Il riferimento all’automotive è stato esplicito: per l’associazione armatoriale, i danni prodotti da alcune scelte europee nel settore automobilistico rappresentano un monito da non ripetere nello shipping. L’obiettivo dichiarato è ottenere una revisione profonda dell’ETS, con particolare attenzione a tre segmenti considerati più vulnerabili: i collegamenti con le isole, fondamentali per la continuità territoriale; le Autostrade del Mare, che rischiano di perdere competitività rispetto al trasporto su gomma; il transhipment container, esposto alla concorrenza degli hub extraeuropei. Secondo Assarmatori, l’attuale sistema rischia di provocare uno spostamento dei traffici verso porti situati fuori dall’Unione Europea, con conseguenze dirette sugli investimenti e sull’occupazione.
Sulla stessa linea è intervenuto Matteo Catani, amministratore delegato di GNV e rappresentante del Gruppo MSC. Pur ribadendo il pieno sostegno agli obiettivi di decarbonizzazione, Catani ha evidenziato come l’attuale applicazione dell’ETS produca effetti distorsivi. Da un lato, il trasporto marittimo viene gravato da costi che il trasporto stradale non sostiene ancora in misura equivalente; dall’altro, i porti europei di transhipment rischiano di perdere competitività rispetto agli hub collocati nei Paesi terzi. Per il manager, la sostenibilità non può trasformarsi in un fattore di svantaggio competitivo. Al contrario, dovrebbe diventare uno strumento di crescita industriale e rafforzamento della logistica europea. Da qui la richiesta di introdurre correttivi che garantiscano condizioni di concorrenza più equilibrate sia tra diverse modalità di trasporto sia tra gli scali europei e quelli extra-UE.
L’aspetto più innovativo della relazione di Messina riguarda però la strategia di lungo periodo per la decarbonizzazione. Secondo il presidente di Assarmatori, il dibattito europeo continua a concentrarsi sugli strumenti fiscali e regolatori senza affrontare il tema delle tecnologie realmente in grado di azzerare le emissioni. Da qui l’apertura esplicita alla propulsione nucleare marittima, in un momento in cui il Parlamento italiano sta discutendo la legge delega sul ritorno del nucleare. Messina ha richiamato i progetti internazionali legati ai reattori di IV Generazione e agli Small Modular Reactors (SMR), sostenendo che tali soluzioni possano offrire vantaggi sia ambientali sia logistici. L’energia nucleare eliminerebbe infatti la necessità di sviluppare complesse catene di approvvigionamento per i diversi combustibili alternativi oggi considerati essenziali per la transizione energetica. Si tratta di una posizione destinata a suscitare dibattito, ma che rappresenta uno dei segnali più netti emersi dall’assemblea: una parte significativa dell’industria marittima ritiene che la decarbonizzazione non possa basarsi esclusivamente su tasse e obblighi normativi, ma debba aprirsi a tecnologie considerate fino a poco tempo fa fuori dal perimetro della discussione. Assarmatori chiede che i proventi generati dall’Ets vengano reinvestiti nel trasporto marittimo. Per Messina, è essenziale evitare che i fondi raccolti vengano dispersi in altre destinazioni di spesa pubblica, tradendo lo spirito originario della direttiva europea.
La linea degli armatori ha trovato una sponda nel Governo. Il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, ha denunciato il pericolo di una fuga dei traffici verso le sponde extracomunitarie: “Il tema Ets è dirompente, rischia di creare vantaggi competitivi ai porti nordafricani e di delocalizzare le attività fuori dal continente europeo, indebolendo il nostro sistema marittimo”. Per il viceministro non si possono accettare decisioni europee che minano l’economia nazionale, specialmente nelle grandi isole. Il quadro delle trattative con Bruxelles resta complesso e l’esecutivo si dice impegnato a monitorare gli effetti della normativa. In un videomessaggio, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha rimarcato l’importanza del settore, spiegando che la transizione ecologica non deve compromettere l’operatività delle flotte: “La decarbonizzazione del comparto marittimo è un obiettivo imprescindibile per l’Italia ma la revisione della direttiva Ets deve tenere conto della competitività del sistema europeo e delle specificità del Mar Mediterraneo”. Anche dal Ministero delle Imprese è arrivato un richiamo alla tutela del mercato interno e al sostegno per gli investimenti green. “L’anticipazione della revisione Ets penso sia un fatto importante, speriamo giunga ad una revisione sostanziale che tuteli i collegamenti essenziali e riduca gli impatti supposti sulla competitività”, ha affermato il ministro Adolfo Urso,
Porti, Mit: su DDL confronto ampio e costruttivo, la riforma nasce dall’ascolto del sistema
Si è svolto ieri presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti l’incontro dedicato al disegno di legge di riforma della governance portuale e del rilancio degli investimenti nelle infrastrutture strategiche marittime. Presieduto dal viceministro Edoardo Rixi, l’appuntamento ha registrato una partecipazione ampia e qualificata di istituzioni, associazioni di categoria, operatori della logistica, rappresentanze del lavoro e autonomie territoriali. Tra presenze in sala e collegamenti da remoto hanno preso parte ai lavori circa settanta rappresentanti del settore, a conferma del forte interesse e dell’attenzione che accompagna il percorso di riforma. Nel corso dei lavori sono stati affrontati i principali temi legati alla modernizzazione della governance delle Autorità di Sistema portuale, al rafforzamento della capacità di programmazione degli investimenti, alla semplificazione delle procedure, al miglior coordinamento tra porti, logistica e reti di trasporto, nonché alla valorizzazione del lavoro e delle professionalità del comparto. Il dialogo aperto col viceministro Rixi ha confermato l’attenzione verso una riforma considerata strategica per la competitività del Paese. L’obiettivo del Governo è dotare l’Italia di un sistema portuale più efficiente, moderno e attrattivo, in grado di sostenere la crescita dei traffici, favorire nuovi investimenti e rafforzare il ruolo del Paese quale piattaforma logistica centrale nel Mediterraneo. Particolare attenzione è stata riservata al rapporto tra porti e territori, riconoscendo il contributo fondamentale delle Regioni e degli enti locali nel percorso di sviluppo delle infrastrutture e delle attività economiche connesse alla portualità. Il confronto proseguirà nelle prossime settimane anche attraverso ulteriori momenti di ascolto e approfondimento, con l’obiettivo di arrivare a una riforma condivisa, capace di garantire maggiore efficienza amministrativa, certezza degli investimenti e una governance più performante per affrontare le sfide della competitività internazionale e della transizione logistica del sistema Paese.
Ok in Consiglio Ue ai mandati su competitività, fondi e azione esterna nel Qfp
Il Consiglio Ue ha adottato ieri tre mandati negoziali parziali su altrettanti pilastri del prossimo bilancio europeo per il settennato 2028-2034, il Quadro finanziario pluriennale (Qfp): il Fondo europeo per la competitività (Ecf), lo strumento per l’azione esterna ‘Global Europe’ e i nuovi Piani nazionali e regionali di partenariato (Nrpp), destinati ciascuno a riunire in un unico quadro gran parte dei programmi di spesa oggi separati. I tre mandati, che escludono gli aspetti finanziari e orizzontali ancora oggetto del negoziato sul Quadro finanziario pluriennale (Mff), consentono l’avvio dei negoziati con il Parlamento europeo. Con i nuovi Piani nazionali e regionali di partenariato ogni Stato membro dovrà presentare un unico piano nazionale e regionale che sostituirà gli attuali programmi per coesione, agricoltura, pesca, migrazione, sicurezza e Fondo sociale per il clima. Il sistema prevede dotazioni nazionali preassegnate, maggiore flessibilità per gli Stati, un ruolo rafforzato delle regioni e l’erogazione dei fondi sulla base del raggiungimento di obiettivi, traguardi e riforme concordati. La Commissione spingeva verso un modello più centralizzato e uniforme. L’intesa al Consiglio prevede più margini nazionali e regionali. Sul fronte esterno, il Consiglio ha definito la propria posizione su ‘Global Europe’, il nuovo strumento unico per finanziare politica estera, vicinato, allargamento e cooperazione allo sviluppo. Gli Stati membri nella propria posizione prevedono un ruolo più incisivo nell’indirizzo strategico e nel controllo dell’attuazione, rispetto alla proposta della Commissione, e c’è particolare attenzione all’allargamento, al vicinato orientale, alla gestione delle migrazioni e alla risposta a crisi e sfide geopolitiche emergenti. Per la competitività, il Consiglio ha approvato il mandato sul nuovo Fondo europeo per la competitività, che riunirà 14 strumenti esistenti in un unico quadro volto a sostenere tecnologie strategiche e industrie chiave nei settori della transizione pulita, della salute e biotecnologia, del digitale, della sicurezza, della difesa e dello spazio. Il testo rafforza il coinvolgimento degli Stati membri nella governance del fondo, chiarisce le sinergie con Horizon Europe e prevede misure specifiche a favore delle piccole e medie imprese e per attrarre investimenti privati. L’entità delle risorse destinate ai tre strumenti sarà definita nell’ambito dell’accordo finale sul prossimo Mff, che le istituzioni europee puntano a concludere entro la fine del 2026 per consentire l’avvio dei nuovi programmi dal gennaio 2028.
Fs: al via le corse prova sulla linea Av/Ac Brescia Est- Verona. Donnarumma: è un passaggio fondamentale
Proseguono come da cronoprogramma le attività di realizzazione e attivazione della nuova linea ferroviaria Alta Velocità/Alta Capacità Brescia Est-Verona, asse strategico per il completamento della rete AV nazionale e parte integrante del Corridoio Mediterraneo TEN-T.A seguito del completamento delle opere civili, della posa dell’armamento ferroviario e dell’installazione degli apparati tecnologici, sono state avviate le corse prova dei treni lungo l’intera tratta, un passaggio essenziale per la verifica della linea e determinante nel percorso autorizzativo che porterà al collaudo tecnico dell’infrastruttura e alla successiva fase di entrata in servizio prevista nel primo trimestre del 2027. L’amministratore delegato e direttore generale del Gruppo FS Italiane, Stefano Antonio Donnarumma, ieri mattina ha partecipato alle corse prova, a conferma della rilevanza dell’opera per lo sviluppo della rete ferroviaria nazionale: “Questa fase rappresenta un passaggio fondamentale nel percorso di sviluppo e potenziamento del sistema ferroviario italiano – ha affermato l’AD e DG del Gruppo FS – Stiamo lavorando per ampliare in modo significativo l’accessibilità al sistema Alta Velocità, portando l’estensione della rete dagli attuali 1.100 a oltre 2.000 chilometri. Con il completamento di questo asse strategico rafforziamo la connessione tra i principali corridoi europei e proseguiamo nel disegno di un’infrastruttura sempre più integrata, capace di sostenere una crescita attesa della domanda, con un incremento fino al 30% dei passeggeri che potranno accedere ai servizi AV. Si tratta di un investimento nel futuro della mobilità del Paese, che significa più collegamenti, maggiore capacità e una rete più efficiente al servizio di territori, imprese e cittadini”. La nuova tratta Brescia Est-Verona, lunga circa 48 chilometri e in gran parte affiancata all’autostrada A4 Milano-Venezia e alla linea ferroviaria convenzionale, attraversa Lombardia e Veneto e interessa complessivamente 11 comuni. L’infrastruttura consentirà di separare i flussi di traffico, incrementando la capacità della rete e migliorando la regolarità e la puntualità dei servizi passeggeri e merci. Insieme alle tratte già attivate Milano-Treviglio e Treviglio-Brescia, rappresenta un tassello fondamentale del collegamento Milano-Venezia e dell’asse orizzontale dell’alta velocità italiana. Con l’attivazione della Brescia-Verona e nei mesi successivi della Verona-Vicenza si compirà l’estensione verso Est della rete AV e un ulteriore passo nel suo completamento, contribuendo alla piena realizzazione della cosiddetta “T” dell’Alta Velocità, oggi rappresentato dal collegamento Torino-Milano-Bologna-Firenze-Roma-Napoli, e rafforzando la connettività tra i principali poli economici del Paese. La Brescia-Verona del valore di circa 3,2 miliardi di euro, finanziata anche con fondi PNRR, registra un avanzamento complessivo superiore al 90% e ha coinvolto negli anni oltre 6.000 persone tra tecnici e maestranze e più di 800 imprese.
Torino-Lione, Mauceri: in arrivo 15 milioni per le opere compensative Torino–Lione
Emissioni di gas serra dell’economia dell’Ue: -17% dal 2015. Ma in aumento nelle costruzioni e trasporti
Nel 2025, le emissioni di gas serra (GHG) dell’economia e delle famiglie dell’UE sono state stimate in 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, che coprono tutte le attività economiche e le famiglie combinate. Ciò rappresenta una diminuzione del 17,2% rispetto al 2015. Queste informazioni provengono dalle prime stime per il 2025 che Eurostat pubblica per la prima volta 6 mesi dopo la fine dell’anno di riferimento. Nel 2025, la maggior parte dei settori dell’economia ha emesso meno gas serra rispetto al 2015. Le emissioni del settore energetico (approvvigionamento di elettricità, gas, vapore e aria condizionata) sono diminuite del 45,3%, mentre le emissioni delle miniere e delle eniere sono diminuite del 33,3%. Le emissioni della produzione sono diminuite del 16,0%, le emissioni delle famiglie sono diminuite del 14,7% e del settore dei servizi dell’11,9%. Riduzioni sono state registrate anche nell’agricoltura, nella silvicoltura e nella pesca (-5,9%) e nelle attività di approvvigionamento idrico, fognature, gestione dei rifiuti e bonifica (-2,6%). Al contrario, le emissioni del settore delle costruzioni e dei trasporti e dello stoccaggio sono aumentate rispettivamente dell’11,4% e del 10,9%. Tra il 2015 e il 2025, le emissioni di gas serra sono diminuite in 23 paesi dell’UE e sono aumentate in 4. Le maggiori riduzioni dei gas serra sono state stimate per Estonia (-41,7%), Finlandia (-30,7%) e Germania (-27,3%). Gli aumenti sono stati stimati per Malta (+169,4%), Cipro (+10,7%), Lituania (+9,5%) e Romania (+5,4%). Mentre le emissioni di gas serra sono diminuite per la maggior parte dei paesi, tutti i paesi dell’UE hanno aumentato il loro prodotto interno lordo (PIL) nello stesso periodo. L’economia dell’UE nel suo complesso ha aumentato il suo PIL del 17,5%.
Materie critiche, dal Mase via libera a primo impianto europeo per recupero terre rare
Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha autorizzato la realizzazione del progetto strategico LIFE 22ENV-IT-INSPIREE, per il recupero di terre rare da magneti permanenti provenienti da rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE). Si tratta del primo impianto europeo su scala industriale dedicato a questa attività, che sorgerà presso lo stabilimento di Ceccano (Frosinone) e che rappresenta uno dei 47 progetti strategici selezionati dalla Commissione europea nell’ambito del Regolamento UE sulle materie prime critiche. L’intervento costituisce un tassello fondamentale per rafforzare la filiera nazionale ed europea del riciclo delle materie prime critiche, riducendo la dipendenza da fornitori esterni e contribuendo al raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Europa in materia di sicurezza dell’approvvigionamento, economia circolare e transizione industriale.
Eni e Hera: a Ravenna nasce il Comparto Ambientale sull’area di Ca’ Ponticelle. Completato il progetto da 100 milioni di euro
Il Comparto Ambientale Ravenna, polo dedicato all’economia circolare e alla gestione dei rifiuti industriali, è realtà. Il progetto di Eni e Hera, e in particolare delle società controllate Eni Rewind e Herambiente, rappresenta un modello improntato alla rigenerazione industriale e alla transizione ecologica: grazie agli interventi di risanamento ambientale realizzati da Eni Rewind, proprietaria dell’area, e a un investimento complessivo di 100 milioni di euro, un’area dismessa di 26 ettari situata all’interno del distretto ravennate è stata recuperata e riutilizzata per una nuova progettualità di sviluppo produttivo. Gli impianti del Comparto Ambientale Ravenna contribuiranno a ridurre la strutturale carenza di impianti per la gestione dei rifiuti speciali in Italia e a massimizzare il recupero di materia, riducendo il ricorso alle discariche. In particolare, la piattaforma di HEA – società paritetica tra HASI (Herambiente Servizi Industriali) ed Eni Rewind – rappresenta uno dei progetti più rilevanti a livello nazionale nella gestione integrata dei rifiuti industriali: un impianto polifunzionale dedicato al pretrattamento di rifiuti speciali, solidi e liquidi, provenienti da attività produttive e di bonifica. Sostituirà la storica piattaforma di stoccaggio HASI di Ravenna, introducendo tecnologie più evolute, maggiore capacità e maggiore flessibilità operativa per gestire sia i fabbisogni delle attività del gruppo Eni, sia quelli del mercato industriale.
Con una capacità di trattamento fino a 60.000 tonnellate annue e una dotazione impiantistica articolata in più linee, questa piattaforma consente lo svolgimento di molteplici operazioni – dallo stoccaggio e riconfezionamento alla triturazione e alla miscelazione – con l’obiettivo prioritario di massimizzare il recupero di materia e ridurre il ricorso allo smaltimento, con conseguenti efficienze operative ed economia di scala. Per il territorio di Ravenna, uno dei principali distretti industriali del Paese e tra i maggiori produttori di rifiuti speciali, la piattaforma rappresenta un’infrastruttura strategica: rafforza la capacità impiantistica locale, riduce i flussi verso impianti extra-regionali o esteri e mette a disposizione delle imprese servizi di prossimità più efficienti, contribuendo alla competitività, alla continuità operativa e allo sviluppo di nuove filiere circolari. Sempre all’interno del comparto, l’impianto di biorecupero di Eni Rewind ha una capacità annua di 80.000 tonnellate per trattare i terreni contaminati da idrocarburi provenienti da attività di risanamento. Attraverso un processo biologico di biodegradazione aerobica, l’impianto tratterà i terreni che potranno essere riutilizzati come reinterro nei siti in bonifica per minimizzare l’utilizzo di materiale vergine. Il monitoraggio e la conformità dei processi saranno garantiti da un laboratorio chimico dedicato, gestito Labanalysis Environmental Services, leader nazionale nel settore, partecipata da Eni Rewind. La riqualificazione dell’ex area industriale di Ca’ Ponticelle comprende anche un importante impianto per la produzione di energia da fonti rinnovabili, realizzato da Plenitude, società controllata da Eni. Entrato in funzione nel 2024, l’impianto fotovoltaico ha una potenza di 6 MWp e si estende su 11 ettari, con oltre 10.000 pannelli installati. I moduli, in grado di captare la luce su entrambi i lati, sono montati su strutture mobili che seguono il percorso del sole durante la giornata, ottimizzando così la produzione di energia. Le strutture poggiano su appositi supporti collocati direttamente sulla copertura impermeabile realizzata nell’ambito degli interventi di messa in sicurezza permanente dell’area.
Nello stesso sito, nell’aprile 2026, è stato inoltre completato un impianto sperimentale di accumulo energetico basato su una nuova generazione di batterie a flusso di vanadio, collegato all’impianto fotovoltaico già esistente. Il percorso di riqualificazione complessiva dell’area di Ca’ Ponticelle è stato avviato nel 2019 con gli interventi di bonifica eseguiti da Eni Rewind, mentre nel 2021 sono state realizzate le opere per la messa in sicurezza permanente dell’area, che un tempo era a servizio del petrolchimico. Nel 2023, a valle dell’adeguamento del Piano Urbanistico del Comune di Ravenna, sono stati avviati i cantieri per la realizzazione delle nuove infrastrutture ambientali che saranno in marcia dal prossimo mese di luglio.
“Il Comparto Ambientale Ravenna nasce dove sono le radici della storia di Eni. Qui abbiamo trasformato l’area dismessa di Ca’ Ponticelle in una piattaforma ambientale, capace di coniugare insieme risanamento, riqualificazione produttiva e competitività industriale. In una posizione logistica ottimale per soddisfare i fabbisogni di mercato, integriamo i primi due impianti di Eni Rewind nel trattamento dei rifiuti che si affiancano agli oltre 40 impianti che gestiamo in Italia per la depurazione delle acque” ha dichiarato Paolo Grossi, Amministratore Delegato di Eni Rewind. “La nostra offerta di servizi ambientali si arricchisce con gli impianti di bioremediation per il recupero dei terreni e con la piattaforma di pretrattamento di rifiuti industriali realizzata in partnership con Herambiente. Il Comparto Ambientale Ravenna è un esempio concreto di sviluppo sostenibile, e auspichiamo possa essere un modello replicabile in altre regioni per ridurre il deficit impiantistico e l’impatto ambientale nella gestione dei rifiuti.” “Con la nuova piattaforma polifunzionale HEA inserita nel Comparto Ambientale di Ca’ Ponticelle, il Gruppo Herambiente compie un ulteriore passo nel rafforzamento del proprio posizionamento nella gestione dei rifiuti industriali, nell’ambito di un percorso di sviluppo di un sistema impiantistico unico in Italia, che contribuisce a colmare il divario infrastrutturale del Paese e a ridurre i flussi di rifiuti esportati all’estero” ha dichiarato Andrea Ramonda, Amministratore Delegato di Herambiente. “Frutto della joint venture con Eni Rewind, l’impianto HEA è dotato delle migliori tecnologie disponibili ed è progettato per massimizzare il recupero di materia ed energia, gestendo in modo efficiente sia i flussi legati alle attività del Gruppo Eni sia quelli del mercato, con benefici concreti per la competitività e la continuità operativa del sistema produttivo locale. Il progetto consolida inoltre il ruolo strategico di Ravenna, da cui Herambiente ha avviato le proprie attività, e che oggi si rafforza come hub di riferimento per la circolarità al servizio del sistema industriale del Centro Nord.”
“Il Comparto Ambientale Ravenna è il risultato di una visione che affonda le proprie radici nel percorso avviato nel 2019, quando insieme a Eni, Hera e a tutti i soggetti coinvolti abbiamo iniziato a lavorare alla riqualificazione di un’area strategica come quella di Ca’ Ponticelle. Oggi vediamo concretizzarsi un progetto che dimostra come la rigenerazione ambientale possa diventare motore di sviluppo industriale, innovazione e occupazione qualificata. Ravenna conferma così la propria vocazione di grande polo energetico e industriale nazionale, ma con uno sguardo sempre più orientato all’economia circolare e alla sostenibilità”. ha dichiarato il Presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale. “La capacità di recuperare aree dismesse, sviluppare impianti tecnologicamente avanzati e creare nuove filiere legate al recupero di materia rappresenta una leva fondamentale per la competitività futura del territorio. Questo investimento rafforza il ruolo di Ravenna come uno dei principali laboratori italiani della transizione ecologica e industriale e offre nuove opportunità di crescita economica e lavorativa per la città, per il sistema produttivo regionale e per le nuove generazioni”. “Oggi da Ravenna si lancia un messaggio forte al Paese con un progetto che tiene insieme riconversione industriale e tutela ambientale e che rappresenta un’infrastruttura strategica non solo per la nostra città, ma anche per l’Italia. Questo è il modello che vorremmo segnasse la strada per il futuro: meno discariche, più recupero, più lavoro qualificato, investimenti sul fotovoltaico, nell’ottica di implementazione dell’economia circolare” ha dichiarato il Sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni. “Grazie ad un investimento di 100 milioni di euro un’area dismessa di 26 ettari accoglierà una nuova progettualità a supporto della rigenerazione industriale e transizione ecologica, nel segno di una competitività che tiene insieme produttività e rispetto dell’ambiente”.
Italgas: a Torre de’ Passeri (Pescara) non solo gas naturale. Presto in rete un mix con l’idrogeno
È stato firmato ieri il protocollo operativo tra Italgas, ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Comitato Italiano Gas (CIG) e Società Gasdotti Italia (SGI) per un nuovo importante progetto di decarbonizzazione dei consumi, che valorizza in modo strategico le infrastrutture esistenti. L’iniziativa interesserà una porzione di territorio di Torre de’ Passeri (PE) nella cui rete di distribuzione del gas sarà immessa una miscela (blending) di gas naturale e idrogeno, inizialmente al 10% e successivamente al 20%. Più nello specifico, il progetto interesserà circa 5 chilometri di condotte del gas a servizio di circa 220 utenze, che non sosterranno costi aggiuntivi in bolletta né dovranno modificare le proprie abitudini di consumo. La miscela gas naturale-idrogeno è infatti destinata agli abituali utilizzi domestici e civili come cottura cibi, riscaldamento, produzione di acqua calda sanitaria. Eventuali adeguamenti tecnici degli impianti interni e delle apparecchiature di utilizzo saranno a carico di Italgas, mentre per la parte impiantistica, il progetto si avvale della partecipazione di partner industriali come Ariston, Glemgas e Baltur, leader dei rispettivi segmenti di mercato. Il progetto conta inoltre sull’apporto scientifico del Politecnico di Milano e del Politecnico di Torino. L’intervento è stato sviluppato secondo un percorso graduale: inizialmente con rappresentazioni teoriche e analisi di laboratorio, quindi attraverso un modello di “hydrogen house” per rilevare in scala reale le condizioni di esercizio. A valle della validazione dei risultati si è proceduto all’estensione dell’iniziativa sul territorio. Nel corso dell’iniziativa, Italgas garantirà la supervisione, il monitoraggio e il presidio continuo delle attività al fine di assicurarne lo svolgimento in condizioni di piena sicurezza e di raccogliere i dati necessari per un’analisi tecnica approfondita e strutturata delle risultanze. Società Gasdotti Italia sarà responsabile delle attività di blending tra gas naturale e idrogeno e del vettoriamento della miscela verso la rete di distribuzione, garantendo il monitoraggio dell’infrastruttura in modo costante e centralizzato attraverso l’implementazione di sistemi di comunicazione IoT (Internet of Things) di ultima generazione. “Il Ministero promuove e segue da tempo i progetti di immissione di blend con idrogeno in tratti isolati delle reti di distribuzione in Italia, in stretta collaborazione con gli operatori della distribuzione e con il CIG – ha dichiarato Marilena Barbaro, Direttore Generale MASE -. Il primo progetto pilota in Emilia-Romagna si è già concluso con esiti positivi. Con i risultati dei programmi di Sestu e di Torre di Torre de’ Passeri potremmo avere un primo quadro completo che copre le diverse realtà delle reti di distribuzione italiane”. “Negli ultimi anni – ha sottolineato Pier Lorenzo Dell’Orco, AD di Italgas Reti – Italgas ha sviluppato importanti competenze nell’ambito della produzione e utilizzo dell’idrogeno. La sua immissione nelle reti di distribuzione del gas permette di ottenere molteplici benefici: l’abbattimento delle emissioni di CO2 proporzionale alla quota di idrogeno presente nella miscela distribuita, la valorizzazione delle reti esistenti evitando il ricorso a investimenti aggiuntivi, la garanzia di continuità e sicurezza energetica. L’esperienza acquisita dimostra che la trasformazione del sistema energetico può essere realizzata valorizzando ciò che già esiste, innovando in modo mirato e ponendo le basi per un’economia sempre più sostenibile e a basse emissioni”.
L’iniziativa si inserisce in un percorso che vede Italgas protagonista nello sviluppo e nell’integrazione di vettori energetici fortemente sostenibili. In questo percorso si collocano sia Torre de’ Passeri sia Hyround, il primo impianto in Italia per la produzione di idrogeno verde direttamente collegato a una rete di distribuzione urbana, inaugurato nei mesi scorsi a Sestu (Cagliari). Con il progetto abruzzese, Italgas amplia ulteriormente il proprio know-how sull’impiego dell’idrogeno in differenti contesti infrastrutturali, consolidando un modello di transizione energetica pragmatico e sostenibile.
Sicilia, via libera della Regione al primo impianto di idrogeno verde
Via libera della Regione all’installazione del primo impianto per la produzione di idrogeno verde in Sicilia. Sorgerà nell’agglomerato industriale di Giammoro, nel comune di Pace del Mela, nel Messinese, e sarà gestito da Duferco Energia Spa in qualità di capofila del progetto. L’autorizzazione integrata ambientale (Aia) è stata firmata oggi dall’assessore regionale al Territorio e all’ambiente Giusi Savarino, dopo il parere positivo della Commissione tecnica specialistica (Cts). “Prosegue il nostro impegno per traghettare la Sicilia nella direzione di una tangibile transizione energetica verso la sostenibilità ambientale – dice il presidente della Regione, Renato Schifani – Facciamo i conti ogni giorno con il cambiamento climatico e, per questo, puntiamo a sviluppare sull’Isola sempre più numerosi centri di produzione di energia pulita. Un risultato possibile grazie anche all’accelerazione che abbiamo impresso agli iter amministrativi previsti per le autorizzazioni”. La tecnologia che sarà impiegata dal nascente impianto di Giammoro, finanziato con 10 milioni di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), è quella elettrolitica, per cui l’idrogeno viene separato dall’ossigeno presente nell’acqua attraverso macchinari alimentati con energia da fonti rinnovabili, come fotovoltaico ed eolico.
“Questa autorizzazione – commenta Savarino – segna un importante momento di passaggio per la Sicilia mentre ci muoviamo concretamente in direzione di una consistente riduzione delle emissioni inquinanti e dell’utilizzo di combustibili fossili. Ci siamo assicurati che l’esercizio dell’attività di Duferco, in una zona dismessa dell’agglomerato industriale di Giammoro, si svolga nel totale rispetto dell’ambiente e del territorio e per questo abbiamo predisposto un dettagliato piano di monitoraggio e controllo che vedrà coinvolta anche l’Arpa Sicilia. L’assessorato che guido ha impresso un’importante accelerazione alle politiche sulla sostenibilità ambientale con azioni concrete e tangibili che influiranno sul futuro dei nostri figli”.
“Si tratta di una tappa fondamentale nel percorso di innovazione e sostenibilità energetica della nostra Isola – dice l’assessore regionale all’Energia e ai servizi di pubblica utilità, Francesco Colianni – Un investimento strategico che conferma le grandi potenzialità della regione nel diventare un hub del Mediterraneo per le energie rinnovabili e le tecnologie pulite. Come assessorato, siamo fortemente impegnati a sostenere gli investimenti nel settore energetico e specialmente nella filiera dell’idrogeno, su cui stiamo investendo con contributi a fondo perduto, oltre 31 milioni di euro di Fondi Fesr 2021-2027 destinati a progetti di micro, piccole e medie imprese, ma anche a grandi aziende purché costituite come società di capitali”. Savarino ha firmato anche il decreto di autorizzazione per la realizzazione dell’impianto fotovoltaico “Orto solare” in contrada Merlino, nel Comune di Piazza Armerina, in provincia di Enna.
Ranieri (Enel): 2 milioni produttori e 48 Gw rinnovabili attivati. Con Pnrr 3,5 miliardi di investimenti per aumentare capacità’
“Il Pnrr ha consentito di accelerare un percorso già avviato da anni, attraverso 3,5 miliardi di investimenti, inserendosi in una strategia di lungo periodo che ha permesso all’Italia di sviluppare una delle reti di distribuzione più avanzate d’Europa. I risultati sono concreti: circa 48 Gw di rinnovabili connesse alla rete, circa 2 milioni di produttori attivi, elevatissimi standard di qualità del servizio e una delle tariffe di distribuzione più basse d’Europa”. Lo ha detto Vincenzo Ranieri, head of Enel Grids Italy, durante l’incontro “Energia per il futuro. Persone, infrastrutture e innovazione per un domani sostenibile”, organizzato da Ansa in collaborazione con Enel. “Nelle ultime settimane – ha proseguito Ranieri – sia a livello nazionale sia europeo, si è consolidata una consapevolezza importante: le infrastrutture energetiche non sono più un elemento sullo sfondo della transizione, ma una delle sue principali condizioni abilitanti. Per anni abbiamo discusso soprattutto di obiettivi, oggi siamo entrati nella fase dell’execution, della capacità di realizzare concretamente la trasformazione energetica. In questo senso, il risultato più significativo non è soltanto la crescita delle rinnovabili, ma il fatto di essere riusciti a modificare profondamente il mix energetico mantenendo elevati standard di affidabilità del sistema”. “Dopo il Pnrr la sfida non è cambiare direzione, ma accelerare ulteriormente. Abbiamo una rete forte, moderna e sicura e una domanda di nuova capacità rinnovabile che continua a crescere. Per questo sarà fondamentale continuare a potenziare le infrastrutture e rendere sempre più semplice, rapido ed efficiente il percorso di connessione dei nuovi impianti. La vera eredità del Pnrr è aver dimostrato che quando istituzioni, regolatore e operatori si muovono nella stessa direzione il Paese riesce ad accelerare. Oggi dobbiamo rendere strutturale questa capacità, rinnovando quel patto che ha consentito all’Italia di diventare un’eccellenza europea nelle reti elettriche”, ha concluso Ranieri.
Maire: Nextchem entra nel settore strategico del recupero e della circolarità dei metalli critici e preziosi
Maire annuncia che la sua controllata NEXTCHEM, tramite la propria società Cirqlar Tech S ha acquisito ieri una partecipazione del 70% in ETEK che detiene il 100% della controllata SISEMTEK S.r.l., due società tecnologiche italiane attive nelle tecnologie di riciclo dei metalli preziosi e strategici su larga scala e nella fornitura di apparecchiature proprietarie, attraverso una soluzione pirometallurgica avanzata e un know-how ingegneristico proprietario per i processi idrometallurgici. La tecnologia di ETEK consente il trattamento di un’ampia gamma di feedstock, tra cui rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (cosiddetti e-waste o RAEE), catalizzatori esausti, batterie, pannelli fotovoltaici, residui minerari e altri residui industriali contenenti metalli. Il processo supporta la produzione di rame nero e, attraverso integrazioni a valle, di metalli raffinati e lingotti, tra cui rame, oro, argento, platino e palladio. Tale tecnologia vanta numerose referenze a livello globale ed è incentrata sui forni TBRC (Top Blown Rotary Converter), progettati per massimizzare i tassi di recupero, garantire flessibilità rispetto a feedstock eterogenei e migliorare l’efficienza energetica. L’acquisizione del know-how di ETEK consente a NEXTCHEM di arricchire il proprio portafoglio di soluzioni circolari, ampliandolo oltre le tecnologie consolidate per il riciclo meccanico e chimico delle plastiche, compresi anche i processi di gassificazione dei rifiuti per la produzione di gas di sintesi. La piattaforma proprietaria di ETEK rafforza la presenza di NEXTCHEM nella valorizzazione di materiali strategici, combinando processi pirometallurgici e idrometallurgici per recuperare metalliad alto valore da tipologie complesse di rifiuti industriali e speciali. Ciò amplia l’offerta del Gruppo per i settori ad alta tecnologia e industriali, sempre più influenzati dalla disponibilità di materie prime critiche. L’acquisizione riguarda una partecipazione del 70% in ETEK S.r.l. che detiene interamente la controllata SISEMTEK S.r.l., che produce forni TBRC e altre apparecchiature chiave a supporto dell’applicazione industriale della piattaforma tecnologica di ETEK. L’Enterprise Value del 100% delle due società è pari a €17,5 milioni. Il corrispettivo complessivo è pari a €11,1 milioni, di cui €5,0 milioni corrisposti in data odierna – finanziati tramite linee esistenti concesse a NEXTCHEM – e la restante parte attraverso una serie di possibili earn-out legati alla performance futura della società fino al 2030.
NEXTCHEM integrerà le capacità di ETEK nella propria offerta lungo l’intera catena del valore, daglistudi di fattibilità e licensing tecnologico alla fornitura di apparecchiature proprietarie, supporto ingegneristico, commissioning e assistenza operativa per clienti impegnati in progetti di economia circolare nel recupero dei metalli. Fabio Fritelli, Managing Director di NEXTCHEM, ha commentato: “Questa acquisizione rappresenta un’ulteriore tappa nell’evoluzione delle plastiche rigide alla gassificazione dei flussi a fine vita fino alle soluzioni di riciclo chimico che replicano le caratteristiche dei materiali vergini, abbiamo progressivamente rafforzato la nostra capacità di trasformare i rifiuti in valore. Con ETEK e SISEMTEK aggiungiamo ora una piattaforma
proprietaria per il recupero di metalli strategici e preziosi da flussi complessi di rifiuti, potenziandoulteriormente le nostre capacità di recupero delle risorse e aprendo nuove opportunità nelle materie prime critiche per i settori ad alta tecnologia e industriali”.
Plenitude diventa naming partner della più grande arena europea
Dal prossimo 1° luglio Paris La Défense Arena diventerà ufficialmente la Plenitude Arena, l’inizio di una nuova fase del proprio sviluppo grazie a una collaborazione strategica che posiziona Plenitude come Partner della più grande arena indoor d’Europa. Questa partnership accompagna l’ambizione dell’Arena di affermarsi come luogo di intrattenimento del futuro: innovativo e sempre più efficiente dal punto di vista energetico. Plenitude e l’Arena condividono un impegno comune per l’eccellenza e l’innovazione, con l’obiettivo di migliorare l’esperienza degli spettatori e l’efficienza energetica della struttura. Oltre al nuovo nome, la partnership porta con sé iniziative concrete. Plenitude fornirà all’Arena energia elettrica certificata tramite Garanzie d’Origine francesi come prodotta e immessa in rete da fonti rinnovabili, e realizzerà un hub di ricarica per veicoli elettrici nel parcheggio dell’edificio. Inoltre,
la Società metterà a disposizione le proprie competenze per collaborare con l’Arena all’individuazione di soluzioni volte a migliorare ulteriormente le prestazioni energetiche dell’infrastruttura. “Per Plenitude questa collaborazione va ben oltre la visibilità del brand. Riflette il nostro impegno di lungo periodo per rafforzare la presenza della Società sul mercato francese e consolidare il suo posizionamento tra i principali operatori energetici del Paese. Siamo orgogliosi di intraprendere questo percorso insieme, uniti da una visione e da ambizioni condivise per il futuro dell’Arena”, ha dichiarato Mauro Fanfoni, Head of Retail International Markets di Plenitude e Managing Director di Plenitude France. “Questa partnership è pienamente in linea con la nostra visione e i nostri valori, in cui energia, cultura e comunità si incontrano creando una sinergia. La Francia è per noi un mercato chiave, dove il brand
Plenitude sta registrando una crescita significativa”, ha dichiarato Giorgia Molajoni, Chief Technology and Communication Officer di Plenitude. “Paris La Défense Arena è diventata un punto di riferimento in Europa ed entra oggi in una fase cruciale del suo sviluppo. Fin dall’inizio abbiamo posto la responsabilità ambientale come elemento centrale. Oggi vogliamo andare oltre. Questa partnership con Plenitude dà concretezza a questa ambizione: unire le forze con un partner che condivide la nostra vision per una struttura di grande scala, innovativa ed efficiente energeticamente, focalizzata sull’esperienza del pubblico e sull’organizzazione di eventi di livello internazionale. Condividiamo una convinzione chiara, la responsabilità ambientale non è un costo, ma un driver di performance”, ha dichiarato Frédéric Longuépée, CEO di Paris La Défense Arena. Plenitude, Società controllata da Eni, opera in oltre 15 Paesi nel mondo con un modello di business integrato che comprende la produzione di energia elettrica da circa 6 GW di capacità rinnovabile, la vendita di energia e soluzioni energetiche a 11 milioni di clienti in Europa e una rete di 23.000 punti di ricarica per veicoli elettrici. Entro il 2030, la Società punta a raggiungere 15 GW di capacità rinnovabile installata a livello globale e 15 milioni di clienti. In Francia, Plenitude è il quarto fornitore di energia nel segmento retail. La Società ha circa 900 MW di capacità rinnovabile installata ed è impegnata nello sviluppo di una propria rete di punti di ricaricaer veicoli elettrici nel Paese.
Poste per la mobilità sostenibile: a Milano nel vivo la sperimentazione delle cargo e-bike
Poste Italiane mantiene il suo impegno nella mobilità sostenibile e dà il via alla sperimentazione a Milano di un nuovo mezzo elettrico, la cargo e-bike: un triciclo leggero a pedalata assistita realizzato per garantire più sicure in contesti urbani consegne e a zero emissioni. Il progetto di recapito sostenibile, presentato durante il Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile (MoST) e finanziato coi fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è entrato nel vivo: prima con la fase di sperimentazione dei prototipi in Puglia, poi a Viareggio e ora a Milano. Nel capoluogo lombardo le cargo e-bike vengono utilizzate quotidianamente dai portalettere dello storico quartiere dei Navigli. L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di rinnovo della flotta green di Poste
Italiane, che conta 30 mila veicoli a basse emissioni di cui oltre 6.200 elettrici. La cargo e-bike è contraddistinta da un design moderno, 100 chilometri di autonomia anche a pieno carico, un innovativo sistema di frenata rigenerativa e un pannello fotovoltaico a supporto dell’efficienza energetica.
Linde accelera sulla decarbonizzazione: emissioni ridotte del 10% e 50% di elettricità da fonti low-carbon
Linde plc (Nasdaq: LIN) ha pubblicato il Sustainable Development Report 2025, evidenziando progressi misurabili rispetto agli impegni di sostenibilità assunti e il crescente impatto delle sue tecnologie nel supportare gli sforzi di decarbonizzazione dei clienti. Nel 2025, Linde ha ridotto del 10% le emissioni assolute di gas serra rispetto all’anno base 2021 e ha aumentato al 50% la quota di elettricità proveniente da fonti a basse emissioni di carbonio e rinnovabili, avanzando verso il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni entro il 2035. I prodotti e le tecnologie di Linde hanno consentito ai suoi clienti di evitare circa 98 milioni di tonnellate di emissioni equivalenti di CO₂ nel corso dell’anno, rafforzando il ruolo dell’azienda come partner strategico nella decarbonizzazione industriale. L’azienda ha inoltre concentrato i propri sforzi sull’efficienza delle risorse, risparmiando oltre un miliardo di galloni (3,785 miliardi di litri) d’acqua e sottraendo alle discariche 200 milioni di libbre (circa 90.700 tonnellate) di rifiuti. Al di fuori delle attività operative, le iniziative di coinvolgimento delle comunità locali sostenute da Linde hanno supportato circa 2.100 organizzazioni nel mondo, mentre i progetti comunitari guidati dai dipendenti hanno portato benefici a quasi 400.000 persone a livello globale. “La sostenibilità è parte integrante del modo in cui investiamo, operiamo e serviamo i nostri clienti e le comunità – ha dichiarato Erin Catapano, Vicepresidente Sustainability di Linde -. Nel 2025, Linde ha compiuto progressi verso il nostro obiettivo di riduzione assoluta delle emissioni entro il 2035, ha aumentato l’utilizzo di fonti energetiche a basse emissioni di carbonio e ha aiutato i clienti a evitare emissioni. Restiamo concentrati su un’attuazione rigorosa dei nostri obiettivi di lungo termine.” Il Rapporto sullo Sviluppo Sostenibile 2025, redatto in conformità agli standard del Global Reporting Initiative (GRI), è disponibile sul sito di Linde. Linde è inclusa negli indici Dow Jones Best-in-Class Indices per il 23° anno consecutivo ed è stata inoltre riconosciuta da S&P Global per 25 anni di partecipazione alla propria Valutazione della Sostenibilità Aziendale (Corporate Sustainability Assessment).
Professioni, Lcd-Lega: una legge su responsabilità civile per valorizzare quelle tecniche
Bilancia rischi e responsabilità tra professionisti e imprese, delimita le ricadute patrimoniali sugli eredi del tecnico e ridisegna il perimetro d’intervento delle polizze assicurative, che i professionisti iscritti agli albi sono obbligati a contrarre. Oltre, naturalmente, a tutelare il danneggiato che può rivalersi direttamente nei confronti della compagnia di assicurazione anche se i danni sono accertati successivamente alla cessazione dell’attività o morte del professionista stesso. Sono questi i confini della proposta di legge a prima firma Andrea de Bertoldi sulla responsabilità civile in capo alle professioni tecniche (tra gli altri, ingegneri, architetti, geometri, geologi, periti, agronomi, agrotecnici). Un testo, come spiega lo stesso presidente di Lcd (Liberali cristiano democratici) e deputato della Lega, “che nasce proprio con l’intento di valorizzare le professioni tecniche, offrendo loro un sistema più chiaro, equilibrato, equo e coerente con i principi costituzionali. Solo in un contesto di questo tipo, infatti, si possono liberare le giuste energie per rilanciare le opere pubbliche e private, le infrastrutture e il governo del territorio”. Il provvedimento è stato presentato in occasione dell’evento ‘Responsabilità civile ed equo compenso. Le professioni tecniche per la crescita del Paese’, promosso da Lcd-Lega, presso la Sala della Regina della Camera dei deputati. Sette articoli in tutto che, senza gravare sulle casse dello Stato, chiariscono meglio innanzitutto, in caso di danno, difformità o difetti, il confine della responsabilità solidale tra professionista e impresa esecutrice, contemplando i casi di fallimenti o cessata attività da parte delle aziende stesse e quindi delimitando l’accountability del professionista alla quota parte della condotta colposa accertata che lo riguarda. “Mentre oggi – evidenzia il parlamentare di Lcd-Lega – troppo spesso i professionisti si trovano a pagare per conto d’imprese che nel frattempo sono appunto state chiuse o dichiarate fallite”.
La legge poi offre tutela e certezza del diritto agli eredi del tecnico, limitando il loro coinvolgimento nell’azione risarcitoria solo in relazione all’attivo ereditario e salvaguardando invece il patrimonio personale. L’articolato ribadisce inoltre che la responsabilità del professionista si estende per dieci danni dal momento della fine del suo lavoro. Mentre la copertura assicurativa deve essere adeguata all’entità della prestazione, ma soprattutto deve allungarsi (“ultrattività”) almeno di dieci anni oltre la cessazione dell’attività o il decesso del professionista.
Infine, le imprese devono offrire, per ogni tipologia di opera, una copertura indennitaria decennale postuma a beneficio del committente.
“È evidente – tira le somme de Bertoldi – che oggi qui gettiamo delle basi. Proviamo a costruire le fondamenta sulle quali possa reggersi in maniera più solida la crescita del Paese. Questo è l’obiettivo”. Con lo stesso scopo, annuncia il deputato, “ho intenzione di presentare un emendamento per ridare ossigeno all’equo compenso che va allargato a tutti i clienti ed anche agli appalti pubblici. La norma c’è, infatti, ma non è mai decollata. Ed è l’altra gamba che può aiutare i professionisti che, a loro volta, aiuteranno il Paese”.
“Con questa iniziativa legislativa viene finalmente portato all’attenzione del Parlamento un tema che gli ingegneri segnalano da tempo: la necessità di garantire un sistema di responsabilità professionale più equilibrato, che assicuri piena tutela ai cittadini danneggiati e, al tempo stesso, eviti effetti distorsivi e forme di responsabilità patrimoniale potenzialmente illimitate nel tempo per i professionisti e per i loro eredi. È un primo importante passo verso una disciplina più moderna, fondata sulla proporzionalità della responsabilità e sulla certezza del diritto”. Saluta così la norma Carla Cappiello, vicepresidente vicaria del Consiglio nazionale degli ingegneri (Cni).
“La proposta affronta con lucidità la sproporzione tra il rischio a carico dei tecnici e il valore della loro prestazione. Limitare la responsabilità degli eredi al solo patrimonio ereditato è un principio di giustizia civile, che richiama la tutela finora sostenuta da Cngegl: un equo compenso da estendere a ogni attività, condizione perché il sistema di responsabilità funzioni davvero”, commenta Paolo Biscaro, presidente del Consiglio nazionale geometri e geometri laureati. “Si tratta di una proposta di legge lungimirante che, come Cnpi, appoggiamo con forza. Finalmente viene riconosciuto il ruolo strategico delle professioni tecniche nello sviluppo infrastrutturale del Paese. Il tema della responsabilità, in caso di condotta colposa accertata, per i professionisti impegnati nelle attività di progettazione – tra cui i periti industriali – è centrale da tempo. Finalmente si potranno inserire tutele chiare e proporzionate”, aggiunge Giovanni Esposito, presidente del Consiglio nazionale dei periti industriali e dei periti industriali laureati. Presente all’iniziativa anche il presidente del Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori, Alessandro Panci: “I professionisti svolgono una funzione sociale e di pubblica utilità, distinta dalle logiche di profitto proprie delle imprese. La qualità delle competenze specialistiche e dell’esperienza incide direttamente sull’efficacia degli interventi. È quindi necessario distinguere la responsabilità civile del professionista da quella dell’impresa, chiarendo i rispettivi ruoli e definendo un limite temporale alla responsabilità professionale”. Plaude all’iniziativa legislativa infine Roberto Troncarelli, presidente del Consiglio nazionale dei geologi: “Dopo la norma sull’equo compenso, la proposta di legge per delimitare la responsabilità civile dei professionisti rispetto alle imprese esecutrici, nelle attività tipiche del settore, rappresenta per i liberi professionisti dell’area tecnica un ulteriore passo in avanti nella tutela dei propri diritti e della propria attività professionale”.
Ue, IA: via libera alle misure di semplificazione e al divieto delle app “nudifier”
Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva una modifica di alcune norme della legge UE sull’intelligenza artificiale nell’ambito della proposta omnibus digitale.
Le misure di rinvio e riduzione degli obblighi per i sistemi che utilizzano l’IA, adottate con 423 voti a favore, 57 contrari e 174 astenuti, mirano a sostenere le imprese nell’attuazione della legge sull’intelligenza artificiale, mantenendone al contempo le disposizioni principali e l’approccio basato sul rischio. Viene rinviata l’applicazione di alcune parti della legge sull’IA (AI Act, in inglese) per garantire che siano prima predisposti gli standard e le misure di sostegno necessari. Gli obblighi per i sistemi di IA ad alto rischio si applicheranno: dal 2 dicembre 2027 per i sistemi di IA indipendenti ad alto rischio; dal 2 agosto 2028 per i sistemi di IA integrati come componenti di sicurezza e disciplinati dalla normativa settoriale UE sulla sicurezza e sulla vigilanza del mercato. La legge rinvia inoltre al 2 dicembre 2026 l’applicazione degli obblighi di marcatura dei contenuti generati dall’IA. Entro tale data, i contenuti generati dall’IA dovranno essere etichettati in modo leggibile per aumentare la trasparenza. La legge vieta i sistemi di IA che generano materiale di abuso sessuale su minori o creano immagini, video e audio che raffigurano le parti intime di una persona identificabile o attività sessualmente esplicite senza il suo consenso. I fornitori non potranno immettere tali sistemi sul mercato dell’UE, salvo che siano dotati di adeguate salvaguardie tecniche per impedire la creazione di tale materiale. Il divieto si applica anche agli utilizzatori che impiegano questi sistemi a tale scopo. Le imprese avranno tempo fino al 2 dicembre 2026 per adeguare i propri sistemi. Le altre modifiche alla legge sull’IA comprendono: l’eliminazione delle sovrapposizioni normative per le macchine che utilizzano l’intelligenza artificiale, chiarendo che i produttori dovranno rispettare solo la normativa settoriale in materia di sicurezza, garantendo così un livello equivalente di tutela della salute e della sicurezza; una definizione più chiara di “componente di sicurezza”, per cui i prodotti con funzioni di IA che si limitano ad assistere gli utenti o a ottimizzare le prestazioni non saranno automaticamente soggetti agli obblighi previsti per i sistemi ad alto rischio, se il loro guasto o malfunzionamento non comporta rischi per la salute o la sicurezza; la possibilità di trattare dati personali quando strettamente necessario per individuare e correggere distorsioni, con adeguate garanzie, sia nei sistemi di IA ad alto rischio sia in quelli non ad alto rischio; l’estensione alle piccole imprese a media capitalizzazione (SMC) delle esenzioni previste per le PMI da alcune norme, per sostenerne la crescita; una semplificazione dell’applicazione delle norme per alcuni sistemi di IA per finalità generali attraverso l’Ufficio europeo per l’IA.
Antitrust: servizi cloud, avviata indagine nei confronti di Apple ai sensi del Digital Markets Act
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine nei confronti delle società Apple Inc., Apple Distribution International Ltd e Apple Italia in merito all’osservanza dell’obbligo di interoperabilità previsto dal Digital Markets Act cui sono sottoposti i sistemi operativi iOS e iPadOS di Apple. Ai sensi dell’articolo 6, par. 7, del DMA, Apple deve garantire ai fornitori terzi di servizi cloud consumer, a titolo gratuito, l’effettiva interoperabilità con i sistemi operativi iOS e iPadOS, nonché parità di accesso alle stesse componenti hardware e software che sono disponibili per il servizio iCloud di Apple. L’Autorità ha elementi per ritenere che i fornitori terzi di servizi cloud consumer potrebbero non essere posti nelle stesse condizioni del servizio iCloud di Apple, perché non sembrano avere accesso alle stesse componenti utilizzate o comunque rese disponibili al servizio iCloud. A titolo di esempio, sembrerebbe che Apple non consenta ai servizi per gli utenti finali di cloud storage alternativi di utilizzare le componenti di iOS e iPadOS che permettono di effettuare il backup integrale dei dati presenti sui dispositivi, consentito invece al servizio iCloud di Apple. È la prima volta che l’Autorità esercita i poteri previsti dall’articolo 38, par. 7, del DMA, specificamente attribuite dalla legge 30 dicembre 2023, n. 214, recante “Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2022”, e, in particolare, dall’articolo 18, “Misure per l’attuazione del regolamento (UE) 2022/1925 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 settembre 2022, relativo a mercati equi e contendibili nel settore digitale”. In base a tale legge, l’Autorità può prestare supporto alla Commissione europea (di seguito, “Commissione”) con lo svolgimento di indagini preliminari ai sensi del DMA. Il procedimento è stato avviato in stretta cooperazione con la Commissione. I risultati dell’indagine dell’AGCM saranno trasferiti alla Commissione per sostenerla nell’esercizio del suo ruolo di unica Autorità preposta all’applicazione del DMA.
Proxigas: 80 anni di storia italiana, presentato il libro “Il gas e gli italiani”
Proxigas, l’Associazione nazionale di riferimento per il settore del gas in Italia, celebra i suoi primi 80 anni di attività. Una cifra tonda, importante, per un’associazione che, attraverso le aziende che rappresenta e riunisce, ha accompagnato lo sviluppo, la crescita e la modernizzazione del nostro Paese.Per celebrare questo traguardo storico, Proxigas presenta il volume speciale “Il gas e gli italiani”, un’opera che analizza l’impatto socioculturale, economico e geopolitico di una risorsa che ha unito territori, comunità e imprese, ha modificato abitudini e stili di vita e che oggi è nuovamente chiamata ad affrontare grandi sfide per garantire al Paese energia e sviluppo. Nel 1946 muove i primi passi ANIGAS (Associazione Nazionale Industriali Gas) in una nazione ferita e sconfitta dal secondo conflitto mondiale, bisognosa delle migliori energie per vincere prima la sfida della ricostruzione e poi quella della rinascita e del progresso. Una partita vinta grazie anche al lavoro incessante di tutti gli operatori della fliera dell’industria del gas.n“Da Presidente di Proxigas, considero un privilegio poter contribuire a questa traiettoria. Ma soprattutto, considero una responsabilità guardare avanti: perché le sfide che ci attendono richiedono lo stesso spirito che ha guidato coloro che, nel 1946, hanno deciso di scommettere sul futuro”, dichiara il Presidente di Proxigas, Pier Lorenzo Dell’Orco.
Il racconto del gas naturale coincide con la storia della modernizzazione italiana. Le scoperte dei giacimenti nella Pianura Padana da parte di AGIP e la visione strategica di Enrico Mattei hanno alimentato il “miracolo economico” italiano. La costruzione di un’infrastruttura del gas su scala nazionale è stata capace di unificare il Paese e trasformare la quotidianità delle famiglie. “Questo libro è un atto d’amore per tutti quelli che, nel corso di questi ottant’anni di storia, hanno vissuto e fatto vivere la nostra Associazione. Se oggi possiamo celebrare questo bel traguardo è grazie alla loro lungimiranza, al loro impegno e alla loro responsabilità: così è nata la nostra industria”, afferma il Direttore Generale di Proxigas, Marta Bucci presenta il significato dell’opera. “Quell’industria che ha saputo diffondere energia e speranza in un mondo che era da ricostruire e che ancora oggi è capace di sognare “in grande” rimanendo vicina ai territori”, conclude Bucci. Ricordare il passato non basta a un’associazione che, attraverso l’operato quotidiano delle sue aderenti, non aspetta il futuro ma ma contribuisce ogni giorno a costruirlo con una profonda attenzione ai valori ambientali. “Le reti del gas sono oggi anche la base per una nuova fase, in cui accanto al metano, decarbonizzato grazie a nuove soluzioni tecnologiche di Carbon Capture & Sequestration, si affermeranno progressivamente i gas rinnovabili – oggi il biometano, in prospettiva l’idrogeno – che potranno essere trasportati attraverso infrastrutture già esi- stenti, valorizzando gli investimenti realizzati in decenni di sviluppo – spiega Dell’Orco -. In questa evoluzione, resta una costante: il gas natural continua a essere vicino alle persone. Nelle case, nelle imprese, nelle città. Un’infrastruttura invisibile che rende possibile la vita quotidiana e sostiene lo sviluppo economico”.Oggi Proxigas rappresenta il punto di riferimento istituzionale per il comparto strategico dell’energia del gas, riunendo le aziende più rilevanti che operano sull’intera filiera. L’Associazione esprime numeri di assoluto rilievo per il sistema Paese: Il 100% delle aziende che gestiscono le grandi infrastrutture di trasporto, la totalità degli operatori di stoccaggio e degli impianti di rigassificazione, oltre il 90% del gas importato nel nostro Paese, circa il 60% delle reti di distribuzione e oltre il 60% dei mercati all’ingrosso e retail.
Rapporto AIEL, riscaldamento a biomassa: in Italia 8,8 milioni di generatori ma 79% ha tecnologie obsolete
Nel 2024 in Italia risultano installati circa 8,8 milioni di generatori a biomassa legnosa, quasi interamente destinati all’uso domestico e nella grande maggioranza con potenze inferiori ai 35 kW. Il dato più rilevante riguarda però la qualità tecnologica degli impianti: il 79% del parco è composto da apparecchi classificati 2 stelle o non classificabili, tecnologie ormai superate che sono responsabili di oltre il 91% delle emissioni di particolato fine del settore. Al contrario, le tecnologie più moderne – i generatori 4 e 5 stelle, che rappresentano ormai la quasi totalità delle vendite degli ultimi anni e il 12% del parco installato complessivo – contribuiscono solo per circa il 4% delle emissioni. È quanto emerge dal Rapporto statistico AIEL 2025, dedicato al ruolo del legno nel riscaldamento residenziale e commerciale, che fotografa lo stato del comparto con dati aggiornati al 2024. «I dati mostrano con chiarezza che il problema dell’inquinamento non è determinato dal nuovo installato, ma dal parco impianti più datato ancora in esercizio», sottolinea Marco Bussone, presidente di AIEL – Associazione Italiana Energia dal Legno. «Le tecnologie più recenti hanno livelli emissivi molto più bassi e prestazioni energetiche nettamente superiori. Per questo la priorità delle politiche pubbliche deve essere accelerare la sostituzione degli apparecchi obsoleti».
Negli ultimi anni il rinnovo tecnologico ha già prodotto risultati concreti. Tra il 2017 e il 2024, infatti, la progressiva diffusione di generatori più efficienti ha contribuito a ridurre le emissioni complessive di PM10 del settore di circa il 21%, nonostante il numero totale di impianti installati sia rimasto sostanzialmente stabile. Un dato che dimostra come l’impatto ambientale del riscaldamento a biomassa dipenda soprattutto dalla qualità delle tecnologie utilizzate, più che dal numero complessivo di impianti presenti sul territorio. Mantenendo l’attuale ritmo di rinnovo del parco, entro il 2030 si potrebbe ottenere un’ulteriore riduzione delle emissioni di particolato di circa il 18% rispetto ai livelli del 2024. Tuttavia, avverte AIEL, questa traiettoria non è scontata, perché l’evoluzione delle politiche e del mercato nel biennio 2024-2025 potrebbe determinare un rallentamento del turnover e quindi compromettere parte del potenziale di riduzione.
«L’analisi degli scenari contenuta nel Rapporto restituisce un messaggio chiaro – prosegue il presidente Bussone – inasprire ulteriormente i requisiti emissivi per i nuovi impianti non è la strada giusta, poiché incide su una quota ancora minoritaria del parco installato. I risultati più significativi si ottengono invece accelerando il turnover tecnologico degli impianti esistenti, intervenendo in particolare sulla sostituzione delle tecnologie più obsolete, in particolare a 2 e 3 stelle. È su questa parte di parco che si concentra la quasi totalità delle emissioni».
In questa prospettiva, il Rapporto individua alcune direttrici di intervento prioritarie: rafforzare e rendere più stabili gli incentivi alla sostituzione degli impianti più datati, migliorare il coordinamento e l’armonizzazione dei bandi regionali, intensificare i controlli sugli impianti non accatastati e promuovere campagne di informazione e formazione rivolte ai cittadini, orientate a diffondere una maggiore consapevolezza sui benefici delle tecnologie più moderne e sull’uso corretto dei biocombustibili.
Le priorità per le politiche pubbliche «Il percorso di riduzione delle emissioni è già iniziato e sta producendo risultati concreti –, conclude Bussone –. La sfida ora è trasformare il rinnovo tecnologico in una politica strutturale, accelerando la sostituzione degli impianti più obsoleti e valorizzando pienamente il contributo delle biomasse legnose alla transizione energetica».
“Fare luogo”, Confcooperative Habitat presenta il volume sulle cooperative di comunità: 25 storie di chi ha scelto di restare
C’è un’Italia che non fa notizia. Non occupa le prime pagine, non genera dibattiti nei palazzi del potere. Eppure accade ogni giorno: un borgo appenninico che perde il suo ultimo medico, un forno che abbassa la serranda, una scuola di montagna che chiude per mancanza di iscritti. È l’Italia che si svuota in silenzio. Ed è proprio da questa Italia, fragile, periferica, spesso dimenticata, che nasce Fare luogo. Cooperative di Comunità. il volume edito da Confcooperative Habitat in collaborazione con Vita, presentato oggi a Roma. Il libro racconta 25 esperienze di cooperative di comunità attive in tutto il Paese, dalle Alpi alla Sicilia: imprese nate dal basso, radicate nei territori, capaci di trasformare la fragilità in opportunità e di invertire dinamiche che sembravano irreversibili. Le cooperative di comunità non vendono solo beni o servizi: presidiano un territorio. Non tutelano solo i soci: si fanno carico dell’intera collettività. “Il panificio che riapre grazie a una cooperativa di comunità – dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – non è soltanto un negozio di pane: è un presidio sociale, un luogo di incontro, un segnale che quel borgo non ha ancora rinunciato a esistere”. “Parafrasando Benedetto Croce . aggiunge Gardini – la storia va generata e non rappresentata. Non viene calata dall’alto ma realizzata dal basso. È quello che fanno ogni giorno le oltre 131 cooperative di comunità associate a Confcooperative, dalle Alpi alla Sicilia”. La tesi di Gardini è netta: “le cooperative di comunità sono l’unico antidoto strutturale allo spopolamento delle aree interne, però in Italia non esiste, a oggi, la legge quadro nazionale sulle cooperative di comunità. Si spendono miliardi in politiche di coesione territoriale con risultati spesso deludenti. Dall’altro, si lascia senza sostegno normativo uno strumento che, nei territori dove è stato sperimentato, ha dimostrato di funzionare. Non chiediamo privilegi: chiediamo che la legge riconosca la specificità di un modello che opera nell’interesse generale, che assume su di sé funzioni che altrimenti ricadrebbero sullo Stato e che tiene vivi territori che lo Stato ha progressivamente abbandonato”..
Le testimonianze raccolte durante la presentazione hanno mostrato come la cooperazione di comunità possa assumere forme diverse ma condividere un obiettivo comune: trasformare bisogni, fragilità e risorse locali in opportunità di sviluppo sociale, economico e culturale per i territori. Per Laura Cantarella, Confcooperative Habitat, “la cooperazione di comunità opera in spazi in cui, poiché manca molto, è possibile inventare e reinventare. Sono spazi di libertà, centri pulsanti di possibilità. Riconoscono la fragilità come opportunità, intercettano i bisogni e generano risposte. Non si tratta di salvare nostalgicamente i luoghi: si tratta di riconoscerli come laboratori avanzati di un nuovo abitare, dove casa, lavoro, cura e cultura convivono e si rafforzano a vicenda”. Simone Locatelli, presidente de I Raìs (Dossena, BG): Fondata nel 2016 da un gruppo di giovani con un’età media di 22 anni, I Raìs, che in dialetto bergamasco significa “radici”, è oggi la prima azienda di Dossena. Gestisce la manutenzione del verde, servizi educativi, la biblioteca comunale, la mensa scolastica e la Trattoria Alpina. Tutti gli utili vengono reinvestiti in attività sociali per il paese. «Ci occupiamo di tutti quei servizi che sono essenziali per un paese ma che sempre più spesso nelle cosiddette aree interne scompaiono, uno dopo l’altro. Dimostrando che non è necessario abbandonare i borghi per trovare opportunità» Carla Barbanti, presidente di Trame di Quartiere (San Berillo, CT): Nel quartiere più antico e più ferito di Catania, dopo le demolizioni degli anni Cinquanta che spostarono 30.000 abitanti e decenni di abbandono, Trame di Quartiere costruisce dal 2020 un presidio sociale fatto di caffetteria di comunità, housing temporaneo, sportelli di orientamento al lavoro e all’abitare, percorsi interculturali. La cooperativa opera in uno spazio ibrido: da un lato risponde ai bisogni primari, dall’altro lavora sull’emersione della domanda sociale e sul coinvolgimento degli abitanti. «Il nostro lavoro inizia dall’abitare il quartiere, conoscere chi lo abita e costruire relazioni. Rigenerare la città significa prima di tutto rigenerare le relazioni che la rendono viva».
Simest (Cdp), Tajani inaugura la nuova sede territoriale di Bari
Prosegue il percorso di rafforzamento della presenza territoriale di SIMEST, la società del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti dedicata al sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese italiane. È stata inaugurata oggi a Bari una nuova sede operativa che consentirà di consolidare ulteriormente il dialogo con il sistema produttivo del Mezzogiorno e di ampliare l’accesso agli strumenti a supporto della crescita sui mercati internazionali. All’inaugurazione hanno partecipato il Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, il Presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, il Sindaco della Città di Bari, Vito Leccese, insieme al Presidente di SIMEST, Vittorio de Pedys, e all’Amministratore Delegato, Regina Corradini D’Arienzo. La nuova apertura conferma la volontà di SIMEST di sviluppare una rete sempre più capillare e vicina alle aziende, favorendo una presenza diretta nei territori caratterizzati da elevato potenziale di crescita e da una crescente vocazione internazionale. La sede di Bari si inserisce nel programma di ampliamento della rete nazionale e internazionale di SIMEST, sviluppato – in sinergia con la Capogruppo Cassa Depositi e Prestiti – per garantire una maggiore vicinanza alle imprese e favorire l’accesso alle opportunità offerte dai mercati globali. «L’apertura della sede di Bari rappresenta un investimento strategico nella prossimità alle imprese e nella capacità di accompagnarne i percorsi di sviluppo. La Puglia e il Mezzogiorno rappresentano oggi un’area dinamica, aperta all’innovazione e sempre più protagonista delle relazioni economiche internazionali» dichiara il Presidente di SIMEST, Vittorio de Pedys. «Con questa nuova sede rafforziamo il nostro impegno, a favore delle imprese del Sud Italia, offrendo un presidio operativo in grado di garantire un pieno supporto al sistema produttivo del territorio. In linea con il nostro ruolo di attore del Sistema Italia, guidato dalla Farnesina e insieme a Cassa Depositi e Prestiti, SACE e ICE, vogliamo essere un punto di riferimento per le aziende, mettendo a disposizione non soltanto strumenti finanziari, ma anche competenze e advisory» afferma l’Amministratore Delegato di SIMEST, Regina Corradini D’Arienzo.
DDL sviluppo agricolo, Coordinamento Free: siamo preoccupati
Il Coordinamento FREE esprime forte preoccupazione per l’emendamento all’art. 5 del DdL Sviluppo Agricolo che vieta l’espianto degli oliveti destinati a produzioni DOP, IGP e altri regimi di qualità esclusivamente quando finalizzato alla realizzazione di impianti da fonti rinnovabili. La tutela del patrimonio olivicolo nazionale, della sicurezza alimentare e delle produzioni agricole di qualità è fondamentale. Ma una norma efficace deve essere coerente, neutrale e applicata a tutte le opere che comportano la rimozione di colture pregiate, non soltanto alle energie rinnovabili. Come sottolinea il Presidente di FREE, Attilio Piattelli: “Se un oliveto di pregio va protetto, deve esserlo a prescindere dall’opera che ne determina l’espianto. Non si comprende perché il divieto debba riguardare esclusivamente gli impianti rinnovabili, lasciando fuori altre infrastrutture o opere energetiche. Una misura costruita in questo modo rischia di trasformarsi in un intervento selettivo contro la transizione energetica, alimentando una contrapposizione artificiale tra agricoltura e rinnovabili. Noi crediamo invece che il Paese abbia bisogno di: regole chiare e coerenti, pari trattamento tra le diverse destinazioni d’uso del territorio, pianificazione e integrazione tra agricoltura ed energia, tutela reale delle produzioni agricole di qualità. Le fonti rinnovabili non sono il nemico dell’agricoltura. Se correttamente pianificate, possono convivere con le colture, sostenere il reddito delle imprese agricole e rafforzare l’economia dei territori. Proteggere gli oliveti è giusto. Farlo solo contro le rinnovabili è sbagliato”.