Un po’ di urbanistica, per favore

17 Feb 2026 di Marcello Capucci

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Sono bastati pochi giorni di rientro in un Comune, per toccare con mano il difficile momento in cui versa il sistema della pianificazione locale, sempre più disarmata davanti a numerose incursioni normative statali. Prendiamo a pretesto il caso degli studentati, per una breve riflessione di senso. Il Decreto MUR 481 del febbraio 2024, poi successivamente modificato e integrato, finanzia la realizzazione di alloggi per studenti. Il DL 160 dell’ottobre dello stesso anno (Disposizioni urgenti … per una migliore attuazione del PNRR) introduce rilevanti modifiche alla Legge 338/2000 (“Disposizioni in materia di alloggi e residenze per studenti universitari”), di fatto inserendo una serie di norme derogatorie alle discipline urbanistiche vigenti, sia nazionali che locali. (…)

La premessa – che è ricorrente in molta produzione legislativa PNRR-related –  è che tutto è finalizzato al recupero del patrimonio esistente, naturalmente senza consumo di suolo.  O forse, più laicamente, alla conversione di volumetrie e cubature che giustificano, con bonus volumetrici più o meno estesi (nel caso degli studentati fino al 35%, senza la necessità di reperimento di alcuno standard urbanistico), di poter realizzare nuovi edifici e di nuove funzioni nel corpo della città esistente.

Qualcuno però dimentica che fa parte della “città esistente” anche – ad esempio – il vecchio capannoncino del fabbro ormai pensionato nella piccola frazione del forese, raggiunta si e no da due autobus al giorno: dove uno studentato diventa realizzabile con semplice conversione delle volumetrie che c’erano, magari ampliate. E dove nessuno studente – a meno che a fianco abbia una sede distaccata di agraria – avrebbe probabilmente mai immaginato di andare a finire, se non affascinato dall’idea avere la stanza quasi gratis.

Derogare, o meglio – possiamo dirlo? – infischiarsene proprio del piano, come se non esistesse, come se fosse un fardello insopportabile, credo che porterà molto presto a numerose sciagure.

Stiamo alimentando i presupposti per dare lavoro alla rigenerazione urbana dei prossimi decenni: peccato che lo faremo su oggetti nuovi, promossi sulla carta per essere essi stessi ragione di riuso e rigenerazione; e che invece rischiano concretamente di lasciare sul campo scuole demolite e mai ricostruite, edifici pubblici ristrutturati ma vuoti di contenuti, nuove funzioni sparpagliate qua e là: per diverse delle quali assisteremo a lente agonie.

Di errori certo se ne fanno sempre, ma con un po’ di sciatteria in meno e qualche modesta riflessione in più, avremmo potuto almeno limitarli.

Che i piani, nel loro invecchiare senza mettersi seriamente in discussione rispetto ad una realtà evoluta diversamente da come la avevano immaginato, dicano spesso cose incomprensibili, anacronistiche, e non di rado anche poco legittime, è noto a tutti.

Lo fanno anche i piani migliori, che proprio perché vogliono essere i migliori, spesso complicando e complicandosi l’esistenza con procedure complicatissime, valutazioni e monitoraggi impraticabili, obiettivi e scenari irraggiungibili.

Come in tutti i campi, c’è un momento in cui le norme servono, ed uno in cui smettono di essere utili e diventano o fini a sé stesse (spesso proprio per voler essere i migliori), o finalizzate solo a stabilire di chi sia la colpa in caso di contenzioso: cosa che – se fossero scritte bene –  sarebbe anche ampiamente condivisibile: ma non lo sono praticamente mai e l’effetto concreto è esattamente l’opposto.

Io credo che da ormai diverso tempo siamo arrivati a questo momento. Che richiede di essere preso in mano, con serietà e soprattutto recuperando competenza: quella in particolare della Urbanistica con la maiuscola, sempre meno presente sui tavoli istituzionali.

Perché la risposta non può essere quella di fare terra bruciata non tanto del piano in sé, ma proprio di una minima capacità di saper fare pianificazione, dentro una leale concertazione istituzionale.

Che uno studentato possa essere realizzato in un contesto urbano consolidato, dove il piano non lo prevede, può essere. Che si possa decidere che gli studenti non debbano arrivarci con l’auto, può essere anche questo: fermo restando che se qualche studente decide di prenderla, la macchina, nessuno glielo potrà impedire, e la sua auto dovrà trovare un parcheggio in un tessuto urbano probabilmente già un po’ in sofferenza: quindi magari qualche valutazione in merito potrebbe avere un qualche senso.

Accettiamo anche l’idea che la volumetria esistente sia il parametro che limita l’intervento realizzabile e il numero di studenti insediabili, ma magari consideriamo che non sia aumentabile tout court del 35%. Le percentuali potrebbero applicarsi a soglie scalari: il 35% di 1.000 metri cubi  forse è innocuo, di 10.000 probabilmente un po’ meno.

Accettiamo infine che per la durata del finanziamento non sia calcolato l’incremento del valore catastale e dunque non si applichi alcuna variazione IMU. Però condividendo tutti che ciò significa che la città sta subendo passivamente ed integralmente questi interventi, non ne ricava risorse dirette, e può solo sperare che il bilancio complessivo tra costi e benefici collettivi (non pubblici!) sia positivo.

Però, almeno, possiamo discutere – io direi per la qualità della vita di quei ragazzi, ma se qualcuno preferisce anche solo per la buona riuscita finanziaria della operazione – se ad esempio questi studentati abbia senso piazzarli nella periferia di capannoni industriali dove alle sei di sera è il deserto, magari a un’ora di trasporto pubblico (non hanno l’auto, remember?) dalla sede delle lezioni e da quelle minime funzioni urbane di cui reciprocamente – studenti e città – potrebbero godere?

Perché non dovremmo mai dimenticare una questione essenziale di questo mestiere, e che è molto semplice: che mentre i contenuti cambiano rapidamente, i contenitori restano, e con quanto più sono specializzati con quanto più determinano inerzie ai loro possibili riusi.

Quindi, quando avremo sbagliato, l’errore starà lì: lui sì resiliente davvero.

Ciò che sta avvenendo in questo deprimente scontro tra livelli istituzionali, non riuscirà a garantire uno sviluppo equilibrato dei territori (sostenibile e inclusivo, tanto per non dimenticare il refrain) né a livello urbano, né a livello territoriale (se ci sarà spazio, affronteremo in un’altra puntata qualche riflessione sulle rinnovabili); e di molti interventi recenti dovremo curare le ferite nel prossimo futuro.

Ogni livello ha certamente la sua dose di responsabilità: ma almeno evitiamo di perseverare, ricostruiamo qualche tavolo di confronto, e discutiamo seriamente di come praticare bene il governo del territorio per i prossimi anni; per ricominciare a fare bene un po’ di urbanistica. Per favore!

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