IL CONVEGNO DELL'ASSOCIAZIONE DEI COSTRUTTORI
Ance: un Piano per l’Italia, misure strutturali per la sfida dell’adattamento e il dissesto idrogeologico
Una nuova governance nazionale con una cabina di regia a Palazzo Chigi; una struttura stabile per accelerare l’approvazione dei progetti; l’adozione del “modello Pnrr” con tempi certi e controlli stringenti; un sistema unico di raccolta dati e monitoraggio digitale; una programmazione finanziaria di lungo periodo, anche guardando al bilancio europeo 2028-2034. Brancaccio: soluzioni strutturali per un’emergenza cronica.
IN SINTESI
Le grandi e gravi emergenze geopolitiche internazionali che incombono non devono far passare in secondo piano o derubricare un’emergenza “cronica” che attanaglia il nostro Paese e che, invece, richiede fatti e risposte concreti e risolutivi. E’ questo l’assunto, spiegato da Federica Brancaccio, presidente di Ance, che ha promosso, pur in una fase così turbolenta, il convegno per la presentazione di “Un Piano per l’Italia. Ridurre i rischi, ridurre i costi: strategia e regia condivise per prevenire, adattare e mettere in sicurezza città e territori”, iniziativa che si inserisce nel calendario degli eventi collegati alla conferenza “Città nel futuro”, ciclo di incontri dedicato alle trasformazioni urbane e alle sfide della sostenibilità con la direzione di Francesco Rutelli. Un’occasione per mettere, nero su bianco, i numeri di questa emergenza e, soprattutto, per indicare le strategie di adattamento climatico che poggiano su cinque capisaldi: una nuova governance nazionale con una cabina di regia presso Palazzo Chigi; una struttura stabile per accelerare l’approvazione dei progetti; l’adozione del “modello Pnrr” con tempi certi e controlli stringenti; un sistema unico di raccolta dati e monitoraggio digitale; e una programmazione finanziaria di lungo periodo, anche guardando al bilancio europeo 2028-2034.
Dal 2010 stanziati per la prevenzione 21,6 mld, conclusi cantieri solo per 3,9 mld
Inevitabile partire dai numeri. Una prima anticipazione (come Diac Diario ha riferito) è arrivata, nei giorni scorsi, con un numero che già da solo rende la portata dell'”emergenza cronica di un Paese fragile”, come ha detto Brancaccio aprendo i lavori, con circa il 94,5% dei comuni italiani esposti a rischio idrogeologico. Nei primi tre mesi dell’anno oltre 1 miliardo e 200 milioni di euro sono stati, infatti, già previsti per affrontare le emergenze derivanti dagli eventi alluvionali nel Centro-Sud Italia, tra cui il ciclone Harry e le frane a Niscemi e in Molise. Si tratta di una cifra ingente che supera i 933 milioni stanziati con la legge di Bilancio per affrontare le emergenze in tutto il 2026. Morale: per riparare i danni degli eventi calamitosi spendiamo sempre di più, sacrificando investimenti e prevenzione. Negli ultimi 15 anni la spesa per i danni da dissesto ideogeologico è più che triplicata passando da una media di 1 miliardo l’anno a 3,3 miliardi, secondo il Rapporto Ance-Cresme. Aggiungendo i costi per danni di terremoti, incendi, mareggiate e siccità si arriva alla cifra monstre dei 12 miliardi l’anno, come emerge dall’analisi condotta da Erasmo D’Angelis e Mauro Grassi nel volume ‘Fuori dalle Emergenze’. E c’è anche un altro dato che evidenzia il potenziale degli investimenti in prevenzione: è quello indicato dallo stesso Grassi, direttore della Fondazione Earth Water Agenda. “Per ogni dollaro speso in prevenzioni ne vengono risparmiati quattro”, ha spiegato nel suo intervento al convegno dal titolo “Conoscere i danni, conoscere i costi e uscire dalle emergenze con un Piano nazionale di prevenzione e riduzione dei rischi”.
Il problema non è solo la scarsità di risorse, ma soprattutto la dispersione di competenze e finanziamenti. A partire dal 2010 è possibile quantificare in 21,6 miliardi i fondi destinati alla realizzazione di interventi contro il dissesto idrogeologico. Di questi circa 19 miliardi sono stati assegnati, secondo i dati raccolti dal Repertorio Nazionale degli Interventi per la Difesa del Suolo – Rendis, a 24.000 interventi su tutto il territorio nazionale. Dall’analisi emerge che, circa il 18% è di competenza del Ministero dell’Ambiente, corrispondente al 36% del valore complessivo degli investimenti. Il resto è ripartito tra cinque amministrazioni titolari: Ministero dell’Interno, Ministero dell’Agricoltura, Dipartimento per la Protezione Civile, Dipartimento Casa Italia e Regioni. Una corretta programmazione e realizzazione degli interventi ha bisogno di informazioni certe e puntuali. Ma, purtroppo, i dati disponibili non vanno in questa direzione. La stessa piattaforma Rendis, che dovrebbe fornire un quadro informativo unitario e sistematicamente aggiornato delle opere e delle risorse destinate alla difesa del suolo, mostra limiti informativi evidenti. Dai dati disponibili emerge che il 38% dei cantieri finanziati a partire dal 2010, corrispondente al 37% del valore, risulta da avviare o privo di informazioni. Difficile avere contezza della situazione di fronte al mancato aggiornamento da parte delle amministrazioni titolari e di una scarsa interoperabilità con le banche dati esistenti. Peraltro, la situazione risulta ancora più cupa, sottolinea l’Ance, se si considerano gli interventi di competenza diversa dal Ministero dell’ambiente: la percentuale di interventi da avviare o per i quali i dati non sono stati comunicati sale al 42% nel numero e al 46% nel valore. Negli ultimi anni – anche su proposta dell’Ance – i Governi hanno più volte affrontato il tema del dissesto idrogeologico. Nel 2014 è stata istituita una Struttura di Missione, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, per superare la frammentazione delle competenze e rafforzare il coordinamento tra i livelli istituzionali. A questa esperienza, interrotta nel 2018, è seguito l’avvio, presso il Ministero dell’Ambiente, del Piano “ProteggItalia”, dotato di 14,3 miliardi dal 2018 al 2030, volto a promuovere un approccio più integrato tra prevenzione ed emergenza.
Tuttavia, i risultati conseguiti sono ancora insufficienti, confermando la necessità di un deciso rafforzamento della regia nazionale e degli strumenti di programmazione e attuazione. In questo scenario, le imprese di costruzioni si sono attrezzate per affrontare la crisi climatica, facendosi promotrici di interventi innovativi e integrati e sviluppando progetti in grado di resistere, assorbire e reagire agli impatti climatici, rafforzando così la capacità adattiva degli spazi urbani.
Come correre ai ripari, come voltare pagina rispetto allo status quo? “Serve un piano strutturale perché non possiamo più intervenire a catastrofe avvenuta, non solo perché costa di più, ma anche perché il costo della perdita di territorio, di abitazione, di memoria dei luoghi è un costo non stimabile”, è la strada che indica Brancaccio rilanciando l’impegno dell’associazione su questo fronte. “Storicamente nella percezione siamo quelli che costruiscono, rovinano e cementificano ma sono anni ormai che il nostro settore è cambiato” infatti “è fortemente anche collegato alle tecnologie, all’ambiente, alla cura del territorio”, ha rimarcato. Secondo Francesco Rutelli, serve “un cambiamento di fondo, che sia conveniente sul piano economico, per la sicurezza del Paese, ma anche per far crescere le imprese, creare lavoro”. Per l’ex sindaco, il cambio di passo “comporta un piano di investimenti per la nazione che costa molto meno, però, che riparare i danni. I cinque punti da noi individuati sono indispensabili. Serve cambiare subito approccio e strategie”.
La risposta, come anticipato, è in un Piano in cinque mosse. La prima riguarda l’adattamento climatico dei centri urbani e dei territori. Si punta a un nuovo approccio integrato della pianificazione urbanistica, con particolare attenzione al verde, anche in linea con gli obiettivi europei sulla Nature Restoration Law. La transizione, si sottolinea, deve essere graduale e realistica, rispettosa delle specificità locali e accompagnata da adeguati finanziamenti, valorizzando la gestione della vegetazione per migliorare la qualità della vita. Il secondo punto interviene sulla governance, con la proposta di istituire una Cabina di regia presso la Presidenza del Consiglio con funzioni di coordinamento e indirizzo delle politiche di adattamento e prevenzione. Accanto a questa, una struttura operativa stabile sul modello di quelle adottate per la ricostruzione post-sisma, per velocizzare le procedure autorizzative e superare la frammentazione delle competenze. Ai Presidenti di Regione verrebbe affidato il ruolo di commissari straordinari per l’attuazione degli interventi. Terzo capitolo dedicato all’attuazione, con il richiamo al modello Pnrr: tempi certi, obiettivi intermedi e controlli rigorosi per monitorare non solo l’avanzamento delle opere ma anche i risultati. Sul fronte degli appalti, l’obiettivo è coniugare rapidità e trasparenza, garantendo maggiore concorrenza e ampia partecipazione degli operatori qualificati, soprattutto per gli interventi di maggiore entità. La quarta proposta punta sulla digitalizzazione, con la creazione di un sistema unico di raccolta e analisi dei dati lungo tutto il ciclo di vita degli investimenti. Si propone di estendere la piattaforma ReGiS anche agli interventi di mitigazione e di introdurre i digital twin, strumenti in grado di integrare dati di progetto, cantiere e gestione, migliorando la capacità decisionale pubblica e consentendo di misurare i benefici in termini ambientali. Infine, il tema delle risorse. Il piano evidenzia la necessità di garantire stabilità nei finanziamenti per consentire una pianificazione di lungo periodo, individuando nel Quadro Finanziario Pluriennale europeo 2028-2034 un possibile canale. Allo stesso tempo, si propone di valutare margini di flessibilità nelle regole di bilancio Ue, con l’introduzione di una clausola di salvaguardia che escluda dal Patto di stabilità le spese per investimenti in adattamento climatico e prevenzione dei rischi.
Musumeci: ‘pronto il Ddl per l’istituzione di una cabina di regia. Aspettiamo il Mase’. Pichetto: ‘dato le risposte. Aspettiamo noi le osservazioni’
Un primo segnale dal Governo è arrivato dal ministro per la Protezione Civile, Nello Musumeci, con l’annuncio di “un disegno di legge che prevede l’istituzione di una cabina di regia presso Palazzo Chigi, della quale dovranno far parte i ministeri che oggi continuano a derogare risorse per il contrasto al dissesto ma senza una regia, senza una pianificazione, senza un particolare criterio”. “Sono davvero contento – ha detto – di potervi dire che abbiamo sollecitato gli uffici competenti presso il Ministero dell’Ambiente affinché possano finalmente licenziare il nostro documento e dirci quello che va, quello che non va, quello che va integrato, quello che va cancellato”. Ma poi il titolare del Mase, Gilberto Pichetto Fratin, ha subito precisato, in una sorta di botta e risposta a distanza: “Abbiamo dato le risposte a suo tempo. Stiamo aspettando che ci siano le osservazioni. La cabina di regia va bene solo se snellisce e alleggerisce”. Il dissesto idrogeologico – ha aggiunto il ministro – oggi è un problema ancora più stringente per “una ragione molto semplice: abbiamo un cambiamento climatico che determina una serie di eventi che prima erano considerati secolari e adesso rischiano di essere annuali”. Ha posto l’accento, invece, sulla “resilienza idrica” il ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le Politiche di coesione Tommaso Foti, sottolineando la necessità di integrare la gestione della risorse nelle politiche territoriali e di adattamento. “Serve un piano di investimenti strutturali e coordinato – ha detto – capace di modernizzare le infrastrutture per garantire una gestione sostenibile delle risorse: in questo quadro la politica di coesione europea rappresenta un tassello fondamentale”. Ricostruendo il complesso dei finanziamenti in campo europeo e nazionale Foti ha ricordato che “sono a disposizione 5,5 miliardi di euro destinati a migliorare la resilienza del sistema idrico nazionale, ridurre le perdite, migliorare l’efficienza delle infratrutture esistenti e l’adattamento al cambiamento climatico”.
La presentazione del Piano è stato al centro di un ampio dibattito a tutto campo tra rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo e della ricerca: dai temi dell’evoluzione normativa in tema di mutamento e adattamento climatico, affrontati da Natalia Bagnato, Head of ESG Ontier, ai cambiamenti della statistica del clima illustrati da Giulio Boccaletti, Direttore scientifico Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici. “Prevenire è l’unica soluzione realmente efficace ed economicamente sostenibile: ogni euro investito in prevenzione riduce i costi futuri di riparazione”, ha detto Marco Lombardi, ceo di Proger, secondo il quale la frana di Petacciato – tra gli eventi più rilevanti degli ultimi anni in Europa sul piano del dissesto idrogeologico – evidenzia una fragilità strutturale che impatta direttamente su mobilità, economia e continuità produttiva. “Quando la manutenzione è assente o insufficiente, i danni si accumulano fino a trasformarsi in disastri. – ha spiegato Lombardi- La manutenzione è un’attività silenziosa e invisibile, finché non viene a mancare, nel qual caso esplode in tutta la sua assordante fragranza. È fondamentale un piano strutturale di prevenzione e manutenzione programmata non possiamo più permetterci di inseguire le emergenze: la normalità è governare il cambiamento”. Sono intervenuti, tra gli altri, Giuseppe Bicchielli, Presidente della Commissione Parlamentare di inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano, Guido Castelli, Commissario Straordinario per la Ricostruzione Sisma 2016, Maria Alessandra Gallone, Presidente Ispra, Luigi Ferrara, Capo Dipartimento Casa Italia e Umberto Guidoni, Co-Direttore Generale Ania.