DIARIO POLITICO

Meloni-Schlein: la sfida a distanza conviene a entrambe

15 Dic 2025 di Pol Diac

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L’ennesimo affondo di Giorgia Meloni contro Elly Schlein a chiusura di Atreju non sorprende nessuno. La Premier aveva già seguito lo stesso copione lo scorso anno. Schlein è lo sparring partner ideale: colpirla a distanza serve a spostare l’attenzione dei media – e soprattutto degli elettori – su un pericolo che, allo stato attuale, semplicemente non esiste.

Perché il cosiddetto campo largo è tutt’altro che un fronte compatto. Giuseppe Conte lo ha detto senza giri di parole, proprio dal palco allestito da Fratelli d’Italia: l’alleanza con i dem non è affatto cosa fatta. E la decisione stessa di partecipare ad Atreju, sabotando più o meno consapevolmente il faccia a faccia tra la leader del Pd e la Premier, è l’ennesima conferma. Meloni lo sa benissimo. Non a caso ha contribuito direttamente al risultato, allargando l’invito anche al presidente del M5s. Poi, a sfida fallita, ha accusato Schlein di essere fuggita, chiosando con ironia: “La verità è che il campo largo lo abbiamo riunito qui noi e l’unica che dovrebbe federarlo non si è presentata”. Una battuta riuscita, ma che esaurisce lì le buone notizie per la Presidente del Consiglio. Già oggi Meloni sarà a Berlino per l’incontro sull’Ucraina tra Zelensky,  i “volenterosi” e i rappresentanti americani, mentre mercoledì tornerà in Parlamento per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo. È qui che l’equilibrismo si fa pericoloso. L’Italia si muove in modo ondivago: non può rompere con Macron, Starmer e Merz, ma non vuole nemmeno deludere il suo principale alleato, Donald Trump. Anche perché lo sgarbo potrebbe costarle caro sul fronte interno. Matteo Salvini è infatti tornato a sparare contro gli europei che non si rassegnano alla resa di Kiev e, soprattutto, ha rimesso in discussione il via libera al decreto per continuare ad armare l’Ucraina. Il leader della Lega assicura di non voler creare problemi alla Premier (“con Giorgia mi lega un’amicizia che va oltre i programmi elettorali”), ma intanto lascia filtrare senza troppi sforzi il disallineamento tra Palazzo Chigi e il suo partito. La stanchezza degli italiani per una guerra che sembra non finire e il sodalizio tra Trump e Putin lo ha ringalluzzito e su questo punto la Lega appare insolitamente compatta.Una prima cartina di tornasole sarà la risoluzione di maggioranza attesa mercoledì. Ma il test vale anche per l’opposizione, che ancora una volta procederà in ordine sparso. Del resto la linea di Conte lascia poco spazio alle interpretazioni benevole. Il leader M5s ha ribadito nei giorni scorsi che l’Europa ha fallito, ha puntato su una causa persa e ora non deve intralciare la mediazione di Trump. Una posizione che è la fotocopia di quella di Salvini e alla quale Schlein non ha replicato. Un silenzio più che eloquente. La segretaria dem, anche ieri all’Assemblea nazionale del partito convocata in contemporanea con Atreju, ha attaccato Meloni accusandola di aver accettato la richiesta americana di portare la spesa per la difesa al 5% del Pil (“doveva dire no, come ha fatto Sánchez”). Ma sull’Ucraina si è limitata a una formula prudente: Kiev e l’Europa devono sedere al tavolo delle trattative perché “non si può lasciare questa vicenda alle telefonate bilaterali tra Trump e Putin”. Un po’ pochino. Ma andare oltre avrebbe amplificato le fratture. La politica estera resta un terreno minato. Per Schlein, che fatica a trovare una linea riconoscibile, ma ancora di più per Meloni, costretta da Presidente del Consiglio a tenere insieme alleati esterni e malumori interni, mentre all’orizzonte si profila un andamento economico tutt’altro che rassicurante. Un quadro che emerge anche dalla legge di Bilancio, improntata alla massima parsimonia, e che continua a dividere una maggioranza sempre più nervosa.

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