AGENDA SUD 2030

Rigenerazione urbana, ambientale, sociale, economica: le Regioni lavorano, manca una legge quadro. Brancaccio: nessun governo l’ha capito, le città sono a un punto di rottura

Puglia e Campania in prima fila come laboratori sull’attuazione dei progetti, pur con ritardi di spesa, mentre Calabria e Sardegna presentano ancora qualche gap di personale tecnico. Ma il Mezzogiorno emerge come uno dei principali destinatari delle politiche di rigenerazione urbana, superando l’obiettivo minimo del 40% di assegnazione delle risorse. Adesso, un piano strutturale post-Pnrr.

18 Apr 2026 di Mauro Giansante (da Napoli)

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Rigenerazione urbana, ambientale, sociale, economica: le Regioni lavorano, manca una legge quadro. Brancaccio: nessun governo l’ha capito, le città sono a un punto di rottura

“La rigenerazione deve essere esplicitamente orientata a obiettivi ambientali e sociali, oltre che economici”. Edoardo Croci (Italia Nostra) e Mario Rosario Mazzola (Merita) lo scrivono senza giri di parole: per riformare davvero i contesti urbani occorre “un approccio sistemico” perché la riqualificazione “non riguarda solo gli edifici, ma anche le dinamiche economiche, socio-culturali, ambientali di un’area”. Ricordano Croci e Mazzola, “la rigenerazione urbana ha caratteristiche multidimensionali ed in particolare integra, in coerenza con i target dell’obiettivo 11 dell’Agenda 2030”. Cosa si sta facendo in Italia? Le Regioni si muovono, con oltre la metà che ha adottato leggi specifiche e quasi tutte hanno comunque introdotto norme sul tema all’interno della legislazione urbanistica regionale. Regole specifiche per ridurre il consumo di suolo, promuovere il recupero del patrimonio edilizio esistente e riqualificare aree degradate prevalentemente attraverso incentivi volumetrici e semplificazioni amministrative. Quello che manca, segnala invece il paper di Merita presentato e discusso stamani al forum sul post-Pnrr nel Mezzogiorno a Napoli, è una legge quadro nazionale. Sì, c’è un ddl in discussione al Senato ma è in alto mare.

Tra le Regioni più virtuose ci sono proprio Campania e Puglia. La prima, con quasi mezzo miliardo assegnato e oltre il 90% di gare aggiudicate ma con difficoltà nella spesa effettiva. La seconda, con i progressi nei programmi Pinqua da un lato e la sfida dell’abitare: oltre il 40% degli interventi riguarda, infatti, il recupero di edifici esistenti per housing sociale senza nuovo consumo di suolo. A Napoli, ha spiegato la vicesindaca e assessora all’urbanistica Laura Lieto, “il Pnrr ha riguardato interventi proprio sui servizi e sulle case pubbliche con oltre mille alloggi per tremila abitanti” anche se “qui la crisi abitativa è trentennale”. Dei progetti in corso a Bari ne ha parlato il sindaco Vito Leccese. “Siamo diventati città molto vivibile anche se ora ci sono 190 cantieri aperti”. C’è il parco Costa sud che sarà irrigato da acque irrigue, con anche “56 ettari a orti urbani, 23 km di piste ciclopedonali e la saldatura tra due quartieri”, grazie al meccanismo della perequazione e compensazione, “che diventa metodo per il piano urbanistico generale, di cui abbiamo approvato la scorsa settimana l’atto d’indirizzo”. In Calabria e Sardegna, invece, si riscontrano difficoltà più forti con una carenza di personale tecnico nei piccoli comuni.

Venendo alle mancanze su scala nazionale, l’allarme più forte è quello rilanciato dalla presidente dell’Ance Federica Brancaccio: “Un altro Pnrr non ci sarà”, esordisce, “da un lato per fortuna perché vorrà dire non ci saranno altre catastrofi. Ma sulle rigenerazione urbana siamo al 77° tentativo di legislazione, vicini al 78°. Eppure, la rigenerazione urbana impatta su tutto”. Punge, Brancaccio: “Nessun governo ha capito che la legge del 1942 aveva esigenze diverse in un mondo diverso. Dobbiamo affrontare il tema di un’urbanistica più coerente con l’oggi”. Secondo la presidente dei costruttori, però, l’urbanistica “è quanto di più politico ci sia e si va avanti con interventi spot come la riforma testo unico”. Di qui la ricetta che servirebbe: “Gli ultimi tentativi sonofalliti perché senza investimenti privati la rigenerazione ha le gambe corte. Regole chiare, agevolazioni fiscali, compensative”, è la strada. “Codifichiamo una volta per tutte impatto sociale degli interventi. Le città oggi sono più vivibili, vero, ma siamo a un punto di rottura perché se espellono residenti, giovani, non danno più servizi per cui sarebbero attrattive e inclusive. Vanno rivisti anche gli standard sulle attrezzature”. Il modello dei Comuni sulle capacità di spesa raddoppiate è un altro modello a cui ispirarsi. Purché “non si faccia l’errore di parlare di rigenerazione, casa, dissesto come temi separati”.

Intanto, concludendo i lavori della mattinata e della due giorni, il ministro al Pnrr Tommaso Foti ha lodato il lavoro del governo sul piano. “Al 28 febbraio 2026 la spesa certificata è di 113,5 miliardi rispetto ai 153 ad oggi conquistati sul campo, avendo raggiunto gli obiettivi previsti dalle rate: 366 obiettivi per 8 rate”. E ha ricordato che “ci sono anche i 27 miliardi pendenti di strumenti finanziari, quindi la spesa in realtà rapportata ai fondi ricevuti non a caso supera di gran lunga la media europea come la media degli obiettivi raggiunti superano di gran misura la media degli obiettivi europei, tenendo presente che questo italiano è un piano che è il più importante tra i piani che la Commissione europea ha approvato”. Infine: “Non vi è un piano pari al nostro, vi era un piano che si avvicinava al nostro da 194,4 miliardi, era quello della Spagna, ma nell’ultima revisione l’ha tagliato di 60 miliardi. L’avessimo fatto noi in Italia penso saremmo stati linciati sulla pubblica piazza”.

Quali prospettive, allora? Secondo il paper di Croci e Mazzola, la rigenerazione urbana va resa strutturale con un Fondo nazionale permanente, integrato con fondi europei, per garantire continuità post-Pnrr. Adottare, in secondo luogo, iani di rigenerazione urbana che non includano solo la dimensione fisica dell’abitare, ma tutte le componenti materiali e immateriali di un territorio. Poi, introdurre criteri vincolanti su inclusione abitativa, efficienza energetica, consumo di suolo e accessibilità ai servizi. E, infine, progettare le trasformazioni urbane considerando gli impatti del cambiamento climatico per aumentare la resilienza. Il tutto, tramite nuova capacità amministrativa, d’integrazione con le economie locali (obiettivo vivibilità, spiega Mazzola nel focus sui servizi locali), con capitale privato e un monitoraggio continuo. Il Mezzogiorno può fare da laboratorio e forse anche di più.

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