LA GIORNATA
Referendum, vince il No con il 54%. Sconfitta Meloni: occasione persa
- Iea: si rischia la più grave crisi energetica degli ultimi decenni
- Mercosur, arriva la notifica: dal primo maggio al via l’applicazione provvisoria
- Fs, al via la sperimentazione della propria rete 5G lungo l’Av Torino-Milano
IN SINTESI
Il No al 54% e un’affluenza record al 59%. Sono le due percentuali che sigillano la tornata elettorale sul referendum sulla Giustizia. I primi instant poll, subito dopo la chiusura dei seggi, davano il No in vantaggio ma con una forchetta ristretta rispetto al Sì, consegnando un risultato che vedeva il Paese spaccato a metà. Ma poi lo scrutinio reale dava un altro risultato, con il fronte contrario alla riforma Meloni-Nordio che ampliava il proprio vantaggio fino a decretare la vittoria con 14 milioni di No. Verdetto molto amaro e inaspettato in queste proporzioni per il Governo e per la premier Giorgia Meloni, che deve incassare la prima dura sconfitta con un carico di incognite sulle ripercussioni che avrà sulla tenuta della maggioranza e sull’ultimo tratta di strada dell’esecutivo. “Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia”, è stato il primo commento di Meloni affidato a un videomessaggio sui social. “La sovranità appartiene al popolo e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza. Il governo ha fatto quello che aveva promesso, portare avanti una riforma della giustizia che era scritta nel nostro programma elettorale. L’abbiamo sostenuta fino in fondo e poi abbiamo rimesso la scelta ai cittadini e i cittadini hanno deciso. E noi come sempre rispettiamo la loro decisione. Resta chiaramente il rammarico – aggiunge parlando all’aperto, con una siepe alle spalle – per un’occasione persa di modernizzare l’Italia ma questo non cambia il nostro impegno per continuare con serietà e determinazione a lavorare per il bene della nazione e per onorare il mandato che ci è stato affidato. Andremo avanti come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, con determinazione e soprattutto con rispetto verso l’Italia e verso il suo popolo”. Anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, bocciato nella sua Treviso, prende atto “con rispetto della decisione del popolo sovrano”. “Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione. Rimaniamo convinti, come milioni di italiani che meritano rispetto e gratitudine, che sia necessario migliorare il sistema della giustizia. Anche per questo, il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione”, come il vicepremier e segretario della Lega, Matteo Salvini. certo il campo largo non mollerà la presa sulla prima vera sconfitta politica del governo. Dopo le prime reazioni, in serata la sintesi della giornata la fa un alto in grado di FdI: “È andata molto male”. Peggio delle peggiori aspettative, perché quello sul referendum sulla giustizia è stato, vista anche l’affluenza record, inevitabilmente “un voto contro il governo”. Meloni ne parla coi suoi vicepremier, Tajani e Salvini, che sente per fare prime valutazioni di un risultato che coglie il centrodestra parecchio di sorpresa di fronte a un esito cosi inequivocabile. Appare chiaro che ora l’ultimo miglio della legislatura sarà più complicato. “Sarà un anno di campagna elettorale”, tutto sull’ottovolante, e “le fibrillazioni” non potranno che aumentare, pronostica un big della maggioranza che di stagioni del centrodestra ne ha vissute parecchie
Esultano le opposizioni, scese in piazza in serata per festeggiare la vittoria. “Dalle urne arriva un messaggio politico chiaro a Meloni e al governo, ma anche a noi. C’è già una maggioranza alternativa al governo”, commenta a caldo la segretaria del Pd, Elly Schlein. “Arriva un messaggio politico chiaro a Meloni e al governo, che ora devono riflettere, devono ascoltare il Paese e le vere priorità. E’ anche un messaggio per noi. Il Paese chiede un’alternativa e noi abbiamo la responsabilità di organizzarla. C’è già una maggioranza alternativa al governo. Questo voto ci consegna una grande responsabilità. Lavoreremo con le forze della coalizione progressista per costruire l’alternativa”. Schlein guarda ora oltre il referendum: “Batteremo Meloni alle prossime politiche, l’ho detto prima e lo ribadisco dopo. E’ chiaro che questo voto con un’affluenza molto alta è un messaggio di cui il governo deve tenere conto”.
L’analisi del voto evidenzia che sulla bilancia del NO hanno pesato quegli elettori ‘dormienti’, che in genere non votano ma questa volta sono scesi in campo per dire la loro sulla riforma della giustizia. È questa fetta di elettorato che ha spiazzato i sondaggisti e ha smentito la tesi sostenuta nel corso della campagna elettorale secondo cui una maggiore affluenza alle urne avrebbe premiato il SÌ, Secondo diversi istituti demoscopici questa particolare fetta di elettorato (stimata tra il 10 e il 15%) si è espressa in massa contro la riforma della giustizia: la percentuale stimata va dal 57,7% al 65%. Una novità rilevante per l’esito del voto ma che da sola forse non riesce a spiegare il risultato della consultazione popolare. Ad incidere sarebbero stati anche i distinguo registrati in particolare nell’elettorato più moderato del centrodestra.
Secondo il consorzio Opinio Italia gli elettori di Forza Italia e Noi Moderati avrebbero votato sì solo nell’82,1% dei casi e no nel 17,9%, quelli della Lega sì nell’85,9% dei casi e no nel 14,1%. Più allineati i seguaci di FdI (88,8% di sì e 11,2% di no). Nel centrosinistra le ‘defezioni’ in media si riducono: gli elettori del Pd avrebbero votato per il 90,4% no e 9,6% sì; quelli del M5s nell’87% no e 13% sì; quelli di Avs per il 93,1% no e 6,9% sì. Da considerare anche l’età dei votanti: i giovani si sarebbero espressi in grande maggioranza per il no, il frutto anche di campagne social particolarmente riuscite. A livello territoriale, fatta eccezione per Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto (roccaforti del sì), il no ha dilagato ovunque, anche nelle Regioni amministrate dal centrodestra come la Calabria, il Lazio, il Piemonte e la Sicilia. Con picchi in città come Napoli (75%), Bologna e Palermo (68%). A dividere davvero lo stivale è stata l’affluenza: più bassa al Sud e più alta nel centro-Nord.
Le toghe hanno celebrato la loro vittoria nelle aule dei tribunali, con abbracci e brindisi, cori – in alcuni casi da stadio – e anche qualche lacrima. “Ha vinto la Costituzione”, il leitmotiv che è rimbalzato da Milano a Palermo.
A guidarla, la festa, Napoli. Circa cinquanta magistrati si sono riuniti nella saletta dell’Anm del palazzo di Giustizia e hanno brindato intonando ‘Bella Ciao’. Tra loro anche il procuratore generale presso la Corte d’Appello Aldo Policastro, in prima linea nella battaglia per il No. Un coro i magistrati l’hanno dedicato alla premier. “Chi non salta Meloni è” hanno scandito. Ed era chiarissimo il riferimento a quanto avvenuto a novembre a Napoli sul palco del candidato del centrodestra in Campania, con Meloni e Tajani a saltare e cantare il vecchio slogan inventato da Silvio Berlusconi: ‘chi non salta comunista è’. A tutto ciò non ha partecipato il procuratore Nicola Gratteri, un
Iea: si rischia la più grave crisi energetica degli ultimi decenni
La guerra in Medio Oriente potrebbe innescare la piu’ grave crisi energetica globale degli ultimi decenni. E’ l’allarme arrivato dall’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), mentre Israele ha dichiarato di aspettarsi ‘diverse settimane di combattimenti’ e ha colpito nuovamente Teheran ieri mattina. Intanto, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha lanciato un ultimatum all’Iran, che ha quasi completamente bloccato lo stretto di Hormuz per cui di solito transita il 20% del petrolio mondiale: se Teheran non lo riaprira’ entro stasera, gli Stati Uniti ‘distruggeranno’ le centrali elettriche iraniane. In risposta, Teheran ha minacciato di chiudere completamente lo stretto e di colpire ‘tutte le infrastrutture energetiche, informatiche e di desalinizzazione dell’acqua di proprieta’ statunitense’, ha avvertito l’esercito iraniano, secondo l’agenzia di stampa Fars. ‘Ad oggi, abbiamo perso 11 milioni di barili al giorno, piu’ di quanto abbiano perso le due principali crisi petrolifere degli anni Settanta messe insieme’, ha dichiarato il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’Energia, Fatih Birol. Lo Stretto di Hormuz e’ praticamente chiuso dall’inizio della guerra, con il transito di merci crollato del 95%, secondo la societa’ di analisi Kpler. Nessun Paese sara’ immune agli effetti di questa crisi se continuera’ su questa strada. Pertanto, e’ necessaria un’azione globale’, ha dichiarato Birol, definendola una ‘grave minaccia’ per l’economia mondiale. Nella speranza di arginare l’impennata dei prezzi del petrolio, venerdi’ gli Stati Uniti hanno addirittura autorizzato la vendita e la consegna via nave di petrolio iraniano per un mese. Ma Teheran ha affermato di non avere eccedenze di greggio in mare. Oltre al blocco dello Stretto di Hormuz e agli attacchi di Teheran contro le navi che transitano nel Golfo, numerose infrastrutture energetiche nei Paesi del Golfo sono sotto attacco da parte dell’Iran. Secondo il direttore dell’Agenzia, almeno 40 infrastrutture energetiche sono state ‘gravemente o molto gravemente danneggiate’ in nove Paesi a seguito della guerra iniziata il 28 febbraio dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran.
Energia, Commissione Ue: ricorso a centrali a carbone in Italia? Valutiamo caso per caso
“Qualsiasi misura nazionale o schema, specialmente se riguarda sussidi statali, va valutata caso per caso, ma abbiamo bisogno di capire il caso specifico”. Lo ha dichiarato la portavoce della Commissione europea per le questioni energetiche, Ana Kaisa Itkonen, interpellata sulla disponibilità del governo a valutare il riutilizzo di alcune centrali a carbone per limitare gli effetti della guerra nel Golfo sui prezzi energetici. “Abbiamo dei principi su come agire, ma prima di commentare abbiamo bisogno di dettagli e capire cosa prevede il piano”, ha detto ancora la portavoce. Inoltre, considerata la volatilità dei mercati derivante dal conflitto in Medio Oriente, la Commissione europea invita gli Stati membri ad avviare la stagione di stoccaggio del gas e i relativi preparativi in modo coordinato e in tempo utile per il prossimo inverno. “La sicurezza dell’approvvigionamento energetico dell’Ue rimane garantita in questa fase grazie alla limitata dipendenza dalle importazioni provenienti da tale regione e ai carichi di Gnl che hanno attraversato lo Stretto di Ormuz prima dell’inizio del conflitto. Tuttavia, preparativi tempestivi e coordinati sono fondamentali per garantire un adeguato rifornimento degli stoccaggi di gas in vista della prossima stagione di riscaldamento, adattandosi alle circostanze di mercato e applicando misure di flessibilità”, evidenzia la Commissione.”Siamo molto meglio preparati rispetto al 2022 grazie a scelte politiche collettive, sforzi coordinati di diversificazione e all’accelerazione della diffusione dell’energia prodotta internamente – commenta il commissario Ue all’Energia Dan Jorgensen -. Ma la nostra esposizione al mercato globale volatile è evidente e dobbiamo assicurarci di agire già ora per la preparazione all’inverno e di farlo in modo coordinato. Iniziare le iniezioni negli stoccaggi il prima possibile consentirebbe di beneficiare di un periodo di iniezione più lungo e di adattarsi alle circostanze di mercato per mitigare la pressione sui prezzi ed evitare la corsa di fine estate. In questi tempi difficili, è fondamentale che facciamo del nostro meglio per proteggere i nostri cittadini e le nostre imprese”. In una lettera indirizzata a tutti i ministri dell’Energia dell’Ue, il commissario ha ricordato che il regolamento Ue sullo stoccaggio del gas offre agli Stati membri una maggiore flessibilità nel raggiungimento dei loro obiettivi di riempimento degli stoccaggi per reagire rapidamente alle mutevoli condizioni di mercato. Questa flessibilità, compresa la possibilità di ridurre l’obiettivo di riempimento o di raggiungerlo in un arco di tempo più lungo a determinate condizioni, può contribuire a ridurre la domanda di gas nei momenti in cui l’offerta è tesa e ad alleviare la pressione sui prezzi del gas in Europa.
Mercosur, arriva la notifica: dal primo maggio al via l’applicazione provvisoria
L’Unione europea ha notificato ai paesi del Mercosur l’applicazione provvisoria dell’accordo commerciale raggiunto. Con l’invio della “nota verbale” al Paraguay, depositario dei trattati del Mercosur, la Commissione europea ha compiuto l’ultimo passo procedurale necessario per l’applicazione provvisoria, in linea con la decisione del Consiglio del 9 gennaio. L’accordo – ricorda la Commissione in una nota – si applicherà quindi in via provvisoria a partire dal 1 maggio tra l’Ue e tutti i paesi del Mercosur che completano le loro procedure di ratifica e ne danno notifica all’Ue entro la fine di marzo: Argentina, Brasile e Uruguay lo hanno già fatto. Il Paraguay ha recentemente ratificato l’accordo e dovrebbe inviare la sua notifica a breve. “L’applicazione provvisoria garantisce l’eliminazione dei dazi su determinati prodotti sin dal primo giorno, creando regole prevedibili per il commercio e gli investimenti. Le imprese, i consumatori e gli agricoltori dell’Ue potranno così iniziare immediatamente a trarre vantaggio dall’accordo, mentre i settori sensibili dell’economia dell’Ue saranno pienamente protetti da solide misure di salvaguardia”, evidenzia Bruxelles. L’applicazione provvisoria garantirà inoltre una più forte collaborazione tra l’Ue e il Mercosur su questioni globali urgenti quali i diritti dei lavoratori e il cambiamento climatico. Creerà catene di approvvigionamento più resilienti e affidabili, fondamentali in particolare per il flusso prevedibile di materie prime critiche. “Oggi compiamo un passo importante per dimostrare la nostra credibilità come partner commerciale di primo piano. La priorità ora è tradurre questo accordo Ue-Mercosur in risultati concreti, fornendo agli esportatori dell’Ue la piattaforma di cui hanno bisogno per cogliere nuove opportunità in materia di commercio, crescita e occupazione – commenta il commissario al Commercio Maros Sefcovic -. L’applicazione provvisoria ci consentirà di iniziare a mantenere questa promessa. Attendo con impazienza di vedere questo accordo realizzare il suo potenziale, rafforzando la nostra economia e consolidando la nostra posizione nel commercio globale, mentre completiamo tutte le procedure democratiche”.
Rapporto sulla competitività Istat: il 60% dell’import proviene da Paesi a rischio politico medio o alto
Circa il 60 % delle importazioni italiane di prodotti strategici proviene da Paesi a rischio politico “medio” o “alto”. Lo stima l’Istat nel Rapporto sulla competitività dei settori produttivi che ha studiato 317 di questi prodotti che coprono un quinto del totale delle esportazioni nazionali. Nel periodo 2023-2025 la Cina è stata il principale fornitore dell’Italia per valore dell’import strategico con una quota dell’11,3%, superiore a quella media delle maggiori economie europee (9,3%). Il Paese dipende inoltre maggiormente da beni legati a energia alternativa come il gnl, forniti soprattutto da Algeria, Azerbaigian e Usa. Dall’indagine Istat sono state individuate 583 imprese direttamente importatrici di questi prodotti a valenza strategica “foreign-dependent” (cioè scarsi e poco sostituibili per il sistema produttivo italiano): impiegavano circa 175mila addetti e generavano circa 23 miliardi di valore aggiunto e 130 miliardi di fatturato. Circa metà sono medie e grandi, con sede al Nord. Operano soprattutto in commercio, macchinari, chimica-farmaceutica ed elettronica. L’export dell’Italia cresce del 3,3% nel 2025, con una “sorprendente” dinamica delle vendite negli Stati Uniti, che segnano +7,2% nonostante i dazi. Lo afferma l’Istat nelle slide di presentazione del ‘Rapporto sulla competitività dei settori produttivi’ dove segnala che Francia, Germania e Spagna hanno registrato cali delle esportazioni negli Usa. L’imposizione dei nuovi dazi ha avuto sull’Italia un “effetto negativo ma di entità molto contenuta” secondo la stima dell’Istat: “a un raddoppio delle aliquote medie effettive è corrisposta una mancata crescita dell’export nazionale pari al 3,2%”. Non tutte le imprese che esportavano negli Stati Uniti hanno subito gli effetti dei dazi di Trump, ma solo quelle che li avevano come primo mercato di destinazione. Queste hanno registrato una minore crescita rispetto alle altre imprese esportatrici di 6,1 punti percentuali. L’impatto risulta maggiore per le medie imprese (-7,2), minore per quelle micro e piccole e si annulla per le grandi. Le mancata crescita delle esportazioni è stimata pari a 1,5 miliardi di euro. Sui dazi Usa “a un anno di distanza possiamo dire” che c’è stato un “impatto limitato: l’Italia come sistema paese ha mostrato una forte resilienza e anche le esportazioni verso gli Stati Uniti non hanno avuto quel crollo che molti si aspettavano”, ha commentato il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli. “La resistenza dell’Italia è stata molto forte, un sistema economico che si è dimostrato molto solido”, ha aggiunto Chelli secondo cui a preoccupare ” un po’ più” è “la nostra dipendenza dall’estero, quindi dalle esportazioni dei beni che consideriamo strategici, fra questi l’economia”. Presto uscirà, ha annunciato il presidente Istat, “una nota economica per cercare di valutare quale sarà l’impatto di questi rincari nel settore energetico, che ci toccano più da vicino di altri paesi europei”. “Per poter competere su questi mercati internazionali dobbiamo passare dalla scala nazionale alla scala europea” in quanto “competiamo” con “sistemi economici molto grandi, di scala”, ha proseguito, citando “Stati Uniti, India, Cina”. “Nonostante l’Italia sia una grande nazione e in Europa ci siano altre grandi nazioni come la Germania, la Francia e la Spagna, – ha auspicato – dobbiamo fare fronte comune altrimenti riusciamo ad incidere poco su queste scale così grandi”.
Gli “effetti turbano l’economia” questi, ha ammesso, “possono avere dei riflessi sull’inflazione e quello tocca tutti, non solo le imprese ma ciascuno di noi”. “Abbiamo uno dei tassi più bassi d’Europa – ha concluso Chelli – anche se c’è stata una piccola risalita nel mese di gennaio, ma è sotto controllo”. Quanto allo scoppio della crisi in Medio Oriente, il 28 febbraio 2026, invece, “dovremo vedere quello che succederà a marzo e nei mesi successivi”.
Fs, al via la sperimentazione della propria rete 5G lungo l’Av Torino-Milano
Il Gruppo FS Italiane ha avviato la sperimentazione della propria rete 5G lungo la linea AV/AC Torino – Milano, su una tratta di circa 60 chilometri tra Torino e Greggio. L’iniziativa rappresenta una prima fase di test nell’ambito del progetto di connettività proprietaria del Gruppo, sviluppato per supportare l’innovazione tecnologica del sistema ferroviario e dei servizi ai passeggeri. Completata a inizio ottobre l’infrastruttura del progetto pilota, sono attualmente in corso le attività di verifica delle performance della rete in contesto operativo reale. La sperimentazione è finalizzata a valutare qualità e continuità della connessione, anche in galleria e alle alte velocità, oltre a definire l’architettura tecnologica per eventuali sviluppi futuri. Stefano Antonio Donnarumma, amministratore delegato e direttore generale del Gruppo FS Italiane, ha dichiarato: “stiamo testando soluzioni avanzate di connettività lungo le linee Alta Velocità, con l’obiettivo di valutare nuove opportunità tecnologiche per migliorare l’esperienza di viaggio e l’efficienza delle infrastrutture”. L’iniziativa si inserisce nel Programma TLC previsto dal Piano Strategico 2025–2029 del Gruppo FS, che punta alla realizzazione di un’infrastruttura di telecomunicazioni ad alta capacità e affidabilità, in grado di supportare servizi sempre più evoluti. La sperimentazione consentirà inoltre di analizzare il contributo della tecnologia 5G al miglioramento del servizio Wi-Fi di bordo, con particolare attenzione alla stabilità della connessione in condizioni operative complesse. Il progetto è stato realizzato valorizzando infrastrutture esistenti di RFI e TIM, con l’integrazione di cinque nuovi siti dedicati. La tratta pilota costituisce un banco di prova per testare sul campo le soluzioni tecnologiche e raccogliere dati utili a orientare le scelte future. Con questa sperimentazione, il Gruppo FS Italiane prosegue il proprio percorso di innovazione tecnologica, esplorando soluzioni in grado di supportare l’evoluzione dei servizi ferroviari e digitali.
Webuild: completate le opere civili e armamento del primo lotto dell’Av Verona-Padova
Il tassello fondamentale per la nuova mobilità del Nord Italia è ora una realtà strutturale. Il Consorzio IRICAV Due, guidato dal Gruppo Webuild e impegnato per conto di Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo FS Italiane), ha completato le opere civili e l’armamento lungo i 44,25 chilometri che separano Verona dal Bivio Vicenza. Si tratta del traguardo principale del Primo Lotto Funzionale, un’opera che non rappresenta solo un collegamento locale, ma si inserisce come snodo vitale nel Corridoio Mediterraneo della rete europea TEN-T, destinato a potenziare la connessione tra la penisola e il resto del continente. La realizzazione della nuova linea ha richiesto una gestione ingegneristica di estrema complessità, dovendo attraversare un territorio densamente popolato e già ricco di infrastrutture. Il percorso complessivo si snoda attraverso tredici comuni tra le province di Verona e Vicenza, integrandosi nel paesaggio grazie a una combinazione di soluzioni tecniche d’avanguardia. La struttura definitiva della piattaforma ferroviaria si compone infatti di oltre 38 chilometri in rilevato e dodici viadotti che si estendono per più di sei chilometri totali, a cui si aggiungono tre gallerie e diversi tratti in trincea. Oltre alla linea ferroviaria, il progetto ha rigenerato la mobilità locale realizzando 25 nuove viabilità, tra percorsi ciclopedonali e sottopassi, garantendo così la continuità del traffico stradale e ciclopedonale della zona. Parallelamente alle strutture in cemento e acciaio, il cantiere ha visto la posa di oltre 50 chilometri di doppio binario. Per dare un’idea della scala dell’intervento, sono state impiegate 476.000 tonnellate di pietrisco e oltre 168.000 traverse, necessarie per assicurare la stabilità dinamica e la sicurezza dei treni ad alta velocità. Con la posa di 206 chilometri di rotaie, la spina dorsale della nuova tratta è ora conclusa, segnando il passaggio dalle grandi opere strutturali alle fasi di dettaglio. L’attenzione dei tecnici si è ora spostata sulle finiture e sull’installazione degli impianti tecnologici. Sono infatti in corso gli interventi per l’installazione delle barriere fonoassorbenti, fondamentali per la mitigazione acustica, e il montaggio dei sistemi di alimentazione elettrica, di telecomunicazione e di controllo della circolazione ferroviaria. Questi ultimi elementi rappresentano il passaggio obbligato verso la configurazione definitiva della linea e l’avvio della successiva fase di test, che porterà alla messa in esercizio di un’opera strategica per la competitività e la sostenibilità del sistema dei trasporti italiano. La linea ad alta Velocità e alta capacità Verona–Padova, lunga complessivamente 76,5 km, completerà la connessione ad alta velocità tra Milano e Venezia. Inserita nel Corridoio Mediterraneo della rete TEN-T, contribuirà a rafforzare l’integrazione delle reti di trasporto europee, collegando la Spagna al confine ungherese con l’Ucraina attraverso una infrastruttura moderna e ad alta capacità.
Iren: nel 2025 ricavi e utile in crescita, investimenti oltre 1,4 mld
Iren chiude l’esercizio 2025 con risultati in crescita. I ricavi consolidati si attestano a 6.574,1 milioni di euro, in aumento del +8,8% rispetto ai 6.043,1 milioni di euro dell’esercizio 2024. I principali fattori di incremento del fatturato sono riferibili al consolidamento del Gruppo EGEA Holding, per oltre 370 milioni di euro, e ai ricavi energetici, influenzati per circa 40 milioni di euro dall’aumento dei prezzi delle commodities e per oltre 100 milioni di euro dai maggiori volumi delle forniture energetiche. Contribuiscono positivamente all’incremento del fatturato le attività di efficienza energetica per circa 53 milioni di euro. Aumenta la redditività con l’ebitda a 1.353 milioni di euro, +6,2% rispetto ai 1.274,1 milioni di euro dell’esercizio 2024. L’incremento del margine di periodo è attribuibile prevalentemente al consolidamento del gruppo EGEA Holding (+60 milioni di euro) e alla crescita organica (+22 milioni di euro) della BU Reti, che ha beneficiato inoltre di alcuni one-off positivi (premi qualità del settore idrico e delibera ARERA 570/R/gas). Lo scenario energetico è stato caratterizzato da prezzi delle commodities in crescita rispetto al 2024, ma in rallentamento nel corso della seconda parte dell’anno. L’andamento dei prezzi, ai fini del margine di produzione energetica, ha comportato effetti contrastati nel corso dell’anno e complessivamente negativi (-5 milioni di euro). Il peggioramento del margine è inoltre dovuto alle minori quantità prodotte, in particolare quelle legate alla produzione idroelettrica (-21 milioni di euro) a causa della scarsa idraulicità del periodo estivo e autunnale, parzialmente compensate dalle maggiori quantità di calore (+4 milioni di euro), degli impianti di termovalorizzazione della BU Ambiente (+2 milioni di euro) e delle rinnovabili, anche grazie all’entrata in funzione dell’impianto fotovoltaico di Noto a far data da settembre 2025. Risulta invece particolarmente positivo l’apporto del corrispettivo “Capacity market” (+17 milioni di euro) peraltro quasi completamente assorbito dal minore contributo del Mercato dei Servizi di Dispacciamento (-15 milioni di euro). In flessione risulta l’attività di commercializzazione delle commodities energetiche (-17 milioni di euro), principalmente per l’atteso minor margine della vendita gas (-22 milioni di euro), attività che nei primi mesi 2024 aveva beneficiato di una marginalità positiva straordinaria e quindi non replicabile, mentre risultano in miglioramento i margini della vendita di energia elettrica (+2 milioni di euro) e degli altri servizi (+3 milioni di euro). Come anticipato, un particolare contributo positivo al margine è generato dalla crescita organica della BU Reti (Servizio Idrico Integrato e Distribuzione elettrica), correlata principalmente ai riconoscimenti tariffari in conseguenza degli investimenti effettuati negli scorsi anni (+22 milioni di euro) parzialmente compensati dagli effetti regolatori per la revisione dei parametri tariffari (-7 milioni di euro). Nel corso dell’esercizio 2025 si sono inoltre manifestate due poste straordinarie quali il riconoscimento dei premi, assegnati da ARERA, per il livello di qualità tecnica/commerciale del Servizio Idrico Integrato nel periodo 2022-2023 (+8 milioni di euro) e il riconoscimento da parte del Consiglio di Stato dei ricorsi contro la delibera ARERA 570/19 relativa ad alcune componenti del metodo tariffario Gas del periodo 2020-2025 (+13 milioni di euro). Dette poste hanno più che compensato il venir meno delle plusvalenze relative ai conguagli tariffari per il recupero dell’inflazione del Servizio Idrico Integrato che avevano caratterizzato positivamente l’esercizio 2024 (-9 milioni di euro) e non più ripetibili oltre alla riduzione, a partire da inizio anno, dei WACC riconosciuti nei settori della distribuzione gas ed energia elettrica. Si è inoltre manifestata una posta straordinaria sulla BU Ambiente (+13 milioni di euro) relativa al conguaglio di corrispettivi di igiene ambientale relativi ad anni pregressi e che quindi non saranno più ripetibili. La variazione del margine in riferimento alle singole business unit è così suddivisa: business unit Reti +10,5%, Ambiente +8,3%, Mercato +4,5% e Energia con un -1,3%. L’ebit è pari a 530 milioni di euro, in aumento del +2% rispetto ai 519,7 milioni di euro dell’esercizio 2024. Nel periodo si sono registrati maggiori ammortamenti per 61 milioni di euro relativi all’entrata in esercizio di nuovi investimenti e all’ampliamento del perimetro di consolidamento riconducile al Gruppo EGEA Holding (33 milioni di euro), maggiori accantonamenti al fondo svalutazione crediti per 12 milioni di euro e minori svalutazioni per circa 4 milioni di euro. L’utile netto di Gruppo attribuibile agli azionisti è pari a 300,5 milioni di euro, in aumento (+11,9%) rispetto al risultato dell’esercizio 2024. La crescita riflette l’andamento dell’EBITDA, un minor utile netto di pertinenza di terzi grazie all’acquisto della quota di minoranza di Iren Acqua e minori imposte sul reddito per effetto di elementi fiscali non ricorrenti legati al consolidamento di Egea. L’indebitamento finanziario netto si attesta a 4.222 milioni al 31 dicembre 2025, in incremento (+3%) rispetto al dato del 31 dicembre 2024. Al riguardo, il flusso di cassa operativo, nonostante l’incremento dei crediti fiscali da Superbonus 110% per 43 milioni di euro e l’incremento del capitale circolante netto per +148 milioni di euro, ha interamente coperto gli investimenti tecnici del periodo consentendo una riduzione del rapporto debito netto/EBITDA che si attesta pari a 3,1x. Nel 2025, Iren ha realizzato investimenti lordi per 1.407 milioni di euro, di cui 925 milioni di euro di investimenti tecnici (+12%) destinati principalmente alle reti idriche ed elettriche, all’attività di raccolta e al completamento degli impianti di trattamento rifiuti e all’estensione della rete di teleriscaldamento, e 522 milioni di euro di investimenti finanziari riconducibili all’acquisizione della quota di minoranza di Iren Acqua (283 milioni di euro) e al consolidamento di Egea (237 milioni di euro). “I risultati conseguiti nel corso del 2025 confermano le previsioni comunicate al mercato”, commenta il presidente del gruppo Luca Dal Fabbro sottolineando come l’integrazione di Egea stia già esprimendo “risultati molto positivi (+60 milioni di euro nel 2025), contribuendo alla crescita del Gruppo e al rafforzamento della nostra piattaforma industriale. La scelta di anticipare questo consolidamento, sostenuta finanziariamente dall’emissione del bond ibrido da 500 milioni di euro, ha permesso inoltre di ottenere già nel 2025 parte delle sinergie individuate. Poiché i risultati appena approvati rispecchiano in pieno le attese, confermiamo la Dividend policy di Piano e proponiamo all’assemblea dei soci un dividendo in crescita del +8% e pari a 13,86 c€/azione” Dal punto di vista della sostenibilità, nel corso del 2025 il gruppo ha destinato il 73% degli investimenti complessivi a progetti sostenibili, in gran parte allineati alla Tassonomia europea, procedendo nel percorso delineato nel Piano di transizione al 2040 che Iren ha presentato a novembre 2025. In tema di transizione green, la carbon intensity a fine 2025 risulta sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno, in linea con le aspettative. Invece, gli investimenti effettuati nel settore ambientale hanno permesso un ulteriore incremento della raccolta differenziata, che raggiunge il 70,5%. Il 2025 è stato un anno rilevante anche per il rafforzamento della presenza territoriale, grazie al consolidamento di Egea, che ha contribuito all’incremento dei comuni serviti nell’attività di raccolta rifiuti (+20%), alla crescita della customer base (+3%) e all’aumento delle volumetrie servite dal teleriscaldamento (+12%), che raggiungono i 115 milioni di metri cubi. La qualità dei servizi resta alla base della gestione quotidiana delle attività di Iren: la soddisfazione dei clienti si mantiene a livelli eccellenti, si confermano le perdite idriche pari a circa il 31% a seguito dell’ampliamento di perimetro, e l’energia risparmiata grazie ai prodotti e servizi di IrenPlus e Iren Smart Solutions, oltre all’energia green venduta ai clienti finali, risulta in linea con quanto previsto dal Piano Industriale.
Enav: nel 2025 gestito un record di 2,4 mln di voli. Superati i target del piano industriale
Nel 2025 Enav ha raggiunto e superato tutti i target previsti dal piano industriale 2025-2029 presentato il primo aprile scorso. La società di assistenza al volo ha gestito 2,4 milioni di voli sullo spazio aereo italiano. Un record assoluto che conferma il trend di crescita per l’Italia con la migliore performance tra i principali Paesi europei. Infatti, le unità di servizio di rotta hanno registrato un incremento del 5,9%, rispetto al 2024, superando Spagna (+5,6%), Gran Bretagna (+4,2%), Germania (+4%) e Francia (+3,6%). Tali risultati positivi sono confermati anche dall’andamento del traffico passeggeri nel sistema aeroportuale italiano che ha visto transitare, nel 2025, circa 230 milioni di passeggeri (+5% rispetto al 2024) con un traffico nazionale pari a 72,6 milioni di passeggeri, tendenzialmente stabile rispetto al 2024, e un traffico internazionale che ha raggiunto 157,2 milioni di passeggeri, con una crescita del 7,6% rispetto al 2024. Nonostante il nuovo record di voli registrato nel 2025, il ritardo medio per volo assistito si è attestato a 0,010 minuti, significativamente inferiore al target di 0,14 minuti previsto dal regolatore europeo e in ulteriore miglioramento rispetto al risultato del 2024 (0,066 minuti). Come noto, i risultati economici del 2025, rispetto al 2024, risentono dell’avvio del nuovo periodo regolatorio 2025–2029 e dell’ingresso nel meccanismo di performance dei servizi della ex terza fascia di tariffazione di terminale (decolli e atterraggi su aeroporti a basso traffico). Fino al 2024, infatti, i servizi relativi a questa fascia di aeroporti erano regolati da uno schema nazionale basato su una logica di cost recovery. “Il 2025 – commenta l’amministratore delegato di Enav Pasqualino Monti – si è chiuso con risultati economico-finanziari eccellenti, anche superiori ai livelli di guidance rivisti a rialzo lo scorso luglio per l’anno 2025. Nel core business, ENAV si conferma tra i leader europei sia per crescita dei volumi di traffico aereo sia per qualità del servizio, traguardo che, peraltro, ha consentito il riconoscimento del cosiddetto bonus capacità previsto dalla Commissione europea. Le attività sul mercato non regolato, per il 2025, continuano saldamente a crescere in linea con le attese grazie a diversi contratti destinati a generare valore anche negli esercizi futuri. ENAV si conferma un Gruppo solido e integrato, con una forte vocazione all’innovazione, non solo nella gestione dello spazio aereo italiano ma anche nello sviluppo delle attività sui mercati internazionali. Tutti questi elementi, congiuntamente ad una solida generazione di cassa, ci hanno consentito di rafforzare la remunerazione degli azionisti, con la proposta di un dividendo superiore a quanto previsto dal Piano Industriale sia per il 2025 che per il 2026”.Il traffico di rotta, espresso in unità di servizio, ha mostrato una crescita del 5,9% rispetto al 2024, confermando il ruolo strategico delle rotte italiane sia per l’attrattività del Paese come destinazione finale che per l’attraversamento dello spazio aereo italiano. Infatti, le unità di servizio del traffico internazionale (arrivo o partenza da uno scalo estero) sono cresciute del 6,9%, la componente di sorvolo (aerei che attraversano lo spazio aereo italiano senza scalo) è invece aumentata del 7,8%. Il traffico aereo nazionale (arrivo e partenza su aeroporti italiani) mostra una leggera flessione (-2,1%) rispetto al 2024. In merito alle direttrici di volo per la componente internazionale, il 2025 nel confronto con il 2024, ha evidenziato un incremento generalizzato, in termini di unità di servizio, per tutti i collegamenti tra l’Italia e le diverse aree geografiche del resto del mondo. In particolare, i voli con destinazione nel resto d’Europa registrano un aumento del +5% e sono rappresentativi di circa il 77% delle unità di servizio totali di traffico internazionale, mentre quelli con destinazione Asia, Africa e Continente Americano hanno registrato incrementi nell’ordine del 13% – 14% e rappresentano quote di mercato del 7 – 8% del totale della componente internazionale. Per quanto riguarda la parte di sorvolo, nel 2025, si è registrato un incremento del +10% in termini di unità di servizio dei collegamenti che coinvolgono l’Europa per i voli intra-europei, rappresentativi di circa il 55% del totale di sorvolo, mentre i collegamenti Europa-Africa ed Europa-Asia, che rappresentano rispettivamente circa il 22% e il 13%, evidenziano un aumento del 7,5% e del 3%. Il traffico aereo Europa – Continente Americano ha registrato un incremento del +6% nei collegamenti verso l’Europa e del +4% verso l’Asia. Enav chiude l’esercizio con ricavi da attività operativa pari a 1.173.1 milioni in crescita dell’11,2% rispetto al 2024, ricavi da mercato non regolamentato pari a 52,1 milioni in aumento del 5,8%. Ricavi ed ebitda consolidati sono pari rispettivamente a 1.024,7 milioni di euro e 252,7 milioni di euro, mentre l’utile netto consolidato raggiunge 93,1 milioni di euro.
Leonardo completa l’acquisizione di Gem Elettronica
Leonardo annuncia l’acquisizione dell’intero capitale di GEM Elettronica, salendo dal 65% al 100%. L’operazione consente a Leonardo di rafforzare e completare l’offerta di radar e sistemi per applicazioni Navali e Costiere grazie alla piena integrazione del portafoglio prodotti.
San Marco Group acquisisce veneziana Borma Wachs. Con l’ingresso si rafforza il portafoglio dei prodotti per il legno
Il gruppo delle pitture e vernici per l’edilizia San Marco, di Marcon (Venezia), mette a segno la sua undicesima acquisizione rilevando Borma Wachs, storica realtà italiana di San Stino di Livenza (Venezia) specializzata nella realizzazione di soluzioni professionali per la finitura, la manutenzione e il trattamento del legno. Per il presidente di San Marco, Pietro Geremia, l’operazione “dà modo di accelerare la crescita internazionale, valorizzando il Made in Italy in quanto leva distintiva all’interno di una nicchia ad alto potenziale come sono le vernici per il legno. Ci rafforziamo con determinazione in un comparto in forte evoluzione in cui oggi il mercato offre spazi importanti a chi come noi punta su qualità e specializzazione”. Borma Wachs nel 2025 ha raggiunto un fatturato di circa 15 milioni di euro, di cui il 75% maturato all’estero. I ricavi di San Marco, nell’ultimo esercizio, hanno toccato i 127,3 milioni (+4% sul 2024), con un Ebitda di 30,6 milioni.
Ponte dei Congressi (Roma): Via Ingegneria coordina il gruppo dei progettisti
VIA Ingegneria – società specializzata nella progettazione di grandi infrastrutture e aree urbane – coordina come mandataria il gruppo dei progettisti di cui fanno parte SINA SpA e M Ingegneria Srl (mandanti) ed Essebi e BM Service per i monitoraggi che hanno contribuito alla redazione dell’offerta tecnica prima in graduatoria. L’intervento ha come opera principale il nuovo ponte sul Tevere lungo complessivamente 259,1 metri con una campata centrale di 169 metri e consiste in un nuovo sistema viario che rafforza e migliora i collegamenti tra Via della Magliana, via Newton, Via Ostiense, la via del Mare e l’autostrada Roma-Fiumicino.
Acqua, Studio Uil: tariffe alte, servizio insufficiente. Il fallimento del sistema idrico e le occasioni mancate del Pnrr
Le perdite idriche nella rete di distribuzione si attestano mediamente, al 41,8% a livello nazionale, con forti differenze territoriali. Si passa dal 32,6% nel Nord-Est al 38,2% nel Nord-Ovest, fino al 45% nel Centro e al 50,8% nel Sud e nelle Isole. Si tratta di livelli di dispersione estremamente elevati, che indicano uno stato di forte obsolescenza delle infrastrutture e una cronica insufficienza degli investimenti. Sempre sulla base degli stessi dati ARERA, le interruzioni dell’erogazione dell’acqua risultano quasi nulle nel Nord (circa 0,7 ore annue), mentre salgono a 31,5 ore nel Centro e raggiungono le 204 ore annue nel
Sud e nelle Isole, a fronte di una media nazionale di 54,4 ore. Questo significa che in alcune aree del Paese i cittadini restano senza acqua per diversi giorni all’anno. In tale contesto, le tariffe assumono un rilievo centrale: cristallizzano le storture tra i costi del servizio e il livello di equità, efficienza e qualità garantito alle persone. Per questo, in occasione del 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, il servizio Stato Sociale, Politiche Fiscali e Previdenziali, Mezzogiorno, Immigrazione della UIL, diretto dal segretario confederale Santo Biondo, ha analizzato le tariffe del servizio idrico nei comuni italiani,
elaborando sia le informazioni o le delibere messe a disposizione dai gestori, pubblici e privati. L’obiettivo è valutare le differenze territoriali e il rapporto tra costi e qualità del servizio, mettendo in evidenza le principali distorsioni del sistema. Le tariffe, come è noto, sono composte da una quota fissa e una variabile, che dipende dal consumo dei volumi annui, da componenti perequative e dall’Iva al 10%. Quelle prese in esame si riferiscono agli anni 2025 e 2026 e sono distinte per uso domestico residente. Inoltre, la casistica considerata si riferisce a un nucleo familiare composto da 3 componenti e a consumo annuo pari a 180 mc per due annualità. Laddove le tariffe non sono state aggiornate, i calcoli sono stati effettuati su quelle ancora in vigore.
La ricerca evidenzia che, In Italia, la spesa annua per l’acqua per una famiglia tipo, si colloca mediamente sui 500 euro circa, ma con variazioni significative tra Nord e Sud e tra gestioni più efficienti e realtà in maggiore difficoltà. Inoltre, in molti comuni, si è registrato un incremento della spesa per il servizio idrico, con forti differenze tra città e territori, dove a parità di costo non sempre corrisponde un adeguato livello di qualità del servizio.
“È inaccettabile – commenta Biondo – che nel 2026 milioni di persone continuino a sostenere costi rilevanti per un servizio idrico che, in troppe realtà, è discontinuo, inefficiente o addirittura assente per periodi prolungati. Le recenti emergenze climatiche, che hanno portato in alcune regioni anche alla sospensione temporanea dei pagamenti delle bollette, hanno messo in luce tutte le fragilità del sistema. Tuttavia, non possiamo limitarci a parlare di eventi straordinari: le criticità sono strutturali e derivano da anni di ritardi, scarsa programmazione e gestione inadeguata. Per questo – prosegue– è necessario che sia fatta chiarezza sull’impiego delle risorse del Pnrr destinate al settore idrico: vogliamo sapere quanti fondi sono stati realmente spesi, quali interventi sono stati avviati e quali, invece, risultano ancora fermi. Allo stesso tempo, serve un intervento straordinario a sostegno dei comuni del Mezzogiorno, che spesso non dispongono delle competenze tecniche e amministrative per progettare e utilizzare efficacemente i finanziamenti disponibili. Non è più rinviabile – ha aggiunto – un piano nazionale di manutenzione e ammodernamento delle reti, con obiettivi chiari e verificabili di riduzione delle perdite. È altrettanto urgente definire per legge uno standard minimo di servizio idrico che sia garantito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, anche nelle fasi di emergenza. “L’acqua – ha concluso Biondo – non è una merce qualsiasi, ma un diritto fondamentale riconosciuto a livello internazionale da tutelare con maggiore
determinazione. È arrivato il momento che lo Stato assuma un ruolo più forte e coerente, intervenendo con politiche strutturali e superando le disuguaglianze territoriali che oggi penalizzano soprattutto il Sud e le aree più fragili del Paese”.
Simest, ‘Filiere d’impatto’: siglati ad oggi 9 accordi con imprese champions
A poco più di un anno dall’avvio, “Filiere d’Impatto”, il progetto promosso da SIMEST sulla base degli indirizzi strategici del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) per sostenere la crescita e la competitività delle imprese delle filiere dei champions nazionali, chiude il suo primo bilancio. Ad oggi sono 9 gli accordi firmati con primari partner industriali a capo di filiere attive nei settori manifatturiero, navalmeccanico, agrifood, costruzioni, ingegneria, energia e servizi industriali, fra cui Fincantieri, Bonifiche ferraresi, Saipem, Maire, Renco, Fibercop, Enel, MSC Crociere. L’attività di divulgazione e formazione realizzata nell’ambito del progetto ha portato all’organizzazione di 14 eventi dedicati e oltre 200 incontri B2B. Complessivamente sono state intercettate oltre 2.000 imprese, tra cui più di 1.400 individuate come target. Di queste, il 70% sono PMI e il 10% imprese del Mezzogiorno. Tra le imprese coinvolte, oltre 150 hanno già presentato domanda di finanziamento, per un valore complessivo superiore a 100 milioni di euro. Il progetto si inserisce anche nella cornice del Piano Mattei per l’Africa, in collaborazione con la Struttura di Missione per l’attuazione del Piano istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, che individua tra le priorità la promozione delle esportazioni e degli investimenti. L’obiettivo è sostenere le imprese italiane di filiera – in particolare le PMI – interessate a operare in Africa, favorendo investimenti in digitalizzazione, sostenibilità e rafforzamento della solidità patrimoniale, oltre alla formazione di manodopera qualificata proveniente dal continente africano.
Per facilitare la conoscenza e l’accesso agli strumenti di finanza pubblica, soprattutto da parte delle micro e piccole imprese, SIMEST ha avviato una serie di accordi con le imprese capofila delle filiere (i cosiddetti “Champions”). L’obiettivo è creare un circolo virtuoso capace di sostenere e trainare la crescita dell’intera catena produttiva. In questo contesto, la società del Gruppo CDP svolge un ruolo di facilitatore. Attraverso una collaborazione costante con i Champion e un dialogo congiunto con le PMI, SIMEST individua i fabbisogni delle imprese e promuove percorsi di investimento mirati e sostenibili. Questo approccio contribuisce a rafforzare le competenze tecniche e manageriali, favorisce nuove collaborazioni e aiuta a costruire un ecosistema più consapevole, interconnesso e competitivo, in grado di affrontare le sfide dei mercati globali. Un contributo determinante al successo della prima annualità del progetto è arrivato dagli accordi siglati con alcune delle principali realtà industriali italiane, a partire da Fincantieri, primo gruppo ad aderire al programma Filiere d’Impatto, e da Enel, tra gli accordi più recenti. In particolare, la collaborazione con Fincantieri, leader mondiale nella cantieristica ad alta complessità, rappresenta un caso emblematico del valore del modello. In poco più di un anno sono state presentate 52 richieste di finanziamento da imprese della sua supply chain, per un ammontare complessivo di circa 37 milioni di euro. L’accordo ha consentito non solo di attivare investimenti in innovazione e competitività internazionale, ma anche di accompagnare le imprese di filiera in percorsi di rafforzamento delle competenze, inclusa l’integrazione di personale proveniente da mercati strategici, in coerenza con gli obiettivi del Piano Mattei. L’accordo si inserisce nel quadro del Programma PartnerShip di Fincantieri, iniziativa strategica orientata al rafforzamento strutturale e sostenibile della filiera dei fornitori, all’interno del quale Simest sta operando con Filiere d’Impatto, a conferma di una visione condivisa sul rafforzamento competitivo e sulla creazione di valore lungo la supply chain. Altrettanto significativo è stato l’impatto dell’accordo siglato a luglio 2025 con Enel, che ha generato 29 attivazioni da parte delle imprese della filiera con circa 24 milioni di euro di finanziamenti richiesti, destinati all’apertura di sedi in mercati esteri, alla partecipazione a fiere e mostre a carattere internazionale e all’attivazione di investimenti in asset strategici. L’accordo con Enel rientra nell’ambito del programma Enel OLTRE, attraverso il quale il Gruppo sostiene lo sviluppo delle piccole e medie imprese dell’indotto, promuovendone la resilienza e la capacità di affrontare le sfide crescenti poste dalla transizione energetica. Il progetto proseguirà nel corso 2026 con nuove filiere, accordi e iniziative dedicate alla crescita del Made in Italy, puntando sulla capacità di sostenere le imprese e accompagnarle in una crescita organica sui mercati esteri.
Rigenerazione urbana: CNAPPC, oggi Conferenza internazionale sulle città a Roma
Un confronto con circa 50 relatori, rappresentanti delle istituzioni italiane ed europee, studiosi, accademici, esperti e professionisti, per esplorare come stanno cambiando le nostre città e quali siano i nuovi paradigmi che definiranno la vita urbana nel XXI secolo. Ad organizzarlo il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC) con la Conferenza internazionale “Nuovi paradigmi di vita urbana: prossimità, benessere nelle città e nei territori”, in programma oggi, 24 marzo, a Roma al Centro Congressi, Palazzo Rospigliosi, che, con questa iniziativa, porta a compimento il ciclo di eventi “Italy in proximity” sull’azione strategica condotta insieme al suo Comitato Scientifico, presieduto da Carlos Moreno, ideatore della Città dei 15 minuti, a sostegno della Legge sulla Rigenerazione Urbana attualmente all’esame del Parlamento. Una proposta legislativa, questa, che incarna un rinnovato impegno verso un futuro urbano più sostenibile, inclusivo e basato sulla prossimità ed alla quale il CNAPPC ha contribuito con idee innovative e suggerimenti sul valore del tempo, della vicinanza e della qualità della vita ritenuti elementi fondamentali nelle trasformazioni urbane ed architettoniche anche nei loro riflessi su economia, mobilità, e nuovi modi di vivere.
Durante le sei sessioni tematiche saranno analizzate sfide chiave quali l’adattamento climatico, la città del tempo recuperato, l’economia della prossimità, la mobilità e il futuro dell’intelligenza urbana nella trasformazione dei nostri territori.
Pmi, Cipolletta (Aifi): nel 2025 il migliore risultato di sempre 6,5 mld di investimenti
“Nel corso del 2025 abbiamo assistito a un crescita della finanza per le pmi che ha realizzato il miglior risultato di sempre con 6,5 miliardi di investimenti”. Lo afferma il presidente dell’Aifi, Innocenzo Cipolletta, commentando i dati del 2025 contenuti nell’analisi realizzata con Pwc Italia.
“Si vede – aggiunge – un incremento dell’ammontare destinato al venture capital con 1,3 miliardi e nell’expansion che ha attratto 792 milioni di euro. Resta sempre debole la raccolta che nel 2025 è calata del 46% determinando così un limite per l’attività degli operatori che hanno a disposizione meno capitali al supporto della crescita aziendale”. Dopo un primo semestre del 2025 “molto positivo abbiamo assistito a una significativa contrazione nel secondo semestre, con una riduzione dell’ammontare investito pari al 42%”, evidenzia Francesco Giordano, partner di Pwc Italia e Private Equity Leader. “In particolare – conclude – ne hanno risentito i segmenti delle infrastrutture e dei buyout, che hanno sofferto l’assenza delle grandi operazioni che avevano invece caratterizzato i periodi precedenti”. Nel 2025 la raccolta del private equity e venture capital è stata pari a 3.570 milioni di euro, di cui 2.856 milioni raccolti sul mercato, in calo del 46% rispetto ai 6.673 milioni dell’anno precedente. E’ quanto emerge dall’analisi condotta dall’Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt (Aifi), in collaborazione con Pwc Italia, sul mercato italiano del capitale di rischio. Gli operatori che nel 2025 hanno svolto attività di fundraising sono stati 44, rispetto ai 42 dell’anno precedente. Con riferimento alla provenienza geografica dei fondi raccolti sul mercato, la componente domestica ha rappresentato l’83%, mentre il peso di quella estera è stato del 17%. A livello di fonti, il 22% della raccolta deriva dal settore pubblico, inclusi i fondi di fondi istituzionali (524 milioni di euro), seguiti dagli investitori individuali e family office (21%, 490 milioni) e dai fondi pensione e casse di previdenza (19%, 442 milioni). L’ammontare investito dagli operatori di private equity e venture capital è stato pari a 11.610 milioni di euro, in calo del 22% rispetto all’anno precedente, a causa principalmente del minor valore confluito verso il comparto infrastrutturale. Escludendo le infrastrutture, il mercato è stato caratterizzato da un ammontare investito pari a 8.570 milioni, pressoché in linea con il 2024 (8.741, -2%). Complessivamente, secondo l’analisi dell’Aifi in collaborazione con Pwc Italia, l’anno scorso sono stati realizzati 5 large deal e 8 mega deal, che insieme hanno rappresentato il 44% dell’ammontare complessivo investito nell’anno (5.154 milioni di euro). Nel 2024, invece, erano stati realizzati 10 large deal e 6 mega deal, per un peso del 59% dell’ammontare complessivo (8.833 milioni di euro). Il numero di operazioni si è attestato a 887, in crescita (+21%) rispetto alle 732 dell’anno precedente, trainato anche quest’anno dall’attività di venture capital. Con riferimento all’origine geografica degli operatori, rimane elevato l’interesse dei soggetti internazionali per il nostro mercato: nel 2025, infatti, il 73% dell’ammontare complessivo è stato investito da operatori esteri (8.433 milioni). A livello settoriale, il 2025 ha visto al primo posto per numero di investimenti il comparto Ict, con il 32% delle operazioni totali, seguito dai beni e servizi industriali, 15%, e dal medicale, 13%. Considerando l’ammontare investito, il comparto dell’energia e ambiente ha attratto il 30% del valore complessivo, seguito da Ict (18%) e beni e servizi industriali (15%). A livello geografico la regione che ha totalizzato la gran parte delle operazioni è la Lombardia, con il 47% del numero degli investimenti in Italia, seguita da Lazio (10%) e Piemonte (7%). L’ammontare disinvestito al costo di acquisto delle partecipazioni è stato pari a 4.661 milioni di euro, in calo del 19% rispetto ai 5.727 milioni dell’anno precedente. Il numero di exit è stato pari a 184, +17% rispetto alle 157 del 2024.
Un nuovo Rinascimento dell’impresa italiana: le B Corp superano i 24,5 miliardi di euro di fatturato e accelerano nel 2025
Il movimento delle B Corp in Italia non rappresenta più solo un’avanguardia, ma una realtà economica solida e in forte espansione che sta riscrivendo le regole del successo imprenditoriale. I dati di chiusura del 2025 fotografano una community capace di coniugare il profitto con un impatto positivo sistemico: le aziende certificate nel nostro Paese hanno raggiunto quota 374, con ben 69 nuove realtà che hanno ottenuto la certificazione nell’ultimo anno, segnando una crescita del 23%. Questa crescita si traduce in un peso specifico rilevante per l’economia nazionale: le B Corp italiane generano un fatturato complessivo superiore ai 24,5 miliardi di euro, un valore medio di oltre 6,4 milioni e occupano oggi circa 37.000 lavoratori. Numeri che confermano la consapevolezza sempre più diffusa nel mondo delle imprese che la sostenibilità è un importante driver di successo e competitività: le aziende che integrano obiettivi sociali e ambientali nel proprio modello di business risultano più resilienti, innovative e capaci di attrarre talenti e capitali. “I risultati del 2025 dimostrano che il movimento B Corp in Italia ha raggiunto una massa critica capace di influenzare l’intera economia nazionale”, dichiara Veronica Fervier, Country Manager di B Lab Italia. “Superare i 24,5 miliardi di euro di fatturato non è solo un traguardo economico, ma la prova che mettere il valore sociale e ambientale al centro della strategia non è un costo, bensì un acceleratore di performance. Le B Corp sono più forti perché hanno compreso che la sostenibilità è l’unica via per garantire valore nel lungo periodo, attirando le migliori competenze e rispondendo alle sfide di un mercato sempre più consapevole. Si profila così un vero e proprio ‘Rinascimento dell’impresa italiana’, dove la centralità dell’uomo e dell’ambiente torna a essere il motore primario della creazione di valore.” La Lombardia si conferma il cuore pulsante del movimento delle B Corp con 118 aziende, seguita dall’Emilia Romagna con 61 e dal Veneto con 42. Il Lazio (32), la Toscana (29) e il Piemonte (28) completano la mappa dell’impatto. Sotto il profilo settoriale, le B Corp italiane mostrano una grande versatilità: i servizi guidano la classifica con 165 aziende, seguono la manifattura con 77 realtà, il comparto food, beverage and hospitality (51), il mondo fashion, wellness and healthcare (46) e le aziende ad alto tasso tecnologico nel settore tech (35). La struttura della community riflette perfettamente il tessuto produttivo italiano: la grande maggioranza è composta da piccole e micro imprese (251 aziende), ma cresce la presenza di realtà di medie (84) e grandi dimensioni, con 39 aziende che superano i 250 dipendenti, a dimostrazione che il modello B Corp è scalabile e performante a ogni livello dimensionale. Il successo di queste aziende trova radici profonde in una gestione strategica che mette al centro il valore condiviso. Analisi consolidate, come quelle presentate dal Research Department di Intesa Sanpaolo, confermano che le B Corp tendono a sovraperformare il mercato. Queste realtà sono infatti più dinamiche: tra il 2021 e il 2023 hanno fatto registrare un aumento medio del fatturato del 26,5%, contro il 15,8% di un campione di confronto.
Un punto di forza di queste imprese risiede nella loro capacità di investire nel capitale umano e nell’innovazione. Il 72,4% delle B Corp ha incrementato il numero di addetti negli ultimi anni, a fronte del 46,4% delle imprese tradizionali. Inoltre, vantano una produttività superiore, con un valore aggiunto per addetto che raggiunge i 67,3 mila euro. La competitività delle B Corp è alimentata anche da una forte propensione all’innovazione: il 31% delle manifatturiere possiede brevetti, una quota significativamente superiore alla media italiana del 12%. Essere una B Corp significa anche abbracciare modelli di governance più inclusivi e giovani. Il 59% delle B Corp vanta almeno una donna nel board, contro il 37% delle altre imprese. Allo stesso modo, sono aziende che scommettono sul futuro: il 31% dei loro consigli di amministrazione include almeno un componente under 40, a fronte del 19,8% del mercato di riferimento. In un momento storico in cui le sfide globali richiedono un cambio di paradigma, le B Corp italiane dimostrano che essere “i migliori per il mondo” è la strategia più efficace per essere, contemporaneamente, i più solidi sul mercato.