LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI PRESTINENZA PUGLISI
La nuova architettura: “Dal 2020 abbiamo alzato la qualità media dei progetti”. LPP: “Serve più coraggio”
Dibattito al MAXXI sulla “Storia dell’architettura italiana dal 2000 a oggi” che segnala fenomeni positivi come la perdita di peso dell’Accademia e il ritorno alla centralità degli studi professionali, fra cui molti quarantenni di inizio secolo. Ma a dominare è un’architettura High Touch, “sartoriale, attenta alle esigenze del cliente e poco coraggiosa”. “Pochi gli architetti spericolati che sperimentano”.
IN SINTESI
Ieri al MAXXI è stato presentato “Storia dell’architettura italiana dal 2000 a oggi”, ultima opera, appena pubblicata, del critico Luigi Prestinenza Puglisi. L’incontro è stato non solo l’occasione per ripercorrere le idee e le intuizioni di LPP nel corso di questi ultimi 25 anni, ma anche per fare il punto sullo stato dell’architettura in Italia con alcuni dei più importanti esponenti della “nuova architettura” che proprio LPP ha contribuito a far conoscere, come Massimo Alvisi (Alvisi Kirimoto), Marco Casamonti (Archea), Gianluca Peluffo (Peluffo&Partners), Susanna Tradati (Nemesi).
Fuksas: io non sono espatriato in Francia, mi hanno chiamato
C’è stato anche un breve intervento di saluto di Massimiliano Fuksas che ha voluto ricordare il valore del lavoro di LPP e ha poi sottolineato il grande merito di Francois Mitterand e Jack Lang nell’aprire una nuova stagione dell’architettura in Europa prima ancora che il Guggenheim di Bilbao progettato da Frank O. Gehry dimostrasse la potenza dell’architettura nei fenomeni di rigenerazione urbana. “Io e Renzo Piano veniamo rappresentati spesso – ha detto Fuksas – come due che sono espatriati in Francia per cercare il successo. Ma io non sono espatriato, sono stato chiamato da Mitterand e da Jack Lang che volevano avviare un rinnovamento in architettura e nel teatro. Anche Giorgio Strehler rispose alla loro chiamata”.
Le tesi di LPP: alt alla centralità dell’Accademia, è tornata la professione
Il libro di Prestinenza Puglisi evidenzia anzitutto i fenomeni positivi che hanno caratterizzato l’architettura italiana negli ultimi 25 anni. Il movimento della “nuova architettura” trova la sua radice, in realtà, proprio dalle affermazioni all’estero di Fuksas e Piano, due architetti ignorati dalla nomenklatura accademica italiana. “Significativo – ha detto Prestinenza stimolato dal direttore editoriale di AR Magazine, Marco Maria Sambo – è che ancora negli anni ’90 Manfredo Tafuri liquidasse il Beaubourg con poche righe nei suoi testi e che non inserisse Renzo Piano fra i 100 più importanti architetti italiani”.
Due sono i fenomeni, strettamente correlati, che LPP evidenzia nel suo libro come fortemente positivi di questi 25 anni: la perdita di centralità da parte dell’Accademia (che LPP ha sempre criticato come elemento di freno di qualunque innovazione) e la riconquista di questa centralità da parte di chi l’architettura la fa, i professionisti, con l’affermazione di studi che spesso furono formati dai quarantenni di inizio secolo”. Quello di LPP è un vero atlante, tutto da leggere, con centinaia di studi di cui vengono ricordate le opere principali e che vengono classificati secondo le tendenze e le sottotendenze che hanno voluto affermare. Tuttavia, Prestinenza Puglisi ribadisce la sua critica, più volte esposta, anche nei suoi interventi su Diario DIAC, a una certa perdita di originalità, soprattutto dopo il primo decennio del secolo, per lasciare il posto a quello che chiama l’High Touch, un’architettura “sartoriale, attenta ai dettagli, ma con poca voglia di rischiare, con poco coraggio, che rischia di diventare noiosa”. Avremmo bisogno – dice – “di architetti più spericolati, mentre oggi prevale largamente la volontà di adeguarsi alle richieste del cliente, la riduzione dell’architettura ad arte del piacevole”.
Massimo Alvisi: abbiamo innalzato moltissimo la qualità media dell’architettura
Incalzati sull’High Touch e sulla capacità di dare risposte e di incidere degli architetti nella società italiana di oggi, gli esponenti della Nuova architettura presenti hanno risposto in modo articolato. Massimo Alvisi ha detto di non ritenere “affatto noiosa l’architettura italiana, come conferma l’interesse che riesce a suscitare”. E ha anzi rilanciato dicendo che “agli inizi deglli anni 2000 si diceva proprio che uno dei problemi dell’architettura italiana era una qualità media bassa, mentre negli altri Paesi europei c’era un livello medio più alto, e mi sento di dire che quel livello medio della qualità degli architetti è cresciuto moltissimo”.
Marco Casamonti: Accademia e professione possono coesistere
Marco Casamonti ha toccato il tema del rapporto fra Accademia e professione, avendo fatto entrambe. “Nella prima parte della mia vita ho fatto il professore universitario, poi ho incontrato Massimiliano Fuksas che ha cambiato la mia vita, mi ha detto ‘ma che fai il professore, un architetto si riconosce soltanto dalle opere che fa’.
Mi sono reso conto che aveva ragione anche se non ho mai rinunciato del tutto a insegnare. Però ho via via dato più spazio alla professione fino all’altra grande svolta della mia vita, quando mi è stato chiesto di fare la cantina Antinori. Con quell’opera tutto è cambiato perché è un’opera conosciuta in tutto il mondo. Oggi abbiamo tanto lavoro, realizziamo anche cento lavori in contemporanea in diverse parti del mondo”.
Gianluca Peluffo: una crescita data solo dalla committenza privata non consente di superare le fragilità
Più sensibile a vedere l’evoluzione dell’architettura italiana segnalando le molte cose positive ma anche gli aspetti critici è Gianluca Peluffo. “Concordo molto con Massimo Alvisi – ha detto – che, con le cose straordinarie che stavano succedendo soprattutto in Francia, l’esigenza reale che avevamo era anzitutto di innalzare la qualità media dell’architettura italiana. Penso però che questo sia successo grazie alla committenza privata che ci ha lasciati liberi di proporre, mentre non è successo attraverso incarichi pubblici. Questo è un vulnus di fragilità della nostra professione in Italia perché non si cresce con la sola committenza privata. e dobbiamo chiederci se, con queste fragilità, l’architettura italiana sia in grado oggi di dare risposte ai problemi molto gravi che stanno arrivando, gli stipendi bassi, la crisi abitativa”.
Christian Rocchi: l’obiettivo prioritario dell’Ordine è abbattere la logica del presepe
Sul punto chiave del ruolo dell’architetto oggi sono tornati il presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma, Christian Rocchi, e Susanna Tradati di Nemesi. Rocchi ha fatto riferimento alla “sindrome del presepe” più volte enunciata da Prestinenza Puglisi, la paura cioè di cambiare, di trasformare, di modernizzare, per lasciare invece “tutto come è e dove è”. “Luigi ha detto molto chiaramente – ha spiegato Rocchi – qual è il nostro male, la logica del presepe, che noi dobbiamo sbaragaliare con la comunicazione. Nella logica del presepe abbiamo abbandonato la società, non abbiamo avuto la forza di parlare alla società e l’architettura è stata messa nello sgabuzzino. Gli architetti ci sono e sono bravissimi, dal libro arriva una conferma. Manca questa lotta alla logica del presepe ed è l’obiettivo primario che ci siamo dati come Ordine degli architetti, dare una spallata a questa logica”.
Susanna Tradati: servono concorsi di architettura fatti bene, gli architetti devono contribuire a costruire la visione politica per risolvere i problemi della casa e della città
“Uno strumento con cui potremmo contribuire a risolvere i problemi della città – ha detto Susanna Tradati – è quello del concorso pubblico, ma i concorsi di architettura non funzionano, come dimostra il caso del concorso ai Fori Imperiali. Quindi anche per rispondere alla domanda sulle residenze, come possiamo noi progettisti immaginare di intervenire su un frammento, sun un dettaglio quando non siamo coinvolti nella visione? L’emergenza abitativa è un’idea di città su cui noi dovremmo contribuire a dare una risposta, a costruire una visione politica della città che in questo momento manca totalmente. Il PNRR è stato una dimostrazione, ancora una volta, di quello che sta succedendo a Roma e in tutta Italia, cioè il totale scollegamento tra la visione progettuale e la governance politica. La professione – ha continuato Tradati – è cambiata tantissimo: si è passati da una dimensione laboratoriale che tutti noi abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di poter affrontare lavorando sulla materia e sul progetto, temi imprescindibili anche per affrontare la dimensione imprenditoriale dell’architettura, a una dimensione oggi che ha al centro il progetto urbano, l’architettura nella sua dimensione urbana. Per questo dico che dobbiamo riacquisire un ruolo, non dico paritario ma comunque importante, rispetto alla visione politica che noi possiamo contribuire a delineare accompagnando e supportando quelli che sono i decisori della parte più alta”.