L'ANALISI DELLA CORTE DEI CONTI
Da Regioni e Comuni anticipazioni per un terzo dei fondi PNRR dovuti. Flop del decreto anticipazioni?
L’estrazione fatta dalla CdC sui dati Regis al 28 agosto 2025 dice che su pagamenti effettuati dagli enti per 17,8 miliardi i trasferimenti ricevuti di fondi PNRR per le stesse opere in corso sono stati pari a 12 miliardi con un gap di 5,8 miliardi. “Le realizzazioni ne hanno risentito in maniera rilevante”. Il decreto Mef, firmato il 6 dicembre 2024, prevedeva la possibilità per i ministeri di anticipare fino al 90%.

Giancarlo Giorgetti
Le realizzazioni delle opere del Pnrr “hanno risentito, in maniera rilevante, dei trasferimenti centro-periferia ovvero delle erogazioni da parte delle amministrazioni titolari”. La Corte dei conti, che ieri ha pubblicato un aggiornamento dell’analisi “Il Piano nazionale di ripresa e resilienza negli enti territoriali”, evidenzia nella lentezza dei trasferimenti dalle amministrazioni titolari (i ministeri nella gran parte dei casi) agli enti attuatori (fra cui spesso sono gli enti locali e le Regioni) una delle maggiori criticità nell’attuazione del Pnrr.
“Il confronto – dice l’analisi della Corte dei conti – tra i pagamenti a valere sulle sole risorse PNRR effettuati degli enti attuatori (15,1 miliardi) e i trasferimenti ricevuti a tale titolo (11,9 miliardi) evidenzia come il comparto abbia, alla data di estrazione, anticipato oltre 3,2 miliardi, mentre se il confronto viene effettuato con i pagamenti totali degli enti (17,8 miliardi), il gap sale a circa 5,8 miliardi”. Da questi numeri – che fotografano la situazione di avanzamento in un momento preciso grazie una estrazione puntuale effettuata dalla Corte dei conti sui dati Regis il 28 agosto 2025 – si evidenzia che, rispetto alle opere in corso a vari stadi, mediamente gli enti territoriali sono costretti ad anticipare un terzo dei fondi Pnrr assegnati per sopperire alla lentezza con cui avvengono i trasferimenti.
Un problema ben noto al governo e al Mef che aveva tentato di correre ai ripari con un decreto ministeriale firmato il 6 dicembre 2024: quel provvedimento consentiva ai ministeri – eccezionalmente per il Pnrr – di anticipare fino al 90% il trasferimento dei fondi attribuiti a un’opera o a un’amministrazione, proprio per fluidificarne l’esecuzione. Un decreto che era stato la punta più avanzata di un atteggiamento “illuminato” del Mef, interessato, forse per la prima volta nella storia recente, all’efficienza e all’accelerazione della spesa di investimento, anche a costo di smantellare le burocratiche procedure difensive di contabilità, scritte e rafforzate ai tempi dell’austerità della finanza pubblica. Non sembra, però, dal riscontro della Corte dei conti – su cui certamente bisognerà attendere ulteriori verifiche nei prossimi mesi – che il decreto MEF e il suo tentativo di abbattere gli ostacoli delle procedure di contabilità abbia sortito l’effetto voluto o almeno non lo abbia fatto per quanto sperato.
Questa fotografia di sofferenza e criticità dei trasferimenti ai soggetti attuatori a monte non esclude affatto – ma qui sarebbero necessarie ulteriori verifiche da parte della Corte dei conti – che ci sia stato un generale rallentamento anche a valle, nella fase successiva dei trasferimenti dei fondi, quella che va dai soggetti attuatori-committenti agli appaltatori, come ha denunciato a più riprese l’associazione nazionale dei costruttori (Ance). Le capacità di anticipazione di enti locali e Regioni è, infatti, a sua volta, limitata e senza benzina il motore è destinato comunque a rallentare.
Questo rallentamento a valle si è manifestato in due modi: il ritardo nei pagamenti agli appaltatori, ammesso di recente anche da Rete Ferroviaria Italiana (pur con l’annuncio di un rapido superamento della fase critica); l’anticipazione che le imprese appaltatrici hanno dovuto fare in questi mesi delle coperture di costi ed extracosti di cantiere per evitare di fermare le opere (situazione critica solo in parte rientrata con il rifinanziamento in legge di bilancio del decreto “caro materiali”, visto che mancano comunque all’appello ancora 1-1,2 miliardi per il biennio 2024-2025).