FINANZA E INNOVAZIONE
Panetta (Bankitalia): “Investimenti ingenti e capitali pazienti per la sfida della Ia”. Vigliotti (Bei): “Servono più private equity e venture capital”

FABIO PANETTA GOVERNATORE BANCA D'ITALIA
La sfida dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto la capacità di sviluppare nuove tecnologie, ma soprattutto quella di trasformarle in produttività, crescita e autonomia strategica. Per riuscirci non bastano le competenze industriali e la ricerca: servono capitali in grado di finanziare innovazione, soprattutto quella basata su asset immateriali, e un sistema finanziario capace di assumere più rischio. È il messaggio convergente emerso dalla conferenza organizzata a Roma dalla Banca d’Italia e dalla Banca europea per gli investimenti (BEI), dove il governatore Fabio Panetta e la vicepresidente della BEI, Gelsomina Vigliotti, hanno delineato le condizioni necessarie affinché l’Europa e l’Italia possano cogliere la rivoluzione dell’intelligenza artificiale senza perdere terreno nella competizione globale.
Per Panetta, l’intelligenza artificiale rappresenta una rara occasione per affrontare il problema cronico della bassa produttività italiana. Un tema che il governatore aveva già posto al centro delle Considerazioni finali del 29 maggio e sul quale è tornato analizzando il legame tra innovazione, investimenti e finanza. Per l’Italia, ha ribadito, si tratta di un’opportunità da non sprecare, ma che richiede investimenti profondamente diversi da quelli tradizionali e un mercato dei capitali più sviluppato.
“L’intelligenza artificiale non è più una prospettiva lontana. È già entrata nei processi produttivi, nei servizi, nella ricerca, nella vita quotidiana. E avanza a una velocità che impone a imprese, istituzioni e sistema finanziario di agire con altrettanta rapidità”, ha osservato Panetta, richiamando due esempi emblematici: la diffusione degli agenti di intelligenza artificiale, capaci di svolgere compiti complessi con elevata autonomia e di collaborare tra loro e con le persone, e l’arrivo di dispositivi portatili dotati di una potenza di calcolo che fino a pochi anni fa richiedeva infrastrutture specializzate.
Per un Paese come l’Italia, ricco di competenze industriali, specializzazioni produttive e dati generati quotidianamente dalle imprese, i benefici potrebbero essere particolarmente rilevanti, soprattutto nella manifattura. L’intelligenza artificiale, ha spiegato il governatore, può prevenire guasti, ridurre sprechi, ottimizzare l’utilizzo di energia e materiali, accelerare la progettazione e migliorare la qualità dei prodotti, trasformando i dati dei processi produttivi in conoscenza, innovazione ed efficienza. Più in generale, è destinata a incidere sull’organizzazione del lavoro, sulla formazione e sul modo stesso di prendere decisioni.
Ciò che distingue questa rivoluzione dalle precedenti è tuttavia la velocità del cambiamento. Per questo, ha sottolineato Panetta, la transizione “va preparata e governata”: occorre investire nelle competenze, accompagnare i lavoratori più esposti e impedire che i benefici dell’innovazione si concentrino in poche imprese, in pochi settori o in pochi territori. Il principio guida resta quello che “il progresso tecnologico deve trasformarsi in progresso umano”. Da qui il richiamo all’enciclica di Papa Leone XIV e agli interventi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “L’intelligenza artificiale deve restare al servizio della persona, della dignità del lavoro, della responsabilità e della libertà. Solo così il cambiamento potrà essere percepito come un’opportunità e non come una minaccia”.
Decisivo, secondo Panetta, sarà il ruolo del sistema finanziario. “Questa trasformazione richiederà alle imprese investimenti ingenti, diversi per natura da quelli tradizionali. Molti saranno immateriali: ricerca, software, dati, competenze, organizzazione. Sono investimenti difficili da valutare dall’esterno, spesso rischiosi, con ritorni incerti e lontani nel tempo”. Per questo “senza una finanza adeguata l’innovazione resta un’idea; con finanza paziente, capitale di rischio e mercati più profondi può diventare crescita, occupazione e competitività”.
Su questo punto si è innestato il contributo della vicepresidente della BEI, Gelsomina Vigliotti, che ha posto l’accento sulla necessità di sviluppare strumenti finanziari adeguati alla nuova economia. “Sostenere l’innovazione significa sostenere la sovranità tecnologica europea”, ha affermato, osservando come la creazione di valore dipenda sempre più da asset intangibili piuttosto che da quelli fisici. In questo contesto, “il credito da solo non basta”: servono strumenti in grado di assumere maggior rischio, come il private equity e il venture capital, settori nei quali la BEI ha rafforzato il proprio intervento.
Secondo Vigliotti, innovazione e finanza sono ormai inscindibili e rappresentano anche una condizione essenziale per preservare l’autonomia strategica dell’Europa. Sebbene il continente registri buoni livelli di adozione dell’intelligenza artificiale, il suo utilizzo rimane spesso parziale e non pienamente integrato nei processi aziendali, limitandone gli effetti sulla produttività. Ancora più evidente, ha osservato, è la difficoltà nel far crescere nuovi leader tecnologici europei. Da qui il ruolo della BEI, che “non è solo una banca, ma un abilitatore dell’economia reale”, attraverso un approccio integrato al finanziamento dell’innovazione.
Panetta ha comunque invitato a guardare con fiducia alle potenzialità dell’Italia e dell’Europa. “Non partiamo da zero. Abbiamo risparmio, ricerca, imprese e competenze”. Il limite, ha osservato, è che troppo spesso queste risorse non riescono a combinarsi nella scala necessaria per sostenere i progetti più ambiziosi. La sfida è quindi rafforzare la capacità di mobilitare capitali verso le imprese che innovano, crescono e trasformano la ricerca in applicazioni concrete, facendo dell’intelligenza artificiale non un fenomeno confinato alla frontiera tecnologica, ma una leva diffusa di sviluppo economico e di competitività per l’Italia e per l’Europa.