IL MEMBRO DELL'ADVISORY BOARD
Micelli: “Il Report difende la buona pianificazione urbanistica. La nuova politica Ue dell’housing deve marciare con le altre Agende europee, non smantellarle”

ENZO MICELLI DOCENTE UNIVERSDITA' DI VENEZIA
Ezio Micelli, professore ordinario allo IUAV di Venezia ed ex assessore all’Urbanistica di Venezia, è l’unico italiano fra i quindici componenti dell’Housing Advisory Board della commissione Ue che ieri ha consegnato al commissario Jorgensen il documento con le 75 raccomandazioni in vista della predisposizione dello European Affordable Housing Plan della commissione previsto per dicembre.
Prof. Micelli, cosa ha imparato dalla partecipazione alla redazione di questo Report?
La cosa che più mi ha sorpreso è scoprire che i problemi che affliggono l’Europa sono incredibilmente simili. A Lisbona o ad Amsterdam o a Monaco di Baviera c’è una profonda similitudine nei processi che producono ricadute sul tema della casa. A fronte di questa uniformità di questioni il modo di rispondere di ogni Stato e di ogni territorio è totalmente frammentato, localmente determinato, per cui a volte la sensazione del lavoro che abbiamo fatto e da fare è di uno sforzo epico di ricomposizione, di messa a sistema di tutti gli elementi che possano concorrere a una politica efficace.
Quindi se abbiamo una grande diversità, non nasce tanto da domande diverse ma dalla frammentazione delle risposte. Ci fa un esempio concreto?
Certamente questo vale per i sistemi legislativi nazionali, ma anche per questioni di ordine locale come può essere trovare le aree pubbliche o gli immobili su cui realizzare le politiche della casa. Abbiamo, in altri termini, una grandissima varietà di modi di intendere le politiche urbanistiche a servizio della politica abitativa. È stato un problema trovare modelli comuni spendibili su una scena europea e infatti nel rapporto c’è un ampio capitolo sull’housing legato al planning che si prefigge proprio di mettere ordine in questo. Rilancia il good planning come una delle parole d’ordine di questa stagione, anche con l’intento di evitare che il grande fabbisogno abitativo dia vita ad azioni speculative o a politiche che scardinano i processi di pianificazione.
C’è anche un tema di efficienza dei processi produttivi che per altro lei aveva segnalato l’8 ottobre scorso ai microfoni di Diario DIAC (si veda qui la videointervista).
Sì, c’è un grosso problema di esecuzione che viene segnalato nel Report e viene però trattato come una grande opportunità per l’industria europea. Noi avremo una domanda di grandi volumi che non può essere affidata ai singoli Comuni ma richiede invece sforzi su una scala più ampia. C’è, appunto, un problema di efficienza dei processi produttivi che chiama in causa pipeline stabili ed efficienti. Serve una discontinuità industriale: fare le case è anche un’attività manifatturiero-industriale che può rappresentare una bella sfida per l’industria delle costruzioni. Bisogna lavorare a quello che viene chiamato Modern Means of Construction, sia nell’ambito del riuso sia nell’ambito della nuova costruzione. Nel gruppo che ha elaborato il Report c’era una ricercatrice polacca che lavora su una filiera, quella del Modular in Polonia, che esporta ormai molto più di quello che trattiene nel suo Paese, alberghi, case. L’Europa non può essere solo regolazione e redistribuzione, è anche un mercato comune di 500 milioni di persone per un’industria e per servizi che devono crescere a questa scala. Si sta affermando in modo evidente una nuova domanda sociale che non è più nella fascia grigia, ma ha raggiunto il ceto medio, coinvolto a pieno nella crisi. A questa domanda bisogna dare risposte con un’offerta efficiente.
Ne ha parlato anche il presidente dell’Advisory Board, Eamon Ryan, nella conferenza stampa di presentazione del Report.
Sì, lui l’ha messa molto in termini di ricchezza e di distribuzione intergenerazionale della ricchezza. La sua generazione è quella che è riuscita a comprare una o due case, mentre per la generazione che entra oggi nel mercato del lavoro comprarsi anche solo un appartamento è un’operazione molto complicata e impegnativa. A me sembra sia una declinazione dei processi più generali di polarizzazione della ricchezza che però ha una ricaduta spaziale e sulla casa. E visto che la casa non è solo un bene di mercato ma è anche un diritto, ha anche una dimensione più ampia e pone un problema.
Facciamo un passo indietro. Quali sono le due o tre cose qualificanti di questo report?
Anzitutto, come dicevo, questo tentativo epico di far passare la casa da un problema rilevante in sede locale a problema europeo. Già dare una definizione comune di affordability richiede tempo perché si parte da definizioni diverse. Ma questo trovare definizioni comuni è un passaggio necessario perché solo mettendo insieme questi pezzi riusciamo a entrare nel vivo di una politica unitaria europea sulla casa.
Il vostro Report contribuisce a costruire l’infrastruttura su cu realizzare questa politica.
Sì, credo sia stata veramente una scelta coraggiosa da cui ne derivano altre. Le politiche urbanistiche, per esempio, nei contesti in cui il problema dell’housing è avvertito, devono porsi la questione centrale di come si recuperano le risorse fondiarie e immobiliari per dare attuazione a queste politiche. E su questo il report indica delle strade. Ovviamente sono indicazioni generali da cui ogni Stato dovrà inventarsi, nell’ambito della propria attività di regolazione, lo sforzo per dare concreta attuazione a un percorso che unisca planning e housing. Anche nel nostro Paese planning e housing non sono andate insieme per anni, sono state separate.
Nel Report si difende molto il good planning.
Sì, come dicevo, la preoccupazione è che il fabbisogno abitativo generi il tentativo dei costruttori di smantellare ulteriormente la pianificazione. Invece le risposte devono entrare nella pianificazione. Non mi ricordo piani regolatori che negli ultimi anni si siano posti il problema di reperire aree in cui realizzare case. Se le case mancano è perché le politiche regolative sono restrittive e producono come conseguenza un’offerta troppo limitata rispetto a una domanda in costante crescita.
Anche perché il concetto di abitare sta cambiando radicalmente.
Penso che nessuno abbia nostalgia di quartieri in cui le case vengono su nel fango come nel film Accattone. Tutti immaginiamo che abitare sia qualcosa di decisamente più ampio e che preveda di tenere insieme le diverse agende della politica europea.
Lo dite espressamente a proposito del Green New Deal. La nuova politica dell’housing non deve contrastare il Green New Deal ma muoversi nella stessa direzione.
Sì, è l’altro messaggio importante che ha voluto mandare Eamon Ryan. Come c’è il rischio di smantellare l’urbanistica, c’è anche il rischio che l’housing venga usato come cavallo di Troia per smantellare il Green New Deal. Da qui l’esigenza, più volte sottolineata, che le Agende si tengano, si integrino e non si cancellino vicendevolmente. Quindi non solo l’Agenda green. Ma, per esempio, abbiamo l’Agenda del New European Bauhaus. O l’Agenda della città dei 15 minuti, anche quella può e deve lavorare insieme alla politica dell’housing.
O l’Agenda della rigenerazione urbana: nel Report l’accoppiamento più forte è proprio fra housing e rigenerazione urbana. Che ci fa pensare anche agli interventi in partenariato pubblico-privato e al tema niente affatto secondario delle risorse finanziarie.
La tesi del Report è che serve una finanza multistrato che coinvolga in maniera determinante i capitali pazienti privati. Direi che si punta al riconoscimento di una asset class riconoscibile che è proprio quella dell’Affordable Housing. Il carattere riconosciuto deve essere quello di un rapporto rischio-rendimento girato tutto verso il basso e di un impatto sociale molto elevato. La sfida è diventare un ambito di azione in cui si mette a valore la lettera S degli ESG, con l’obiettivo di dirottare masse di capitali dentro un’azione in cui la pubblica amministrazione lavora con il privato e con il terzo settore.
Non era un vostro obiettivo tentare previsioni quantitative sui fabbisogni?
I tempi che ci siamo dati erano talmente stretti che abbiamo subito detto “rinunciamo a una dimensione quantitativa”. Altri fanno già questo lavoro. Noi non avevamo neanche il budget per coinvolgere le tecnostrutture in questo compito.
Questo Report può dare qualche spunto alla politica e al dibattito italiano attuale?
Certamente il tema di cui dicevo prima del rapporto fra pianificazione urbanistica e housing. Vedo una scarsa attenzione in Italia. Sarebbero certamente utili strumenti di nuova legislazione con un capitolo dedicato a pipeline destinate a restituire una nuova azione di housing nelle grandi aree metropolitane, quelle più in difficoltà in questo momento. Nei piani delle grandi città non mi pare ci sia una così attenta e calibrata attenzione all’approvvigionamento stabile di aree per le politiche abitative che invece alla luce di un documento come questo, e dei documenti che seguiranno, deve diventare uno degli aspetti che qualificano il piano urbanistico. Noi abbiamo avuto una lunga tradizione di case popolari organizzate nei piani 167, per non citare sempre il solito piano INA casa. Ma anche negli anni 60 abbiamo avuto meccanismi di approvvigionamento stabile e consolidato sia per l’approvvigionamento delle aree che per il finanziamento degli interventi. Ecco, tutto questo, soprattutto in alcune parti del Paese, deve tornare a essere normalità, mentre oggi è eccezione.
C’è anche un versante legislativo?
Serve una legge che aiuti e sostenga l’housing nell’ambito della rigenerazione urbana. Anche nella legge in discussione in Parlamento non mi pare ci sia. Nei tanti progetti che anche Diario DIAC monitora non vedo spesso il tema dell’approvvigionamento di aree per la politica della casa. Anche perché qui stiamo parlando di fabbisogni di decine di migliaia di case, non di progetti bandiera che racconti nelle conferenze stampa.