L’Emilia-Romagna al lavoro per la proposta di legge regionale sul diritto al gioco libero come infrastruttura urbana e progetto di città

23 Giu 2026 di Francesca Gioia

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Il gioco non è un’attività accessoria né un tempo residuale dell’infanzia, ma una componente strutturale  dello sviluppo umano e un indicatore diretto della qualità dell’ambiente costruito. Giocare significa  esercitare autonomia, sperimentare il corpo, costruire relazioni e apprendere nello spazio pubblico in  condizioni non totalmente determinate. Anche nella vita adulta. 

In questa prospettiva, la progressiva riduzione del gioco libero nello spazio urbano non è un fenomeno  educativo, ma un esito urbanistico: segnala una città sempre più specializzata, normata e segmentata, in cui  lo spazio pubblico perde la sua funzione relazionale e diventa infrastruttura principalmente funzionale alla  mobilità motorizzata e al consumo. 

Consulta Cinnica e proposta di legge: il gioco come diritto urbano 

Dentro questo quadro si colloca il lavoro della Consulta Cinnica la rete Bolognese – ma sempre più in  crescita – che assicura il rispetto dell’art.31 della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia perché “in Italia l’esercizio di questo diritto è spesso compromesso da squilibri nella disponibilità di spazi, tempi e  opportunità ludiche. I principi che promuoviamo — autonomia dei bambini, diritto al gioco, mobilità sicura,  partecipazione e qualità dello spazio pubblico — hanno una valenza che va oltre i confini locali”. 

La questione da urbana diventa sociale: “le conseguenze che genera uno spazio pubblico non adeguato sono  molteplici tra cui la ridotta socialità nei contesti extra-scolastici, con la percentuale di adolescenti che non  incontrano amici fuori dalla scuola passata dal 5,6% nel 2019 al 9,7% nel 2022. La mancanza di abitudine al  gioco libero e spontaneo nei quartieri contribuisce a questo fenomeno, sottolineando la necessità di politiche  che promuovano il gioco come strumento di crescita e benessere.” 

La dimensione dell’advocacy assume un valore centrale che loro esercitano pienamente come Rete.  

Attualmente, la Regione Emilia-Romagna non dispone di una legge specifica sul diritto al gioco. Un  riferimento normativo esistente è la Legge Regionale n. 14/2008, “Norme in materia di politiche per le  giovani generazioni” che affronta il tema del gioco in alcuni articoli, ma senza una trattazione organica. Al  contrario, la Regione Friuli Venezia Giulia ha approvato nel 2017 la Legge Regionale n. 33 sul “diritto al  gioco e all’attività ludico-motoria-ricreativa, sebbene la sua applicazione sia stata ostacolata da  cambiamenti politici. 

Il punto non è soltanto l’introduzione di un principio normativo, ma lo spostamento del gioco dentro il  campo della pianificazione urbana e delle politiche per lo spazio pubblico. 

La proposta di legge rappresenta infatti un atto di riconoscimento istituzionale: il gioco viene assunto come  componente del diritto alla città e non come funzione accessoria dell’educazione o del tempo libero. 

Tuttavia, la norma non è sufficiente a produrre trasformazione urbana automatica. Il nodo è strutturale: le  città sono state progettate per decenni a partire da un utente implicito adulto, autonomo e motorizzato.  Questo modello ha progressivamente espulso bambini e adolescenti dallo spazio pubblico quotidiano,  confinando il gioco in aree recintate, dedicate e iper-normate. 

Cinnica: “sappiamo bene che un articolo che menziona il gioco libero in una legge regionale non lo farà  magicamente riapparire sulle nostre strade. Per far sí che ció accada davvero, occorre che altri cambiamenti 

concreti avvengano, tra cui sicuramente figurano quelli relativi allo spazio urbano. Le nostre cittá sono state  progettate per decenni con un parametro escludente: un fantomatico “utente standard”, che non  corrisponde se non a meno del 5% della popolazione” .Manca la rappresentazione del 95% che costituisce  la maggioranza. 

Spazio urbano e fallimento del modello “area gioco” 

Il problema non riguarda quindi la carenza di aree gioco, ma la logica stessa con cui lo spazio urbano è stato  progettato. L’equazione “gioco = attrezzatura” ha prodotto una frammentazione funzionale della città: spazi  chiusi, isolati, spesso scollegati dalla rete della mobilità quotidiana. 

In questo senso, la città contemporanea non è pensata come infrastruttura continua del gioco, della  socialità e dell’autonomia, ma come somma di dispositivi separati. 

La prospettiva che emerge dalla Consulta Cinnica e dalla proposta di legge regionale è invece opposta: non  interventi puntuali, ma una infrastruttura urbana diffusa, in cui il gioco diventa qualità dello spazio  pubblico e non sua eccezione. 

In questo quadro, il programma Bologna 30 rappresenta un laboratorio cruciale di trasformazione urbana. 

Non solo per la riduzione della velocità veicolare, ma perché introduce una diversa idea di città: una città  più lenta, più porosa, in cui lo spazio stradale torna progressivamente a essere spazio di relazione e non solo  di attraversamento. 

Dal punto di vista del gioco, questo cambio di paradigma è strutturale. La riduzione della velocità non è solo  una misura di sicurezza stradale, ma una condizione urbana che riapre possibilità di uso spontaneo dello  spazio pubblico, soprattutto per l’infanzia e l’adolescenza. Una città più lenta è anche una città  potenzialmente più giocabile. 

In questo senso, Bologna 30 agisce come dispositivo di ri-costruzione della città quotidiana: non aggiunge  spazi dedicati, ma modifica le condizioni generali dell’ambiente costruito, rendendo possibile una nuova  relazione tra corpo, strada e autonomia. 

Scuola come produzione di conoscenza urbana 

In questo quadro si inserisce il contributo di Paola Bassoli, docente e atelierista “affrontando in vari progetti  il tema della città vista dagli occhi dei bambini emerge una visione della città come spazio vissuto e  relazionale, molto diversa da quella funzionale e organizzativa che abbiamo noi adulti.” 

Nei laboratori legati alla progettazione di un parco, i bambini non ragionano in termini di fattibilità tecnica,  ma di desiderio e uso reale dello spazio urbano: immaginano strutture più adatte alla loro età, dispositivi  per arrampicarsi, correre e saltare, e spazi destrutturati, meno normati e più aperti all’esplorazione. 

In questo senso, gli educatori assumono una funzione di mediazione tra esperienza quotidiana e istituzioni,  traducendo pratiche, narrazioni e bisogni in materiali utili alla progettazione urbana. Il progetto del parco  citato da Bassoli nasce infatti all’interno dell’Istituto Cocchetti, mostrando come la scuola possa diventare  origine concreta di processi di trasformazione dello spazio pubblico e della sua qualità urbana. 

PNRR, tempo e urbanistica dell’emergenza 

Il PNRR ha rappresentato un’occasione rilevante per molte città italiane. Tuttavia, la natura straordinaria e  temporale dei fondi ha prodotto una forte accelerazione progettuale, spesso efficace solo laddove esisteva  già una pianificazione strutturata.

Il punto critico è la dimensione del tempo nella costruzione della città: la trasformazione urbana non può  essere governata esclusivamente da scadenze straordinarie, ma deve essere pensata come processo  continuo. 

La sfida è trasformare lo straordinario in ordinario: rendere strutturale la capacità di progettare spazi  pubblici accessibili, continui e inclusivi. 

Senza questo passaggio, anche gli interventi più innovativi restano episodi isolati, incapaci di modificare la  struttura della città. 

Ordini professionali e responsabilità progettuale 

Un ruolo chiave è giocato dagli attori della progettazione urbana. Il coinvolgimento dell’Ordine degli  Architetti di Bologna da parte di Consulta Cinnica segnala un passaggio importante: la produzione dello  spazio costruito non è solo tecnica, ma culturale e politica. 

La formazione dei progettisti diventa quindi uno snodo strategico per modificare le categorie con cui la città  viene immaginata e realizzata. 

Una proposta di legge regionale sul diritto al gioco libero come infrastruttura urbana e progetto di città.  La proposta per l’Emilia Romagna e il coinvolgimento degli Ordini Professionali per riprogettare le città sul  gioco. 

Gioco come infrastruttura dello sviluppo e della città 

Il gioco non è un’attività accessoria né un tempo residuale dell’infanzia, ma una componente strutturale  dello sviluppo umano e un indicatore diretto della qualità dell’ambiente costruito. Giocare significa  esercitare autonomia, sperimentare il corpo, costruire relazioni e apprendere nello spazio pubblico in  condizioni non totalmente determinate. Anche nella vita adulta. 

In questa prospettiva, la progressiva riduzione del gioco libero nello spazio urbano non è un fenomeno  educativo, ma un esito urbanistico: segnala una città sempre più specializzata, normata e segmentata, in cui  lo spazio pubblico perde la sua funzione relazionale e diventa infrastruttura principalmente funzionale alla  mobilità motorizzata e al consumo. 

Consulta Cinnica e proposta di legge: il gioco come diritto urbano 

Dentro questo quadro si colloca il lavoro della Consulta Cinnica, rete bolognese – ma in crescente  espansione – che si pone l’obiettivo di garantire il rispetto dell’art. 31 della Convenzione sui Diritti  dell’Infanzia, secondo cui il diritto al gioco è parte integrante dei diritti fondamentali dei minori. 

Come ricordano i promotori, in Italia questo diritto è spesso compromesso da squilibri nella disponibilità di  spazi, tempi e opportunità ludiche: 

“I principi che promuoviamo — autonomia dei bambini, diritto al gioco, mobilità sicura, partecipazione e  qualità dello spazio pubblico — hanno una valenza che va oltre i confini locali.” 

La questione non è solo urbana, ma sociale. La stessa rete evidenzia come le trasformazioni dello spazio  pubblico incidano sulle forme della socialità:

“Le conseguenze che genera uno spazio pubblico non adeguato sono molteplici tra cui la ridotta socialità nei  contesti extra-scolastici, con la percentuale di adolescenti che non incontrano amici fuori dalla scuola  passata dal 5,6% nel 2019 al 9,7% nel 2022.” 

In questo quadro, la dimensione dell’advocacy assume un ruolo centrale. La Regione Emilia-Romagna non  dispone oggi di una legge organica sul diritto al gioco: il riferimento è la L.R. 14/2008 sulle politiche per le  giovani generazioni, mentre esperienze più strutturate esistono altrove, come la L.R. 33/2017 del Friuli  Venezia Giulia, dedicata al diritto al gioco e all’attività ludico-motoria, la cui attuazione è stata però  discontinua. 

Il punto, tuttavia, non è soltanto normativo. È lo spostamento del gioco dentro il campo della pianificazione  urbana e delle politiche per lo spazio pubblico. La proposta di legge rappresenta un atto di riconoscimento  istituzionale: il gioco viene assunto come componente del diritto alla città e non come funzione accessoria  dell’educazione o del tempo libero. 

Ma, come sottolinea la stessa Consulta Cinnica: 

“Sappiamo bene che un articolo che menziona il gioco libero in una legge regionale non lo farà  magicamente riapparire sulle nostre strade.” 

Il nodo è strutturale: le città sono state progettate per decenni a partire da un utente implicito adulto,  autonomo e motorizzato. Un modello che non rappresenta la maggioranza della popolazione urbana e che  lascia fuori circa il 95% degli abitanti nelle loro specificità d’uso dello spazio. 

Spazio urbano e fallimento del modello “area gioco” 

Il problema non è la carenza di aree gioco, ma la logica con cui lo spazio urbano è stato progettato.  L’equazione “gioco = attrezzatura” ha prodotto una frammentazione funzionale della città: spazi chiusi,  isolati, spesso scollegati dalla rete della mobilità quotidiana. 

La città contemporanea non è pensata come infrastruttura continua del gioco, della socialità e  dell’autonomia, ma come somma di dispositivi separati. 

La prospettiva che emerge dalla Consulta Cinnica e dalla proposta di legge regionale è opposta: non  interventi puntuali, ma una infrastruttura urbana diffusa, in cui il gioco diventa qualità dello spazio pubblico  e non sua eccezione. 

Bologna 30: città lenta e spazio pubblico riappropriabile 

In questo quadro, il programma Bologna 30 rappresenta un laboratorio cruciale di trasformazione urbana. 

Non solo per la riduzione della velocità veicolare, ma perché introduce una diversa idea di città: una città  più lenta, porosa, in cui lo spazio stradale torna progressivamente a essere spazio di relazione e non  soltanto di attraversamento. 

Dal punto di vista del gioco, questo cambio di paradigma è strutturale. La riduzione della velocità non è solo  una misura di sicurezza stradale, ma una condizione urbana che riapre possibilità di uso spontaneo dello  spazio pubblico, soprattutto per l’infanzia e l’adolescenza. Una città più lenta è anche una città  potenzialmente più giocabile. 

In questo senso, Bologna 30 agisce come dispositivo di ri-costruzione della città quotidiana: non aggiunge  spazi dedicati, ma modifica le condizioni generali dell’ambiente costruito, rendendo possibile una nuova  relazione tra corpo, strada e autonomia. 

Scuola come produzione di conoscenza urbana

In questo quadro si inserisce il contributo di Paola Bassoli, docente e atelierista. 

“Affrontando in vari progetti il tema della città vista dagli occhi dei bambini emerge una visione della città  come spazio vissuto e relazionale, molto diversa da quella funzionale e organizzativa che abbiamo noi  adulti.” 

Nei laboratori legati alla progettazione di un parco, i bambini non ragionano in termini di fattibilità tecnica,  ma di desiderio e uso reale dello spazio urbano: immaginano strutture più adatte alla loro età, dispositivi  per arrampicarsi, correre e saltare, e spazi destrutturati, meno normati e più aperti all’esplorazione. 

In questo senso, gli educatori assumono una funzione di mediazione tra esperienza quotidiana e istituzioni,  traducendo pratiche, narrazioni e bisogni in materiali utili alla progettazione urbana. Il progetto del parco  citato da Bassoli nasce infatti all’interno dell’Istituto Cocchetti di Milano mostrando come la scuola possa  diventare origine concreta di processi di trasformazione dello spazio pubblico e della sua qualità urbana. 

PNRR, tempo e urbanistica dell’emergenza 

Il PNRR ha rappresentato un’occasione rilevante per molte città italiane. Tuttavia, la natura straordinaria e  temporale dei fondi ha prodotto una forte accelerazione progettuale, spesso efficace solo laddove esisteva  già una pianificazione strutturata. 

Il punto critico è la dimensione del tempo nella costruzione della città: la trasformazione urbana non può  essere governata esclusivamente da scadenze straordinarie, ma deve essere pensata come processo  continuo. 

La sfida è trasformare lo straordinario in ordinario: rendere strutturale la capacità di progettare spazi  pubblici accessibili, continui e inclusivi. Senza questo passaggio, anche gli interventi più innovativi restano  episodi isolati, incapaci di modificare la struttura della città. 

Ordini professionali e responsabilità progettuale 

Un ruolo chiave è giocato dagli attori della progettazione urbana. Il coinvolgimento dell’Ordine degli  Architetti di Bologna da parte della Consulta Cinnica segnala un passaggio importante: la produzione dello  spazio costruito non è solo tecnica, ma culturale e politica. 

La formazione dei progettisti diventa quindi uno snodo strategico per modificare le categorie con cui la città  viene immaginata e realizzata.

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