DIARIO POLITICO
Una legge di Bilancio che apre la campagna elettorale
Salvo cataclismi, la legge di Bilancio verrà approvata a ventiquattr’ore dall’esercizio provvisorio. Un finale già visto, certo. Ma mai con un governo che si racconta come granitico, forte di una maggioranza numericamente ampia e di un’opposizione divisa, afona, irrilevante.
Proprio per questo il brivido di fine anno non è un dettaglio tecnico, ma un campanello d’allarme politico. Qui non c’entrano solo pensioni, incentivi alle imprese o perfino norme sui condomini. Lo scontro nella maggioranza segnala altro: la campagna elettorale per il 2027 è già iniziata e qualcuno ha deciso di giocarla d’anticipo. La Lega, in particolare, ha scelto la linea del ricatto politico. Matteo Salvini ha minacciato la crisi, agitato il totem previdenziale – ormai parte integrante del suo repertorio identitario soprattutto dopo l’alt al Ponte – e mostrato i muscoli sapendo bene dove colpire. Pensare che il leader del Carroccio non fosse informato delle misure contenute nel maxiemendamento è poco credibile.
Al Tesoro siede Giancarlo Giorgetti, numero due del partito, che non a caso è tornato a evocare, con leggerezza solo apparente, l’ipotesi delle dimissioni, ricalcando un copione già visto nei governi Conte e Draghi. Alla fine si è intervenuti di bisturi: tolte le norme più impopolari, quelle che allungavano le finestre pensionistiche e penalizzavano il riscatto della laurea. Ma una parte non irrilevante resta: meno risorse per i lavoratori precoci, tfr ai fondi complementari per i nuovi assunti e stop al cumulo per anticipare la pensione. Abbastanza per far dire al Carroccio di aver “vinto”. In Fratelli d’Italia il fastidio è ormai evidente. L’atteggiamento dell’alleato leghista viene vissuto come una continua provocazione, e la sortita – subito rientrata – sulla riapertura del condono edilizio, lanciata dal capogruppo Lucio Malan, sa di avvertimento interno più che di proposta legislativa. Un colpo sparato e ritirato in fretta, che racconta una maggioranza nervosa e sospettosa. Il paradosso è feroce: per una manovra che non stimola la crescita, che non incide in alcun modo sulle prospettive economiche del Paese, si è arrivati a un passo dall’esercizio provvisorio e dalla crisi di governo. Una tempesta politica costruita attorno a un bilancio che non muove nulla. E il futuro non promette meglio. Nel pacchetto approvato non c’è una sola misura capace di guardare oltre l’orizzonte immediato. Con il Pnrr agli sgoccioli si chiude anche la stagione della programmazione forzata imposta dall’Europa. Finita quella, resta il vuoto.A rendere il quadro ancora più instabile c’è lo scenario internazionale. Il Consiglio europeo ha evitato la spaccatura sull’Ucraina, garantendo 90 miliardi a Kiev anche senza l’uso degli asset russi congelati. Un passo avanti, certo. Ma le fratture politiche restano, alimentate dalla crescita dei populismi e dal sostegno sempre più esplicito non solo di Putin ma anche di Trump. Giorgia Meloni continua a muoversi in equilibrio tra Washington e Bruxelles. Ma il problema per la Premier da oggi non è solo esterno. È interno. La quasi crisi di fine 2025 racconta una verità scomoda: Salvini vuole recuperare consenso e non esclude di farlo mettendo il governo e quindi la Premier in difficoltà.