La città dei bambini resta un’eccezione: eppure è la via per il futuro delle politiche urbane. Malnate (VA) traccia un percorso insieme al CNR
Negli ultimi decenni il rapporto tra infanzia, adolescenza e spazio pubblico è diventato uno dei temi centrali della riflessione urbanistica. Le città contemporanee sono state progettate prevalentemente attorno alle esigenze degli adulti e della mobilità automobilistica, mentre bambini e ragazzi hanno progressivamente perso autonomia, presenza e capacità di incidere sugli spazi che abitano.
Chi ha diritto alla città?
Negli ultimi decenni il rapporto tra infanzia, adolescenza e spazio pubblico è diventato uno dei temi centrali della riflessione urbanistica. Le città contemporanee sono state progettate prevalentemente attorno alle esigenze degli adulti e della mobilità automobilistica, mentre bambini e ragazzi hanno progressivamente perso autonomia, presenza e capacità di incidere sugli spazi che abitano.
La questione non riguarda soltanto l’infanzia: interroga il significato stesso dello spazio pubblico e il modo in cui distribuiamo diritti, accessibilità e possibilità di movimento all’interno delle città. Chi ha davvero diritto alla città? E cosa accade quando la sua progettazione dimentica chi la vive in una fase cruciale dello sviluppo?
Da oltre trent’anni il progetto internazionale La città dei bambini e delle bambine, ideato da Francesco Tonucci e sviluppato dall’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR, prova a ribaltare questa prospettiva.
«Il progetto si fonda su una insolita connessione: infanzia, politica e città e chiama gli amministratori pubblici a cambiare la città attraverso i bambini; i bambini assumono un ruolo attivo in questo processo di cambiamento partecipando concretamente al governo della città e riappropriandosi dello spazio urbano», spiega la dott.ssa Daniela Renzi, referente internazionale del progetto del CNR.
La proposta è radicale nella sua semplicità: assumere il bambino come parametro di governo della città.
«Chiediamo ai sindaci di passare dall’adulto al bambino come riferimento delle politiche urbane. Questo comporta il passaggio da una città che privilegia le automobili a una città che favorisce i pedoni, la prossimità, l’appartenenza e la sostenibilità», continua Renzi.
Per il gruppo di ricerca del CNR il bambino non rappresenta una categoria da proteggere, ma un indicatore della qualità urbana: se una città è accessibile, sicura e comprensibile per un bambino, lo è per tutte le persone, nessuna esclusa.
Dalla ricerca alla trasformazione urbana
La Città dei bambini è un progetto di ricerca-azione: non si limita a osservare la realtà, ma interviene per modificarla.
Questionari, interviste, focus group e attività di monitoraggio consentono ai ricercatori di misurare l’impatto delle politiche adottate dalle amministrazioni aderenti alla rete internazionale. Particolare attenzione è dedicata alla mobilità autonoma e al rapporto tra bambini e spazio pubblico.
Negli ultimi decenni le ricerche hanno evidenziato una drastica riduzione dell’autonomia di movimento dei più giovani: meno percorsi casa-scuola svolti in autonomia, meno gioco libero, meno presenza negli spazi pubblici.
«I bambini sono agenti di cambiamento perché portano idee nuove e costringono a tenere conto delle esigenze di chi finora è stato sottovalutato», osserva Renzi.
La partecipazione assume così una funzione doppia: produce conoscenza utile alle amministrazioni e, allo stesso tempo, forma cittadini consapevoli.
Quando un Comune aderisce al progetto, i bambini vengono coinvolti nei processi decisionali attraverso il Consiglio dei Bambini e percorsi di progettazione partecipata. Non si tratta di simulazioni educative, ma di esperienze che producono indicazioni concrete per le amministrazioni.
Malnate: quando la città dei bambini diventa un indirizzo di governo
All’interno della rete internazionale, Malnate rappresenta in Italia uno dei casi più interessanti di applicazione del modello proposto dal CNR.
Se l’adesione al progetto risale al 2013, il 2024 segna un cambio di passo. Con l’elezione della Sindaca Nadia Cannito, la Città dei bambini viene esplicitamente assunta come uno degli indirizzi politici del mandato amministrativo.
«È una scelta politica precisa. I benefici di questo progetto si misurano nel lungo periodo e per questo abbiamo deciso di riportarlo al centro dell’azione amministrativa, non come iniziativa settoriale ma come lente attraverso cui leggere e trasformare la città», afferma la Sindaca.
La scelta si traduce anche in un segnale organizzativo: la responsabile comunale del progetto, la dott.ssa Lucia Povolo, lavora a stretto contatto con l’ufficio della Sindaca, a testimonianza della volontà di integrare il progetto nelle politiche dell’intera amministrazione.
L’autonomia come infrastruttura urbana
L’esperienza di Malnate mostra come la Città dei bambini non coincida con la realizzazione di nuove aree gioco o servizi dedicati all’infanzia.
Il tema centrale è l’autonomia e la costruzione di processi decisionali partecipati.
Negli ultimi anni il Comune ha messo in sicurezza quattordici percorsi casa-scuola e sono nove gli agenti della polizia locale dedicati in attività di educazione alla mobilità autonoma. Associazioni del territorio e cittadini impegnati in percorsi di inclusione sociale partecipano al presidio informale dei percorsi urbani frequentati dai bambini.
La rete dei “Negozi amici dei bambini” rafforza ulteriormente questo sistema di prossimità: le attività commerciali diventano punti di riferimento riconoscibili e sicuri, contribuendo a costruire una comunità educante diffusa.
Il risultato non riguarda soltanto i bambini. La crescente autonomia negli spostamenti ha consentito una progressiva riduzione del trasporto scolastico, fino alla sua eliminazione per le scuole secondarie.
La riduzione del trasporto dedicato ha comportato anche una diversa allocazione delle risorse pubbliche: l’amministrazione ha introdotto una voce stabile di bilancio destinata ai progetti elaborati dai bambini.
Partecipazione come pratica amministrativa
L’altro pilastro dell’esperienza malnatese è il Consiglio dei Bambini.
Non si tratta di una simulazione educativa, ma di uno spazio di confronto periodico con la Sindaca e l’amministrazione. Qui i bambini discutono problemi concreti della città e formulano proposte.
Negli anni hanno richiesto interventi per la mappatura del DNA per sanzionare i proprietari che non raccolgono le deiezioni canine nei parchi e lungo i percorsi pedonali, una maggiore disponibilità di acqua pubblica e una diversa attenzione all’accessibilità urbana.
Quest’ultimo tema è particolarmente significativo: i bambini interpretano l’accessibilità non come semplice rispetto delle norme tecniche, ma come esperienza d’uso. Una città è accessibile quando tutti possono
attraversarla, sostarvi e partecipare alla vita collettiva. Per un Paese che invecchia questo dovrebbe essere all’attenzione di ogni Amministrazione.
Dal 2025 il Comune ha deciso di sostenere questa partecipazione con risorse dedicate: 10 mila euro destinati ai progetti elaborati dagli alunni della scuola primaria, con estensione alla scuola secondaria dal 2026, con analogo budget.
Negli anni precedenti il budget era più alto ma su interventi spot. Questa una sperimentazione poi Malnate capirà come proseguire.
La partecipazione entra così nel bilancio comunale e diventa una pratica ordinaria di governo. La nuova sfida: uscire a giocare nell’era digitale
Se negli ultimi anni il progetto del CNR si è concentrato soprattutto sulla mobilità autonoma e sulla riappropriazione dello spazio pubblico, oggi una nuova questione attraversa le città: il rapporto tra infanzia, tecnologie digitali e vita urbana.
Non è un caso che i bambini di Malnate, durante un incontro a Roma presso il CNR, abbiano raccolto l’invito di Francesco Tonucci ad aderire alla campagna nazionale Io esco a giocare. Da quell’esperienza è nata la volontà di portare il progetto sul territorio e fare di Malnate una città capofila.
L’aspetto interessante è che la richiesta non arriva dagli adulti, ma dagli stessi bambini, che hanno individuato nella relazione tra dispositivi digitali, autonomia e qualità dello spazio pubblico uno dei temi più urgenti della loro esperienza quotidiana.
L’obiettivo non è demonizzare la tecnologia, ma costruire una nuova educazione digitale che coinvolga bambini, ragazzi e caregiver. In questa prospettiva assumono rilievo strumenti come i Patti Digitali di Comunità.
Come sottolinea la dott.ssa Alice Di Leva, pedagogista e referente nazionale del progetto Custodi Digitali, il tema non riguarda soltanto il tempo davanti agli schermi:
«Perché i genitori forniscono così spesso device a bambini piccoli anche negli spazi pubblici? La risposta che spesso ci arriva è: “per tenerli buoni”. Ma i bambini non devono essere buoni, devono essere liberi. E per essere liberi hanno bisogno di poter fare merenda seduti sull’erba, sfrecciare in bici e in monopattino senza rischiare la vita e, soprattutto, poter correre e usare il corpo liberamente. Il tema della cura degli spazi e delle alternative non è collaterale all’educazione digitale ma è una tematica centrale.»
La questione, dunque, è profondamente urbana.
Una città nuova si costruisce cambiando gli equilibri
Per Daniela Renzi, il progetto della Città dei bambini non propone semplicemente nuovi servizi o infrastrutture, ma una diversa idea di convivenza urbana.
«Per raggiungere e mantenere questo nuovo equilibrio, gli adulti devono fare un passo indietro. Gli amministratori devono dare voce a chi è stato dimenticato dalla progettazione della città; gli insegnanti devono mettersi in una posizione di ascolto; i genitori devono riscoprire i bisogni dei propri figli e riflettere su quanto l’eccesso di protezione possa limitarne il benessere.»
La sfida è insieme culturale e urbanistica.
«I bambini devono forse reimparare a essere bambini. Non vogliono la città che stiamo offrendo loro. E probabilmente non la vogliono neppure gli adulti. Ma ci siamo abituati a questo stile di vita.»
La Città dei bambini non propone dunque una politica per l’infanzia, ma una diversa idea di città: una città che misura la propria qualità a partire da chi ha meno potere e meno autonomia e che, proprio per questo, può diventare più giusta, inclusiva e vivibile per tutti.