LA GIORNATA

La Bei annuncia: oltre 21 mld nel 2026 per città e regioni sostenibili

  • Istat, a maggio occupati in calo, -22mila unità sul mese
  • Confindustria, ‘imprese estere sempre più motore di crescita per l’Italia’
  • Assicurazioni, raccolta premi sale a 182 miliardi ma poche polizze catastrofali per la casa

03 Lug 2026 di Maria Cristina Carlini

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IN SINTESI

La Banca europea per gli investimenti punta a rafforzare il sostegno a città e regioni europee con oltre 21 miliardi di euro di nuovi finanziamenti nel 2026, destinati a progetti per uno sviluppo più sostenibile, competitivo e inclusivo. L’annuncio è arrivato dalla presidente della BEI, Nadia Calviño, intervenendo alla plenaria del Comitato europeo delle Regioni a Bruxelles, dove ha anche annunciato la firma di un protocollo d’intesa con il CdR per rafforzare la collaborazione e avvicinare ulteriormente il sostegno della banca ai territori. “Le città e le regioni sono partner fondamentali della Banca europea per gli investimenti nella costruzione di un’Europa più sicura, più competitiva e più inclusiva”, ha dichiarato Calviño, sottolineando che il gruppo è sulla buona strada per erogare quest’anno oltre 21 miliardi di euro di nuovi finanziamenti, con un incremento del 21% rispetto all’adozione della tabella di marcia strategica di due anni fa.

Tra i temi al centro della plenaria figura anche la crisi abitativa. La presidente della commissione speciale Casa del Parlamento europeo, Irene Tinagli (Pd), ha ribadito che l’emergenza abitativa dovrà restare una priorità nel prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea e nell’utilizzo delle risorse della politica di coesione. “La politica abitativa deve essere combinata a investimenti strategici, con città e regioni in prima linea”, ha affermato, ricordando che le autorità locali sono chiamate ogni giorno a fronteggiare la crescente pressione sul mercato della casa. Secondo Tinagli, la crisi è il risultato di anni di carenza di alloggi disponibili, mancata riqualificazione del patrimonio edilizio e aumento degli affitti brevi, mentre le regioni dispongono di risorse sempre più limitate per affrontare l’emergenza. La sessione plenaria del Comitato europeo delle Regioni si concluderà proprio con un confronto dedicato all’edilizia abitativa, al quale prenderanno parte Calviño e Tinagli.

Istat, a maggio occupati in calo, -22.000 unità sul mese

Calo degli occupati in maggio: lo certifica l’Istat spiegando che il ribasso (-0,1%, pari a -22mila unità) coinvolge gli uomini, le donne, i dipendenti a termine e tutte le classi d’età ad eccezione di chi ha almeno 50 anni; in questa classe di età il numero di occupati risulta in crescita, così come tra i dipendenti permanenti e gli autonomi. Il tasso di occupazione scende al 63% (-0,1 punti). La diminuzione – spiega Istat – è determinata dai soli dipendenti a termine (2 milioni 388mila), a fronte della crescita tra i dipendenti permanenti (16 milioni 588mila) e gli autonomi (5 milioni 360mila). L’occupazione cresce rispetto a maggio 2025 (+228mila occupati in un anno) come sintesi dell’aumento dei dipendenti permanenti (+275mila) e degli autonomi (+198mila) e del calo dei dipendenti a termine (-244mila). Su base mensile il tasso di occupazione scende al 63%, quello di disoccupazione al 5% e il tasso d’inattività sale al 33,6%. Il calo delle persone in cerca di lavoro (-1,7%, pari a -22mila unità) – spiega ancora l’Istat – si osserva per le donne, i 15-24enni e coloro che hanno almeno 50 anni; tra i 25-34enni e i 35-49enni il numero di disoccupati è in crescita, mentre tra gli uomini è sostanzialmente stabile. Il tasso di disoccupazione scende al 5% (-0,1 punti), quello giovanile al 15,1% (-1,3 punti).    La crescita degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,5%, pari a +59mila unità) riguarda entrambi i sessi e tutte le classi d’età, salvo quella dei 25-34enni, tra i quali si registra un calo. Il tasso di inattività sale al 33,6% (+0,2 punti).    Confrontando il trimestre marzo-maggio 2026 con quello precedente (dicembre 2025-febbraio 2026) si registra un aumento di 119mila occupati (+0,5%). Rispetto al trimestre precedente, diminuiscono le persone in cerca di lavoro (-5,0%, pari a -68mila unità) e gli inattivi di 15-64 anni (-0,3%, pari a -38mila unità).    A maggio 2026, la crescita del numero di occupati rispetto a maggio 2025 (+0,9%, +228mila unità) riguarda gli uomini, le donne, i 25-34enni e chi ha almeno 50 anni, a fronte del calo tra i 15-24enni e i 35-49enni. Su base annua il tasso di occupazione aumenta di 0,4 punti.    Rispetto a maggio 2025, diminuisce il numero di persone in cerca di lavoro (-23,8%, pari a -399mila unità) e sale quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+1,5%, pari a +190mila unità).crescita degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,5%, pari a +59mila unità), cioè chi non ha lavoro e non lo sta cercando, rilevata a maggio riguarda entrambi i sessi e tutte le classi d’età, salvo quella dei 25-34enni, tra i quali si registra un calo. Il tasso di inattività sale al 33,6% (+0,2 punti).  Il calo delle persone in cerca di lavoro (-1,7%, pari a -22mila unità) si osserva per le donne, i 15-24enni e coloro che hanno almeno 50 anni; tra i 25-34enni e i 35-49enni il numero di disoccupati è in crescita, mentre tra gli uomini è sostanzialmente stabile. Il tasso di disoccupazione scende al 5% (-0,1 punti), quello giovanile al 15,1% (-1,3 punti).

Confindustria, ‘imprese estere sempre più motore di crescita per l’Italia’

“Pur rappresentando appena lo 0,4% delle imprese attive, le imprese estere generano il 21% del fatturato nazionale, il 17,5% del valore aggiunto. La loro presenza si è rafforzata in modo costante nell’ultimo decennio, contribuendo alla competitività, all’innovazione e all’internazionalizzazione del sistema produttivo italiano”.Confindustria evidenzia quanto siano “un motore di crescita per l’Italia” dall’Annual Meeting 2026 del ‘Gruppo TecnicoConfindustria Imprese Estere’, presentando il rapporto 2026 dell’Osservatorio Imprese Estere di Confindustria e Luiss. Il contributo sul fatturato nazionale “passa dal 17,8% del 2014 al 21% del 2023, pari a 887 miliardi di euro, e quello sull’export sale dal 27,4% al 35,8%. Sono quasi 19.000 e generano un valore aggiunto diretto pari a 188 miliardi di euro”.   “Il messaggio del Rapporto è chiaro – commenta la vicepresidente di Confindustria per l’export e l’attrazione degli investimenti, Barbara Cimmino -: la crescita passa anche dal rafforzamento di chi ha già scelto l’Italia. Circa tre quarti dell’aumento occupazionale recente viene da imprese estere già presenti sul territorio: accompagnarne consolidamento e reinvestimenti significa generare nuovo valore, nuova occupazione e indotto lungo le filiere italiane. Per questo attrazione e radicamento devono essere due leve della stessa strategia”.
Dalle imprese a controllo estero anche una spinta a ricerca, innovazione, competenze, “realizzano – emerge dal rapporto di Confindustria e Università Luiss – il 38,3% della ricerca e sviluppo privata in Italia e presentano livelli di produttività superiori alla media europea. Offrono occupazione qualificata e retribuzioni competitive, contribuendo ad attrarre e trattenere competenze ad alto valore aggiunto nel Paese: agli 1,8 milioni di addetti impiegati direttamente corrispondono 6,2 milioni di addetti complessivamente sostenuti, pari a 3,4 volte l’occupazione diretta”.    Il rapporto ne evidenzia anche il contributo nel rafforzare filiere, distretti industriali e pmi, “non rappresentano solo un investimento diretto, ma un fattore di sviluppo per i territori. Attraverso filiere, fornitori e reti produttive, contribuiscono alla crescita delle pmi e alla diffusione di competenze e innovazione. Allo stesso modo garantiscono opportunità lungo l’intero sistema industriale. A fronte di 188 miliardi di euro di valore aggiunto diretto, il valore complessivamente collegato alle filiere raggiunge 398 miliardi, pari a 2,1 volte il valore diretto”. Per attrarre nuovi investimenti – avvertono le imprese – “serve un punto di riferimento chiaro per le imprese estere. Per consolidare gli investimenti esistenti e favorirne di nuovi è necessario offrire agli investitori un percorso semplice, coordinato e riconoscibile. In questa prospettiva diventa strategico rafforzare il coordinamento tra i ministeri delle Imprese e degli Esteri, Regioni e sistema della rappresentanza”.Confindustria Imprese Estere “intende contribuire a questo obiettivo rafforzando il proprio ruolo di network di riferimento per le imprese estere che operano o intendono investire in Italia”. L’Italia – viene sottolineato – “può attrarre più investimenti valorizzando il potenziale ancora inespresso dei territori”: il rapporto evidenzia come alcune regioni riescano “a trasformare il proprio potenziale economico e industriale in investimenti esteri più efficacemente di altre. Rafforzare l’attrattività significa quindi concentrare l’azione istituzionale sui territori che presentano margini di crescita ancora inespressi, favorendo una maggiore collaborazione tra Governo, Regioni e sistema produttivo. Le prime cinque regioni – Lombardia, Lazio, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna – concentrano il 76% del valore aggiunto prodotto dalle imprese estere, con la sola Lombardia che ne rappresenta il 37,9%”.
“Dobbiamo creare quelle condizioni abilitanti perchè le imprese estere che hanno investito in Italia rimangano e per attrarre quelle che vorrebbero venire nel nostro paese. E’ fondamentale, tutto funziona come un grande ecosistema”, dice il presidente diConfindustria, Emanuele Orsini, chiudendo l’Annual Meeting 2026 del ‘Gruppo Tecnico Confindustria Imprese Estere’.   Tra “i primi” nodi da affrontare, “c’è il tema della burocrazia: abbiamo bisogno di essere molto veloci nelle risposte”.   Come il modello Zes che ha funzionato: “Facciamo una Zes unica” per l’italia e in Europa.  E oggi c’è l’emergenza costi dell’energia – ricorda il leader degli industriali – “Purtroppo è un ostacolo. Per chi ci guarda da fuori, per chi vuole investire, si guarda ai costi da sostenere, all’ultima riga del bilancio”.   L’esempio è personale: “Anche per me sarebbe stato più conveniente inveestire in uno stabilimento in Spagna. Ma io credo in questo paese. Io ci credo, ma la politica ci crede?”.
Serve il nucleare, torna a sottolineare il leader degli industriali. E bisogna eliminare gli ostacoli alle concessioni per gli impianti per le rinnovabili: “Cominceremo a indicare con nome e cognome i comuni che non rilasciano le concessioni”, ribadisce: serve “volontà politica”. “Ci vuole un commissario. Se vogliamo fare politica industriale, una politica per il Paese, serve qualcuno che decida”.
Anche l’Europa, “deve creare le condizioni abilitanti per fare prodotti”, ma continua a “mettere regole e burocrazia per le nostre imprese” mentre continuiamo a subire “una invasione” di prodotti dalla Cina C’è anche il tema di sostenere la crescita dimensionale delle imprese, bisogna “aggregare le piccole imprese”, serve “un vantaggio fiscale, una premialità”, dice il presidente di Confindustria: “Speriamo ci sia spazio nella prossima legge di bilancio”.

Assicurazioni, raccolta premi sale a 182 miliardi ma poche polizze catastrofali per la casa 

Cresce la raccolta del settore assicurativo italiano, ma resta ancora limitata la diffusione delle coperture contro le calamità naturali. Nel 2025 i premi complessivi hanno raggiunto 182 miliardi di euro, in aumento del 7,8% rispetto all’anno precedente, mentre le compagnie hanno liquidato 42 miliardi di euro di prestazioni. A fronte di questi numeri, però, solo il 7% delle abitazioni e il 15% delle imprese risultano assicurati contro i rischi catastrofali.

I dati sono stati illustrati nel corso dell’assemblea annuale dell’Ania, dove il presidente Giovanni Liverani ha definito il comparto “una leva che genera ingenti investimenti in aree strategiche per il Paese e uno scudo di protezione formidabile”. Le compagnie gestiscono infatti oltre 1.000 miliardi di euro di investimenti, dei quali circa un quarto è destinato ai titoli del debito pubblico italiano.

Proprio sul tema delle coperture contro le calamità, Liverani ha sollecitato una revisione del perimetro dei rischi obbligatori per le imprese e l’estensione dell’obbligo assicurativo anche alle abitazioni private, in particolare quelle che negli ultimi anni hanno beneficiato di consistenti incentivi fiscali.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha riconosciuto la specificità dei rischi naturali e ha confermato l’impegno del governo a promuovere una maggiore diffusione delle coperture assicurative anche tra le famiglie, ricordando il futuro sostegno del sistema di riassicurazione di Sace. Allo stesso tempo ha però richiamato le compagnie sul fronte degli investimenti, osservando come la quota di titoli di Stato detenuta dal settore sia ulteriormente diminuita nel 2025, a differenza di quanto registrato tra risparmiatori privati e investitori esteri.

All’assemblea sono intervenuti anche i ministri Antonio Tajani, Adolfo Urso e Matteo Salvini. Tajani ha invitato a mobilitare una parte dei circa 2.000 miliardi di euro di risparmio privato per finanziare gli investimenti necessari alla competitività del Paese. Urso ha invece evidenziato l’avvio dell’Arbitro assicurativo, definendolo il completamento del sistema di risoluzione stragiudiziale delle controversie nei comparti bancario, finanziario e assicurativo.

Sul fronte della Rc Auto, secondo l’Ania nel 2025 gli automobilisti hanno versato 14,9 miliardi di euro di premi, con un premio medio annuo pari a 340 euro. Liverani ha sottolineato come le nuove tecnologie consentano di differenziare sempre più il premio in base ai comportamenti di guida, premiando gli automobilisti più virtuosi e individuando eventuali comportamenti opportunistici. Salvini ha inoltre ricordato che, a fronte di circa 47 milioni di veicoli circolanti, sarebbero ancora 9 milioni quelli privi di copertura assicurativa.

Resta infine aperto il capitolo della previdenza complementare. Secondo l’Ania meno del 40% dei lavoratori aderisce oggi a un fondo pensione, mentre il presidente dell’Ivass Paolo Angelini ha richiamato la necessità di destinare una quota crescente del risparmio verso strumenti di lungo periodo, sia per la previdenza sia per la tutela della salute.

Trasporto aereo, Mit: rafforzare collegamenti Italia-Turchia con centralità strategica di Fiumicino

Rafforzare i collegamenti aerei tra Italia e Turchia, garantendo al tempo stesso la centralità strategica dell’aeroporto di Fiumicino e tutelando l’operatività dei vettori italiani. È questo uno dei principali risultati della missione istituzionale del viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Edoardo Rixi a Istanbul, dove si è svolta, insieme a Enac, una serie di incontri con le autorità turche e con i vertici di Turkish Airlines.
Nel corso del confronto è stato avviato un dialogo costruttivo per sviluppare nuove opportunità di connettività tra i due Paesi, nell’ottica di favorire la crescita dei flussi turistici, commerciali e imprenditoriali, salvaguardando al contempo il ruolo dell’hub intercontinentale di Roma Fiumicino quale porta d’accesso privilegiata verso l’Italia e l’Europa. La crescita della connettività deve rappresentare un’opportunità reciproca e non un elemento di squilibrio.
La missione ha confermato il forte impegno del Mit nel rafforzare le relazioni con uno dei partner strategici dell’area euro-mediterranea. Al V Maritime Summit e negli incontri bilaterali, Rixi ha ribadito la strategia italiana di sviluppo della logistica e dei trasporti, illustrando il piano di investimenti del Governo per oltre 200 miliardi di euro destinato a consolidare il ruolo dell’Italia come piattaforma logistica tra Europa, Africa e Medio Oriente. Particolare attenzione è stata dedicata anche al rafforzamento dei corridoi logistici, della cooperazione marittima e delle opportunità per le imprese italiane nei grandi progetti infrastrutturali turchi, con l’obiettivo di incrementare i traffici verso i porti italiani e consolidare la presenza del sistema industriale nazionale in un mercato considerato strategico per gli equilibri commerciali tra Europa e Asia.

Porti, Serracchiani: riforma è da ripensare non solo ritoccare, Regiomd Fvg ha mandato bipartisan comtro centralizzazione 

“Sulla riforma dei porti italiani servono rassicurazioni più consistenti di quelle che sta fornendo il Mit anche in questi giorni: il ddl Porti spa deve essere ripensato nell’impostazione non solo ritoccato nell’iter parlamentare. Accanto alle criticità segnalate da categorie ed esperti, è molto serio l’allarme dell’Anci sul rischio di accentramento ed esclusione dei territori dalle scelte strategiche. Lo stanno sottolineando puntualmente anche le colleghe Ghio e Bakkali in commissione Trasporti”. Lo dichiara la deputata dem Debora Serracchiani, in merito a quanto emerso dal tavolo di confronto sulla riforma della governance portuale tra il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Edoardo Rixi e i rappresentanti della Conferenza delle Regioni, tra cui l’assessore alle infrastrutture del Friuli Venezia Giulia Cristina Amirante, in videocollegamento dal Giappone.
“Proprio contro il rischio di centralizzazione – ricorda la parlamentare dem – la Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia ha ricevuto il mandato bipartisan di ‘evitare che Porti d’Italia spa acquisisca competenze attualmente in capo alle Adsp’. Una Regione dove c’è il porto di Trieste e dovrebbe essere istituzionalmente coinvolta nella sua difesa – contesta Serracchiani – forse non dovrebbe delegare a una scarna nota del Mit l’informazione su quando e come è iniziato il dialogo con il Governo”.

A JV tra Itinera, Saipem e ICM contratto di circa 700 mln per la realizzazione del lotto 4 dell’Autostrada A8 in Romania

La Joint Venture formata da Itinera S.p.A. (Società del Gruppo ASTM) in qualità di mandataria (40%), Saipem S.p.A. (35%) e ICM S.p.A. (25%), si è aggiudicata il contratto per la progettazione e realizzazione del lotto 4 dell’Autostrada A8 “Unirii” in Romania, assegnato da Compania Națională de Investiții Rutiere (CNIR), società nazionale rumena per gli investimenti nel settore delle infrastrutture stradali.
L’ammontare totale del contratto è di circa 700 milioni di euro (la quota di competenza di Saipem è pari a circa 245 milioni di euro). In particolare, il tratto autostradale si estenderà per circa 21 chilometri – di cui 5 chilometri in territorio moldavo – e collegherà la città di Iasi, nella parte nord-orientale della Romania con la Repubblica di Moldavia. Il tracciato includerà circa 14 strutture tra ponti, viadotti e sottopassi, 3 svincoli stradali, una galleria artificiale di circa 500 metri e una galleria naturale a doppia canna di circa 1,7 chilometri.

L’opera si inserisce nel più ampio progetto per la realizzazione dell’Autostrada A8 che collegherà la città di Targu Neamt con Iasi e Ungheni in Romania, per una lunghezza di oltre 300 chilometri, un’infrastruttura strategica che fa parte della rete transeuropea dei trasporti (TEN-T) che connetterà l’Europa centrale con l’Europa orientale. I finanziamenti sono forniti attraverso il programma Europeo SAFE (Security Action for Europe). Questa aggiudicazione rappresenta un prestigioso riconoscimento delle competenze di tre importanti realtà italiane come Itinera, Saipem e ICM, nella realizzazione di infrastrutture sostenibili. Il progetto, inoltre, consolida la presenza di Itinera, Saipem e ICM in Romania. Itinera vanta un solido track-record in Romania, paese in cui ha realizzato significative infrastrutture stradali, tra cui la circonvallazione di Satu Mare e la tangenziale di Bucarest. Nel paese Saipem è già attiva nella realizzazione del progetto offshore Neptun Deep Gas Development nel Mar Nero ed è presente da anni nella città di Ploiesti con un Technology Center, specializzato nello sviluppo di tecnologie all’avanguardia nel campo delle saldature.ICM è presente nel Paese da tempo con propria rappresentanza e struttura operativa.

Eni e Autorità britannica di energia atomica partner per l’energia da fusione

 La United Kingdom Atomic Energy Authority (Ukaea) ed Eni hanno costituito una joint venture per fornire know-how e competenze al settore dell’energia da fusione. La joint venture denominata Rh3ova (si pronuncia Reeova) e costituita nel Regno Unito, spiega un comunicato congiunto, unisce le rispettive competenze tecniche e industriali per fornire consulenza specialistica e servizi operativi all’industria della fusione, in crescita a livello globale.
“Le tecnologie del ciclo del combustibile rappresentano una delle principali sfide per la commercializzazione dell’energia da fusione – si legge nella nota – A questo proposito, Rh3ova offre servizi end-to-end lungo tutto il ciclo di vita del combustibile, dagli studi di fattibilità nelle fasi iniziali fino all’implementazione e al supporto operativo. Deuterio e trizio sono combustibili comunemente utilizzati nell’energia da fusione. Il deuterio è abbondante in natura ed è estraibile dall’acqua di mare, mentre il trizio è estremamente raro. Diventa quindi fondamentale – rilevano i due partner – assicurarne una gestione efficiente lungo tutto il ciclo del combustibile, dalla sua produzione e utilizzo nella generazione di energia, fino al recupero dai gas di scarico e raffinazione per il riutilizzo”.
Il lancio di Rh3ova contribuisce inoltre al raggiungimento degli obiettivi presenti nella strategia britannica per la fusione e strategia organizzativa di Ukaea rafforzando ulteriormente la collaborazione tra Eni e Ukaea e l’impegno congiunto volto a rendere l’energia da fusione una realtà commerciale.
I progetti in corso con Ukaea per gli sviluppi commerciali dell’energia da fusione, insieme alle altre iniziative attive, confermano un posizionamento sempre più strategico di Eniin questo ambito, conclude la nota.

Accordo Fincantieri-Friuli Venezia Giulia: più collaborazione su occupazione e formazione

Fincantieri e Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia hanno sottoscritto oggi unProtocollo d’intesa finalizzato a rafforzare la collaborazione nei settori dell’occupazione, della formazione, dell’innovazione e della valorizzazione del capitale umano, con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo competitivo della navalmeccanica regionale e rispondere alla crescente domanda di professionalità specializzate. Il Protocollo è stato sottoscritto dall’Assessore regionale al Lavoro, formazione, istruzione, ricerca, università e famiglia, Alessia Rosolen, e da Luciano Sale, Direttore Human Resources and Real Estate Fincantieri, alla presenza diNicola Manfren, Direttore Centrale della Regione. L’accordo, della durata di tre anni, definisce un quadro di collaborazione fondato su cinque pilastri strategici – politiche attive del lavoro, formazione professionale, sistema scolastico e ITS Academy, ricerca e innovazione, welfare territoriale e conciliazione vita-lavoro – con l’obiettivo di accompagnare la trasformazione tecnologica della navalmeccanica, valorizzare le competenze e sostenere la competitività dell’intero ecosistema industriale regionale.

Contestualmente alla firma del Protocollo prende avvio la quarta wave del progetto”Maestri del Mare”, il programma di formazione retribuito promosso da Fincantieri per formare nuovi operai specializzati destinati ai cantieri del Gruppo, che rappresenta uno dei principali strumenti con cui Fincantieri risponde al crescente fabbisogno di competenze della cantieristica, accompagnando l’evoluzione dei mestieri verso professionalità sempre più integrate con le tecnologie digitali e la robotica. Il percorso ha già portato dal 2024 all’assunzione di 250 persone nei cantieri italiani, e prevede, grazie alla collaborazione e finanziamento delle attività formative da parte della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, ulteriori 50 nuove assunzioni entro la fine dell’anno.

Tra gli interventi previsti dal Protocollo figurano il rafforzamento dei percorsi di inserimento lavorativo e di riqualificazione professionale, percorsi di formazione mirata e attività di orientamento scolastico e al mondo del lavoro, e il monitoraggio permanente delle esigenze del mercato del lavoro mediante un Tavolo Tecnico congiunto. Sul fronte dell’innovazione, il Protocollo prevede l’ulteriore rafforzamento delle collaborazioni strutturate tra Fincantieri, Regione, università, centri di ricerca e sistema delle imprese, finalizzate alla realizzazione di progetti di ricerca e sviluppo, iniziative di co-innovazione e sperimentazione tecnologica. In particolare, l’intesa sostiene la creazione di partnership su scala nazionale ed europea, l’accesso condiviso a infrastrutture e laboratori per attività di prototipazione e test, nonché il rafforzamento delle filiere industriali e dell’ecosistema di startup e PMI innovative.

L’intesa accompagnerà lo sviluppo delle competenze necessarie per sostenere la trasformazione digitale e tecnologica della cantieristica, rafforzando il collegamento tra sistema produttivo, ricerca e formazione e contribuendo alla crescita dell’intera filiera regionale. In quest’ottica, Regione e Fincantieri collaboreranno anche per favorire la partecipazione a progetti europei e nazionali e lo sviluppo di iniziative nei settori strategici della digitalizzazione dei cantieri, della sostenibilità, dell’intelligenza artificiale e della dimensione subacquea.

Luciano Sale, Direttore Human Resources and Real Estate di Fincantieri, ha dichiarato: “La competitività di Fincantieri passa dalla capacità di attrarre, formare e valorizzare le persone. Questo Protocollo consolida una collaborazione strategica con la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia che ci permette di costruire un sistema integrato tra scuola, formazione, impresa e territorio, sviluppando le competenze di cui la cantieristica avrà bisogno nei prossimi anni. Investire nella formazione significa investire nell’innovazione e nel futuro del territorio: le diverse iniziative rappresentano esempi concreti di come una visione condivisa possa tradursi in azioni concrete per il lavoro, la formazione e lo sviluppo del territorio.”

Grande attenzione viene riservata alla formazione delle nuove generazioni e allo sviluppo di percorsi sempre più integrati tra scuola, formazione professionale, ITS e università, in grado di accompagnare i giovani verso le professioni della cantieristica del futuro.

In questo contesto si inserisce anche l’apertura di un nuovo percorso ITS“Mechatronics & Robotics – Smart Ship”, sviluppato in collaborazione con la Regione FVG e l’ITS Academy di Udine, volto a formare figure tecniche altamente qualificate, “Ship Superintendent”. Il corso svilupperà competenze di meccatronica, robotica, automazione industriale, impianti di bordo, manutenzione predittiva e cybersecurity, offrendo opportunità concrete di inserimento nel Gruppo, anche tramite apprendistato di terzo livello, già dal secondo anno di corso. I partecipanti avranno accesso a supporti economici e logistici messi a disposizione della Regione (borse di studio, in base a requisiti ISEE, e possibili soluzioni abitative per i giovani fuori sede).

Il corso avrà sede a Monfalcone presso i locali del “Fincantieri Learning Center” che sorgerà all’interno dell’iconico ex Albergo Operai, in posizione strategica adiacente al cantiere di Monfalcone, ove già si trovano il museo della cantieristica MuCa e l’asilo nido aziendale Fincantesimo. L’iniziativa si inserisce nel più ampio impegno di Fincantieri a favore del sistema ITS Academy, di cui il Gruppo è partner attraverso otto Fondazioni. L’azienda contribuisce alla progettazione dei percorsi formativi dedicati a figure altamente specializzate – dai progettisti navali ai tecnici di produzione, dell’arredo navale e dell’ICT/cybersecurity – mettendo a disposizione docenze, laboratori, visite nei cantieri, tirocini e percorsi di apprendistato, per favorire un collegamento sempre più diretto tra formazione e occupazione. In questa prospettiva, Fincantieri promuove un modello che si estende oltre i confini dell’impresa, contribuendo a rafforzare il legame tra il cantiere e il territorio attraverso iniziative dedicate all’inclusione sociale, alla valorizzazione delle comunità locali e al sostegno delle nuove generazioni. In questo ambito si inserisceFincantieri for Community, il progetto promosso da Fondazione Fincantieri che sviluppa interventi ad alto impatto sociale e culturale capaci di generare valore condiviso nel tempo. A Monfalcone, il progetto promuove iniziative dedicate allo sport, all’integrazione, alla valorizzazione del patrimonio storico e culturale e alla partecipazione della comunità, contribuendo a rafforzare la coesione sociale e il rapporto tra Fincantieri, le persone e il territorio.

Coima: nel primo semestre operazioni per 2 mld, coinvestimento con Bpn Paribas su Torre Diamante

Coima Sgr, attiva nell’investimento, sviluppo e gestione di patrimoni immobiliari per conto di investitori istituzionali, ha finalizzato nel primo semestre operazioni per un valore di mercato complessivo di oltre 2 miliardi di euro, con partner tra cui Cdp Real Asset, Eagle Hills, Kering, Al-Mirqab e il gruppo Bnp Paribas. Nello stesso periodo sono stati perfezionati finanziamenti per oltre un miliardo di euro, a supporto di nuove acquisizioni, sviluppo e rifinanziamento di asset in portafoglio. Una quota del 60% circa delle operazioni di finanziamento è stata strutturata come Green Loan (Gl) o Sustainability-Linked Loan (Sll), confermando il focus strategico di Coima sull’integrazione dei criteri Esg nei processi finanziari. Con il perfezionamento delle operazioni nel 2026, il patrimonio stabilizzato in gestione conferma la crescita verso i 14 miliardi con una pipeline di operazioni per oltre 1 miliardo in particolare nel settore residenziale, studentati e turismo. Nell’ambito degli investimenti, Coima Sgr e Bnp Paribas hanno annunciato il coinvestimento tra la banca e il fondo Porta Nuova Varesine, promosso e gestito da Coima Sgr, nel veicolo proprietario della Torre Diamante in Porta Nuova a Milano, che dal 2016 ospita la sede della banca. La partnership tra Bnp Paribas e Coima si consolida ulteriormente, con una prospettiva di lungo termine che prevede l’estensione del termine del fondo proprietario della Torre Diamante fino al 2048 e del contratto di affitto tra Bnp Paribas e il veicolo proprietario al 2038. Inoltre, Coima prepara la prossima fase di sviluppo del gruppo con l’obiettivo di garantire i più elevati standard regolamentari e di mercato rafforzando l’assetto organizzativo a partire dalla nomina del nuovo consiglio di amministrazione (presieduto da Massimiliano Cesare) e dei comitati endoconsiliari. Emilio Campanile è stato nominato quale Esponente Responsabile per l’Antiriciclaggio, mentre per quanto riguarda Coima Rem e di Coima Ht, proseguono nel ruolo di consiglieri indipendenti rispettivamente Ferruccio Resta e Andrea Cuomo.

PH Capital entra nel capitale di Via Ingegneria con una quota di maggioranza

VIA Ingegneria, società che con la collegata VIA Architettura è specializzata in ingegneria civile e architettura, cambia assetto con l’ingresso di PH Capital, veicolo di private equity promosso da Palladio Holding insieme al management team, che entra nel capitale con una quota di maggioranza. L’operazione vede il reinvestimento significativo da parte dei soci che restano alla guida operativa della società, a garanzia della piena continuità gestionale e industriale.  Coprendo l’intero ciclo del progetto, dagli studi di fattibilità alla progettazione esecutiva fino alla direzione lavori, negli ultimi dieci anni VIA Ingegneria ha completato oltre 250 progetti per primari operatori infrastrutturali, tra cui RFI, ANAS, AsPI e Aeroporti di Roma, collocandosi tra le principali società di ingegneria italiane. Sono moltissime le grandi opere nazionali firmate dal suo team di progettisti: strade e ferrovie, ma anche porti, aree urbane (tra cui Piazza Pia a Roma, opera iconica realizzata in occasione del Giubileo 2025), stazioni ferroviarie e terminal aeroportuali, portate a cantierabilità con pieno successo. Oggi la Società è impegnata nella progettazione esecutiva del Ponte dei Congressi a Roma e di numerose stazioni Metro a Roma e Napoli, nel nuovo Hub ferroviario di Bergamo e in molteplici interventi di consolidamento di strutture ferroviarie esistenti. Seguendo un solido percorso di crescita negli ultimi anni, il gruppo ha chiuso il 2025 circa 23 milioni di euro di ricavi, una sostenibile redditività e un rilevante backlog per gli anni a venire.

I soci di VIA Ingegneria, Matteo Di Girolamo, Francesco Nicchiarelli, Giulio Filippucci, Giovanni Piazza eFelipe Lozano Lalinde, dichiarano: “Con l’ingresso in maggioranza di PH Capital, VIA Ingegneria completa una trasformazione in atto da qualche anno: da artigiani di grandi opere oggi diventiamo un gruppo che ha la forza di crescere ancora moltissimo e che mira a diventare un nuovo polo di eccellenza dell’ingegneria made in Italy ad alta intensità tecnologica. Le energie che genera l’operazione si innestano su un capitale umano di giovani di talento che sarà ulteriormente potenziato per affrontare i nostri prossimi quarant’anni di progetti, non solo in Italia ma anche nel mondo”. Già nei mesi che hanno preceduto l’operazione il gruppo di professionisti di VIA Ingegneria ha creato prototipi di nuove tecniche di post processing dei dati che integrano le discipline classiche con la tecnologia, sviluppando una nuova modalità progettuale che affronta la complessità dell’esistente.  “La realtà che si è creata con l’ingresso di un partner come PH Capital mette a sistema la nostra storia di competenza con la nuova tecnica di oggi, dotata di strumenti molto potenti come la robotica e l’AI, il tutto rafforzato dalla spinta finanziaria degli investitori che ci porterà a essere un polo aggregatore attraverso nuove operazioni di M&A”,aggiungono i soci di VIA Ingegneria.

Per PH Capital, Nicola Iorio, Alessandro Mattiacci e Otello Cavaliere sottolineano: “Cercavamo degli imprenditori con i quali sviluppare un nuovo leader italiano nell’ingegneria civile, capace di integrare le migliori competenze di settore con le più avanzate tecnologie di digital twin e data analytics. Abbiamo individuato in VIA Ingegneria un’eccellenza con professionisti e business model unico, qualità dei progetti e solida reputazione, fattori che l’hanno contraddistinta nei suoi 40 anni di storia su cui costruire il progetto industriale a cui ambiamo. Il nostro modello di investimento prevede un ampio coinvolgimento del management team e di una platea di active co-investors di grande esperienza e standing, tutti allineati per accelerare il percorso di crescita del gruppo e restituire ai clienti una progettazione ingegneristica hi-tech sempre di altissima qualità”.  Questa acquisizione avviene in un momento storico per il mercato, in cui la cultura del progetto è di nuovo al centro e il settore si evolve molto velocemente in più direzioni: la qualità della domanda, la struttura finanziaria, la tecnica.  “Costruire – concludono i cinque professionisti di VIA Ingegneria – è oggi ricostruire: manutenzione, consolidamento, rigenerazione, ricostruzione. In questo quadro di esigenze impellenti l’innovazione è decisiva come lo è sempre stata. Ecco perché serviranno investimenti in organizzazioni sempre più tecnologiche e affidabili, ecco perché i soci della VIA Ingegneria/Architettura hanno compito questo passo”.

Rina Prime e Agrorinasce promuovono la rigenerazione urbana e la valorizzazione di beni pubblici confiscati

RINA Prime, società di consulenza immobiliare integrata del Gruppo RINA, e Agrorinasce, Agenzia per l’innovazione, lo sviluppo e la sicurezza del territorio impegnata nella gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, hanno siglato un accordo di collaborazione finalizzato a promuovere interventi di rigenerazione urbana e valorizzazione di patrimoni pubblici e beni confiscati. L’accordo di partnership è stato firmato da Roberto Giovenco, Chief Operating Officer di RINA Prime, e da Maria Antonietta Troncone, presidente di Agrorinasce, nella sede di Confindustria Caserta – che sostiene il progetto insieme al Distretto aerospaziale della Campania-DAC – alla presenza del prefetto di Caserta Lucia Volpe, del vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia Federico Cafiero De Raho e delle istituzioni del territorio. «Avviamo una collaborazione finalizzata a trasformare il patrimonio sottratto all’economia criminale in asset e infrastrutture di valore collettivo. Rigenerazione urbana significa capacità di restituire funzione e prospettiva a patrimoni che oggi non esprimono il loro potenziale. Grazie a questa collaborazione intendiamo mettere a disposizione l’esperienza maturata nella valorizzazione di patrimoni immobiliari complessi per trasformare beni pubblici e confiscati in progetti sostenibili, capaci di generare valore economico, sociale e ambientale per i territori», ha dichiarato Roberto Giovenco, Chief Operating Officer di RINA Prime.  «Il patrimonio di beni immobili confiscati è un patrimonio molto eterogeneo con asset immobiliari destinabili per finalità sociali e istituzionali, ma molti altri che per dimensioni e precedenti destinazioni potranno essere destinati solo per finalità produttive ed economiche. In tale direzione l’esperienza e la competenza di RINA Prime saranno molto utili per avviare seri progetti che potranno generare valore economico, ambientale e sociale per il territorio dei Comuni soci di Agrorinasce. Ma possiamo diventare anche l’ente strumentale dei Comuni soci per avviare progetti di rigenerazione urbana di patrimoni pubblici che necessariamente non siano confiscati alla camorra», ha dichiarato Giovanni Allucci, Amministratore Delegato Agrorinasce.

L’obiettivo è favorire il recupero e il riutilizzo di immobili sottoutilizzati o dismessi, trasformandoli in risorse capaci di generare valore economico, sociale e ambientale per i territori. Un approccio che mette al centro non solo la riqualificazione degli asset, ma la loro capacità di creare nuove opportunità di sviluppo, inclusione e crescita per le comunità locali. Il primo progetto operativo della partnership sarà la valorizzazione di un complesso immobiliare di oltre 13mila mq a San Cipriano d’Aversa confiscato destinato a incubatore per imprese giovanili, esempio concreto di come la rigenerazione urbana possa contribuire a creare nuove opportunità di sviluppo per il territorio. La collaborazione nasce dalla complementarità delle competenze delle due organizzazioni. RINA Prime contribuirà con la propria esperienza nella gestione e valorizzazione di patrimoni immobiliari complessi, maturata anche nell’ambito di patrimoni istituzionali caratterizzati da una forte eterogeneità di beni e dalla necessità di coniugare aspetti economici, storici, culturali e sociali. Tra questi rientrano anche i patrimoni amministrati da numerose diocesi italiane, composti da immobili residenziali e commerciali, terreni, edifici di interesse storico e artistico e altri beni che richiedono una gestione attenta al valore generato per le comunità oltre che alla sostenibilità economica. A questa esperienza si affiancano competenze tecniche, ingegneristiche, ESG, di valutazione immobiliare, digitalizzazione e advisory lungo l’intero ciclo di vita degli asset. Agrorinasce apporterà invece la propria consolidata esperienza nella gestione e valorizzazione dei beni confiscati, la conoscenza diretta dei territori e il dialogo con enti pubblici e stakeholder locali. L’accordo prevede lo sviluppo di un modello integrato di valorizzazione in grado di accompagnare enti e istituzioni dall’analisi del patrimonio alla definizione delle strategie di riuso, dalla strutturazione tecnico-finanziaria degli interventi fino al monitoraggio degli impatti economici, ambientali e sociali generati. Particolare attenzione sarà riservata ai patrimoni pubblici, ai beni confiscati alla criminalità organizzata e agli immobili con elevato potenziale di rigenerazione urbana e sociale.

Enac e CNI insieme per il workshop sulle nuove frontiere dell’ingegneria  aeroportuale

”Aeroporti: laboratori avanzati di innovazione – Strategie, sostenibilità e nuove frontiere dell’ingegneria aeroportuale” è il tema del primo workshop organizzato ieri , 2 luglio 2026, dall’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) e dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) a seguito al Protocollo d’Intesa siglato lo scorso marzo tra le parti, con l’obiettivo di promuovere, nel campo dell’aviazione civile, lo sviluppo dell’ingegneria nelle sue diverse specializzazioni. Il workshop odierno rappresenta il primo passo concreto di una collaborazione tra le Istituzioni, accomunate dalla volontà di contribuire, con un ruolo attivo, allo sviluppo della mobilità aerea innovativa. Una giornata di lavori dedicata alle strategie per facilitare i percorsi formativi e di alta qualificazione degli ingegneri che si occupano di pianificazione, progettazione, esecuzione e manutenzione delle infrastrutture aeroportuali. Specificità riconosciute dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri con il quale è stato attivato un percorso in grado di rispondere alle esigenze del sistema dell’aviazione civile. I lavori sono stati aperti dal Vice Direttore Generale ENAC, Fabio Nicolai, e dal Presidente del CNI, Angelo Domenico Perrini. ”L’incontro di oggi – ha dichiarato il Vice Direttore Generale ENAC Fabio Nicolai – è una prima occasione per fare sistema, mettere a fattor comune competenze, esperienze e patrimonio professionale creando le condizioni per affrontare con efficacia le grandi trasformazioni che interessano il settore: dal potenziamento della capacità infrastrutturale aeroportuale, necessario per sostenere una domanda di mobilità in costante crescita, all’integrazione delle tecnologie più avanzate, fino alle sfide della sostenibilità e dell’intermodalità. Partendo da questa prima esperienza nel settore aeroportuale, la collaborazione con il CNI abbraccerà tutti gli altri aspetti di competenza dell’Ente, come ad esempio la progettazione e la manutenzione degli aeromobili e la gestione dello spazio aereo, ambito particolarmente innovativo e aperto alle nuove frontiere della ricerca e sperimentazione”. “Dietro ogni aeroporto – ha detto Angelo Domenico Perrini, presidente del Cni – c’è un’infrastruttura che deve funzionare e, in ultima analisi, c’è l’ingegneria. Al centro di tutto ci sono le competenze degli ingegneri che sono il motore tecnico dello sviluppo dell’aviazione civile. Gli interventi in campo aeroportuale sono molto complessi e ciò implica la necessità di una formazione tecnica e ingegneristica adeguata. In questo senso, consideriamo opportuno il coinvolgimento di ENAC nella formazione accademica dei giovani ingegneri, considerato che il settore aeronautico prevede competenze ingegneristiche interdisciplinari anche con l’utilizzo di nuovi strumenti operativi, a cominciare dall’intelligenza artificiale. Questo uno degli obiettivi del Protocollo d’Intesa che il Cni e ENAC hanno sottoscritto lo scorso 9 marzo. Il convegno di oggi è la prima, concreta traduzione di quell’impegno, il passaggio dalla firma alla sostanza”.

Tra le relazioni presentate, per ENAC quelle del Direttore Pianificazione Infrastrutture Costantino Pandolfi e del Direttore Sviluppo e Approvazione Progetti Pasquale Proietti che hanno analizzato prospettive e politiche del trasporto aereo, partendo dalle opportunità contenute nel protocollo ENAC – Cni, alle strategie del Piano Nazionale degli Aeroporti, alle nuove frontiere dell’ingegneria aeroportuale, Bim, digitalizzazione e modelli evoluti di progettazione. Per il CNI Sandro Catta, Consigliere Nazionale, oltre a coordinare i lavori della giornata, ha illustrato l’attività del Gruppo di Lavoro dedicato, richiamando anche la pubblicazione della monografia dell’organo ufficiale del Cni ”L’Ingegnere Italiano” avente come tema portante gli aeroporti. Tiziana Petrillo, Consigliera CNI con delega per l’Agenzia Certing, ha illustrato il percorso per la certificazione delle competenze degli ingegneri. Sono tre gli asset su cui si sviluppano le attività del protocollo avviate con questo primo workshop: valorizzare la formazione interna del personale dell’Ente utilizzando i canali del Cni con riconoscimento dei crediti per l’aggiornamento della formazione professionale; organizzazione di eventi di informazione e formazione professionale sui temi dell’ingegneria delle opere e sistemi aeroportuali, come sintesi di processo di promozione dello sviluppo del settore dell’aviazione civile nelle diverse specializzazioni, che punti alla sostenibilità e alla digital transformation; certificazione delle competenze professionali degli ingegneri parte pubblica e parte privata che con diversi ruoli operano nell’ambito aeroportuale, attraverso i programmi formativi di alta formazione del Consiglio con il supporto dei professionisti ENAC. Numerosi i partecipanti al workshop che hanno seguito i lavori, in totale circa 600, parte in presenza, parte collegati da remoto.

Consob: in calo la presenza delle donne ai vertici delle società quotate

Cala la presenza delle donne nelle posizioni apicali di presidente e di amministratore delegato nelle società italiane quotate in Borsa. Si riduce la partecipazione degli investitori istituzionali, in particolare quelli esteri, nell’azionariato delle imprese di Piazza Affari. Sono alcuni dei principali elementi di novità contenuti nel Rapporto della Consob sulla corporate governance per il 2025 pubblicato oggi. Da segnalare, inoltre, l’aumento del peso delle aziende che hanno adottato il modello di governo societario di tipo monistico, la presenza ormai strutturale di amministratori indipendenti e il rafforzamento delle minoranze nei Consigli di amministrazione. Prosegue la tendenza al delisting: a fine 2025 erano quotate a Milano 185 società italiane contro le 196 di fine 2024.

 In un contesto caratterizzato da indicatori che rilevano poche variazioni di rilievo rispetto al 2024 la presenza femminile nei Consigli di amministrazione sfiora il 44% (superiore alla soglia minima del 40% prescritta per legge). In circa una società su cinque il genere femminile è ugualmente o più rappresentato rispetto a quello maschile, facendo registrare una continua crescita nell’ultimo triennio (19% nel 2025 rispetto al 15,2% del 2023 e 15,9% del 2024). Tuttavia il Rapporto evidenzia uno scostamento al ribasso per quanto riguarda le donne con incarichi di presidente: 21 nel 2025 contro 24 dell’anno prima. Lo stesso dicasi per i ruoli di amministratore delegato: 17 casi contro 18 del 2024.

In calo anche la presenza degli investitori istituzionali che superano le soglie rilevanti (del 3% o del 5%) nel capitale delle quotate di Piazza Affari. Nel 2024 erano 53; nel 2025, invece, 46. Da un anno all’altro scende da 71 a 62 anche il numero delle partecipazioni detenute da investitori istituzionali. Fenomeni entrambi riconducibili, almeno in parte, alla tendenza delle imprese ad uscire dalla Borsa. Per altro il Rapporto conferma l’elevata concentrazione proprietaria: a fine 2025, la quota detenuta dal principale azionista si attesta in media al 48,7%, in lieve aumento rispetto agli anni recenti, segnalando una limitata contendibilità del controllo.

In termini di modelli di governance, pur restando prevalente il modello tradizionale, è aumentato nel tempo il peso delle società quotate che adottano assetti alternativi, in particolare il sistema monistico, che a fine 2025 rappresenta circa il 24% della capitalizzazione di mercato contro il 20% dell’anno prima. A fine 2025 sono 68 gli emittenti (12,4% del valore totale di mercato) che hanno previsto in statuto il voto maggiorato, in lieve calo rispetto al 2024 (quando erano 72, pari al 14,7% del mercato), soprattutto per effetto di operazioni di delisting. Cresce, invece, il numero di casi di voto maggiorato rafforzato (13 società).  Per la prima volta il Rapporto evidenzia anche il contributo sia dei fondi pensione italiani, presenti in circa due terzi delle assemblee ma con quote contenute, sia degli enti previdenziali, intervenuti in un numero inferiore di assemblee ma rappresentando il 41,7% delle azioni degli istituzionali domestici presenti in assemblea. La partecipazione degli azionisti alle assemblee delle società del Ftse Mib è elevata (73% del capitale) e in lieve incremento rispetto al 2024. Gli investitori istituzionali continuano a svolgere un ruolo rilevante, rappresentando in media circa il 34% del capitale presente, in larga parte riconducibile a soggetti esteri (32%).

Sul fronte degli organi sociali, si consolidano le principali tendenze evolutive degli ultimi anni. I Consigli di amministrazione restano stabili nella dimensione (in media circa 9,7 componenti) e registrano una presenza ormai strutturale di amministratori indipendenti, che rappresentano oltre la metà dei membri. Parallelamente, si rafforza il ruolo delle minoranze, con circa il 70% delle società che includono almeno un amministratore di minoranza (a fronte del 66,5% nel 2024). Si osserva, inoltre, una maggiore rotazione degli incarichi, con una riduzione della durata media nei consigli, e una crescente valorizzazione dell’esperienza, come evidenziato da un’età media dei componenti pari a circa 58 anni. Rimane invece limitata l’internazionalizzazione dei board. Il Rapporto sarà presentato e discusso a settembre a Roma presso l’Auditorium della Consob.

EES ai confini, l’Anci lancia l’allarme: “Rischio code, servono misure straordinarie per l’estate”

Interventi straordinari per far fronte alle criticità operative legate all’entrata in vigore del sistema europeo Entry/Exit System (EES). A chiederli a nome dell’Anci è il presidente di Anci Gaetano Manfredi in una missiva urgente al ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani e al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il nuovo sistema, operativo dal 10 aprile 2026 per i passeggeri provenienti da Paesi extra Schengen, prevede il rilevamento di dati biometrici ai valichi di frontiera. Una misura definita dall’associazione dei Comuni “un passo strategico per la sicurezza e la modernizzazione delle frontiere europee”, ma che nella pratica starebbe generando tempi di controllo più lunghi, con code che, nei periodi di maggiore afflusso, rischiano di allungarsi in modo significativo.

Nella lettera Manfredi evidenzia come “ i disagi si riverberano direttamente sui territori: dalla programmazione dei servizi comunali alla gestione del trasporto pubblico locale, fino ai servizi non di linea come taxi e NCC. Secondo l’associazione, i gestori aeroportuali avrebbero già avviato interventi strutturali per adeguarsi al nuovo sistema, ma il potenziamento del personale di frontiera e le rigidità normative previste a livello europeo richiederebbero un supporto diretto da parte del governo nazionale. Da qui la richiesta dell’Associazione : adottare misure transitorie e flessibili, almeno per i mesi di punta di luglio e agosto 2026, valutando modalità di controllo temporaneamente più snelle, in modo da garantire una stagione turistica fluida. Nella missiva si sottolinea come il turismo rappresenti “una risorsa fondamentale per l’economia dei Comuni” e come la richiesta nasca da uno “spirito di collaborazione istituzionale”, con l’obiettivo di tutelare le comunità locali, le economie comunali e l’immagine dell’Italia come Paese accogliente ed efficiente.

 

La Banca Mondiale proroga il piano d’azione sul Cambiamento climatico ma senza target 45% dí finanziamenti

Il 29 giugno, il Gruppo Banca Mondiale ha annunciato la proroga del Piano d’Azione sul Cambiamento Climatico 2021-2025 (Climate Change Action Plan o CCAP) in scadenza il 30 giugno, ma senza il target del 45% di finanziamenti per il clima, svuotandolo di fatto dei suoi obiettivi quantitativi.

La decisione è maturata in un contesto di forti pressioni da parte degli Stati Uniti, azionista di maggioranza della Banca Mondiale. Si sono opposti gli azionisti europei, con la Francia tra le voci più critiche, che fino all’ultimo ha esortato pubblicamente l’istituzione a non abbandonare il target climatico.

Il CCAP, avviato nel 2021, prevedeva un target del 45% di finanziamenti con co-benefici climatici. Nel 2025, il gruppo ha erogato 50,8 miliardi di dollari di finanza con co-benefici climatici, pari al 48% del proprio portafoglio complessivo, un risultato che attestava la solidità dell’approccio intrapreso.

Secondo Eleonora Cogo, Finance lead di ECCO, il think tank italiano per il clima: “la decisione di eliminare gli obiettivi climatici, a fronte di un loro provato successo e funzionamento, appare priva di giustificazioni.”

La Banca Mondiale ha dichiarato che continuerà a rendicontare due indicatori del corporate scorecard, emissioni nette di gas climalteranti e numero di beneficiari con maggiore resilienza ai rischi climatici, e che la reportistica sui co-benefici proseguirà secondo i canali esistenti. Inoltre, il Gruppo di Valutazione Indipendente (IEG) è stato incaricato di condurre una valutazione del Piano.

“La rimozione degli obiettivi clima rischia di produrre un effetto traino sull’intero sistema multilaterale, inviando un segnale di allentamento degli impegni in un momento in cui, al contrario, l’ambizione dovrebbe crescere,” continua Cogo.

La Banca Mondiale è il principale singolo finanziatore multilaterale del clima per i paesi a basso e medio reddito. Secondo il Rapporto Congiunto MDB pubblicato nel settembre 2025, il gruppo ha contribuito con 41,1 miliardi di dollari di finanza climatica ai paesi a basso e medio reddito nel 2024, pari a circa il 48% del totale erogato dall’insieme delle banche multilaterali di sviluppo a questi paesi (85,1 miliardi di dollari su un totale complessivo di 136,6 miliardi di dollari includendo i paesi ad alto reddito).

Il Nuovo Obiettivo Collettivo Quantificato (NCQG), concordato a COP29 nel novembre 2024, prevede un contributo di almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 da parte dei Paesi sviluppati, nell’ambito di un obiettivo più ampio di 1.300 miliardi di dollari annui da tutte le fonti pubbliche, private e multilaterali. Le banche multilaterali di sviluppo sono attori centrali nel raggiungimento di questo obiettivo, in particolare attraverso la mobilitazione di finanza privata e la copertura dei paesi a più alto rischio.

Eliminare gli obiettivi della principale istituzione multilaterale per il clima riduce la credibilità dell’intero quadro della finanza climatica pubblica che dovrebbe sostenere l’NCQG. Questo è ulteriormente aggravato dall’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, che ha già sottratto una delle voci più rilevanti al finanziamento pubblico internazionale per il clima.

Ciò che rende questa decisione particolarmente difficile da giustificare sul piano della coerenza istituzionale è il suo contrasto con le priorità espresse dai paesi clienti stessi. Il recente rapporto dell’ODI Reforming multilateral development banks: perspectives from client countries ha raccolto le opinioni di quasi 650 funzionari governativi e delle MDB in 125 paesi ed evidenzia con chiarezza la direzione in cui i paesi in via di sviluppo intendono investire. Alla domanda su quali tipologie di progetti energetici preferirebbero finanziare, i rispondenti hanno indicato in modo preponderante le energie rinnovabili: il 79% ha citato il solare fotovoltaico, il 54% l’idroelettrico, il 47% l’eolico. Al contrario, solo il 3% si è espresso a favore degli impianti a carbone, il 3% per quelli a petrolio e il 13% per il gas fossile.

Questi dati contraddicono la narrazione ufficiale, come sottolinea Eleonora Cogo: “Se da un lato la Banca Mondiale dichiara di agire nell’interesse dei propri clienti, i dati mostrano che i paesi chiedono investimenti nella transizione, attraverso lo sviluppo di pannelli solari, turbine eoliche e impianti idroelettrici. Eliminare gli obiettivi climatici, cedendo a pressioni che vanno nella direzione opposta a quella dei paesi destinatari, lascia i più vulnerabili maggiormente esposti alla crisi climatica e all’instabilità dei mercati fossili.”

Eolico, Anev: insistere su procedure più snelle, pianificazione condivisa, investimenti e certezza normativa. Lo studio della Sapienza

Si è svolto ieri a Roma, presso la Sala del Chiostro della Facoltà di Ingegneria della Sapienza Università di Roma, il 4° Summit sull’Eolico Off-shore promosso dall’ANEV, dedicato alle prospettive di sviluppo di questa tecnologia nel nostro Paese e al suo contributo al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione, sicurezza energetica e competitività industriale. L’iniziativa ha rappresentato un’importante occasione di confronto tra istituzioni, mondo accademico, imprese, operatori del settore e associazioni ambientaliste, con l’obiettivo di favorire un dialogo costruttivo sulle principali sfide che accompagnano lo sviluppo dell’eolico off-shore in Italia. Al centro del dibattito il ruolo della pianificazione, l’evoluzione del quadro normativo e autorizzativo, gli investimenti necessari per sostenere la crescita del comparto e le opportunità offerte dal contesto europeo, in un momento cruciale per la transizione energetica del Paese.

Ad aprire i lavori sono stati i saluti di Simone Togni, Presidente dell’ANEV, che ha introdotto gli interventi diTullio Patassini, Capo di Gabinetto del Presidente X Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati, Alessandro Noce, Direttore Generale Mercati e Infrastrutture energetiche, MASE, Mauro Fabris, Renexia, Prof. Alessandro Bianchini, Presidente EAWE e Alessandro Giannì, Relazioni Istituzionali e Scientifiche, Greenpeace Italia. “Con riferimento all’eolico off-shore la DGMIE del MASE, in linea con le indicazioni del Ministro, haavviato un percorso di revisione del DM FER 2, al fine di verificarne l’adeguatezza alla luce dell’evoluzione delmercato, delle esigenze rappresentate dagli operatori e dei recenti sviluppi del quadro normativo europeo – ha spiegato Alessandro Noce, Direttore Generale Mercati e Infrastrutture energetiche, MASE -. L’obiettivo è individuaresoluzioni in grado di coniugare la sostenibilità economica degli investimenti con la tutela dell’interessepubblico e l’efficiente impiego delle risorse destinate al sostegno delle fonti rinnovabili, favorendo al contempo il raggiungimento degli obiettivi energetici e di decarbonizzazione nazionali. È stato istituito uno specifico tavolo dilavoro dedicato e sono stati raccolti contributi e osservazioni da parte degli stakeholder, successivamente esaminati nel corso di un incontro tecnico. Le considerazioni pervenute sono attualmente oggetto di analisi da parte del Ministero e costituiranno la base delle successive valutazioni in merito all’eventuale aggiornamento del meccanismo di sostegno, nella prospettiva di garantire un quadro regolatorio efficace, stabile e coerente con gli obiettivi energetici, ambientali e industriali del Paese”.

Prof. Davide Astiaso Garcia, Delegato alla Sostenibilità, Sapienza Università di Roma, ha fatto il punto sulle ricadute economiche ed occupazionali relative allo sviluppo degli impianti eolici offshore. “Come si evince dai risultati deglistudi effettuati dal team di ricerca della Sapienza Università di Roma, gli impatti economici, occupazionali e sociali legati allo sviluppo dell’eolico off-shore galleggiante in Italia sono considerevoli. Occorre quindi sostenere lo sviluppo di questa importante tecnologia affinché possa fornire il suo contributo alla decarbonizzazione e all’indipendenza energetica del nostro Paese, arrecando al tempo stesso notevoli ricadute economiche e occupazionali”. “L’eolico off-shore può rappresentare una grande opportunità per accelerare la transizione energetica in Italia,contribuendo allo sviluppo industriale e al contrasto del cambiamento climatico – ha chiarito Silvia Lazzari, Climate and Energy Officer WWF Italia -. Ora occorre recuperare i ritardi nella pianificazione e passare alla fase operativa, costruendo un percorso solido, fondato su conoscenze scientifiche, tutela della biodiversità e dialogo con i territori”.

Proprio dallo studio realizzato dalla Sapienza e presentato sempre ieri emerge come l’86,9% degli intervistati si dichiara favorevole, con solo il 2,8% contrario. Tra i motivi di supporto, spiccano l’alta produzione e stabilità energetica, la compatibilità spaziale e il potenziale industriale. Non solo. Il confronto tra gli scenari CAPEX minimo a breve e a medio termine evidenzia una riduzione complessiva deicosti del 14,8% determinata dalla maturità tecnologica. Si prevede che i costi di produzione delle turbinediminuiscano del 22%, mentre quelli di produzione delle fondazioni dovrebbero scendere del 23%. • Gli OPEX per una turbina da 15 MW oscillino tra 1,8 e 2,0 milioni di euro. Considerando una durata prevista delprogetto di 25 anni, i costi operativi cumulativi rappresentano circa il 31-37% del CAPEX totale. Per raggiungere l’obiettivo Pniec di 2,1 GW occorrono tra i 10 e i 12,4 miliardi. Per il target Fer 2 da 3,8 GW, 18,4-22,4 miliardi. Con una quota di circa 1 kFTE/anno per ogni GW installato,per ogni anno lungo tutta la vita utiledell’impianto. La quota prevalente è legata ai servizi disupporto, logistica e supply chain,cheincludono attività portuali, trasporti,sicurezza e assistenza tecnica. Una quota più contenuta è associata alpersonale tecnico e di gestione, coinvolto nelmonitoraggio, controllo, pianificazione edirezione delle operazioni.

A concludere il Summit è stato Simone Togni, Presidente dell’ANEV. “L’Italia dispone di competenze industriali, tecnologiche e progettuali che le consentono di essere protagonista nello sviluppo dell’Eolico Off-shore – ha spiegato il presidente Togni -. Per cogliere questa opportunità occorre però accelerare i tempi decisionali, garantire certezza agli investimenti e costruire un quadro regolatorio stabile, sostenibile nel lungo periodo e coerente con gli obiettivi settoriali. Solo così sarà possibile contribuire in maniera significativa alla decarbonizzazione del sistema elettrico, rafforzare la sicurezza energetica nazionale e generare benefici economici, occupazionali e industriali per il Paese. Il Summit di oggi ha dimostrato quanto sia fondamentale continuare il dialogo tra istituzioni e stakeholder per trasformare queste prospettive in risultati concreti”.

Costruzioni, INCO: favorire integrazione tra innovazione tech, digitalizzazione, formazione, norme omogenee e strumenti finanziari

Digitalizzazione, industrializzazione dei processi costruttivi, sostenibilità, innovazione tecnologica e nuove competenze rappresentano oggi le principali leve per rafforzare la competitività del sistema delle costruzioni e delle infrastrutture italiane. È questo il messaggio emerso dall’incontro ospitato presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, promosso su iniziativa dell’Onorevole Alberto Pandolfo, che ha riunito Istituzioni, imprese e associazioni per affrontare una delle sfide più strategiche per il futuro del Paese: accompagnare la trasformazione dell’ambiente costruito verso modelli più industriali, digitali, efficienti e sostenibili.
Fulcro dell’iniziativa è stata la presentazione di INCO – Industrialisation of Constructions, la nuova Associazione che riunisce aziende ed enti impegnati nello sviluppo dell’industrializzazione delle costruzioni. INCO nasce con l’obiettivo di contribuire, a livello europeo, alla trasformazione del settore, favorendo la diffusione di un ecosistema integrato fondato su cinque pilastri strategici – governance, regole, finanza, tecnologia e competenze – in grado di accompagnare l’evoluzione del comparto secondo gli indirizzi delineati dall’Unione europea. In questa visione, digitalizzazione e industrializzazione costituiscono i fattori abilitanti per realizzare un mercato delle costruzioni più moderno, competitivo, sostenibile e capace di rispondere alle nuove esigenze sociali, a partire dal tema dell’edilizia accessibile e della qualità dell’ambiente costruito.
Ad aprire i lavori è stato l’On. Alberto Pandolfo, promotore dell’iniziativa, che ha voluto portare all’attenzione della Camera dei Deputati un confronto tra Parlamento, imprese e operatori del settore sui processi di innovazione che stanno interessando il comparto delle costruzioni e delle infrastrutture, confermando il proprio impegno istituzionale nel favorire il dialogo tra decisori pubblici e sistema produttivo sui temi della modernizzazione del Paese.
«La modernizzazione del settore delle costruzioni e delle infrastrutture rappresenta una sfida strategica per la competitività del Paese. Innovazione, sostenibilità e digitalizzazione sono elementi essenziali per realizzare opere più efficienti, sicure e capaci di generare valore per i territori. Occasioni di confronto come questa consentono di mettere a sistema competenze, esperienze e visioni utili ad accompagnare l’evoluzione dell’ambiente costruito», ha dichiarato l’Onorevole Alberto Pandolfo, dopo aver sottolineato l’importanza della garanzia della sicurezza nel comparto, un tema che non consente deroghe.
La missione e gli obiettivi di INCO sono stati illustrati da Francesco Maraffini, Direttore Tecnico dell’Associazione, che ha presentato il percorso che ha portato alla sua costituzione e la visione strategica alla base del progetto. L’Associazione intende promuovere un nuovo modello industriale delle costruzioni, favorendo l’integrazione tra innovazione tecnologica, digitalizzazione, sistemi costruttivi evoluti, formazione, armonizzazione normativa e strumenti finanziari, elementi che dovranno procedere in maniera coordinata per sostenere la competitività della filiera italiana nel nuovo scenario europeo.
A completare il quadro strategico, la dichiarazione del Presidente di INCO, Eugenio Kannès, che ha sottolineato la necessità di una visione industriale condivisa per accompagnare il cambiamento del settore.
«L’Europa sta orientando il settore delle costruzioni verso modelli più industriali, digitali e scalabili. Per raggiungere questo obiettivo servono regole, competenze, tecnologie, strumenti finanziari e una governance capace di coordinare questi elementi nel tempo. L’industrializzazione delle costruzioni non rappresenta soltanto un’evoluzione dei processi produttivi, ma una risposta concreta a esigenze sociali sempre più rilevanti, dall’accessibilità abitativa alla sostenibilità, fino alla competitività del sistema produttivo europeo», ha dichiarato Eugenio Kannès.
L’approccio proposto da INCO ha trovato una concreta applicazione nella case history presentata da Tecnostrutture, illustrata da Franco Daniele (VicePresidente di INCO e CEO di Tecnostrutture), che ha evidenziato come l’industrializzazione dei sistemi costruttivi consenta oggi di migliorare qualità, sicurezza, sostenibilità ed efficienza lungo l’intero ciclo di realizzazione delle opere.
«Oggi l’innovazione del settore passa dalla capacità di industrializzare i processi costruttivi mantenendo al centro qualità, sicurezza e sostenibilità. Le tecnologie disponibili consentono di ridurre sprechi, ottimizzare i tempi e migliorare le prestazioni delle opere, offrendo una risposta concreta alle esigenze di un mercato in continua evoluzione», ha dichiarato Franco Daniele.
Nel corso dell’incontro Paolo Odorizzi, Co-founder e Senior Partner di Harpaceas, ha presentato il Report di Sostenibilità 2026 dell’azienda, che da questa edizione, oltre a registrare le performance aziendali, si propone come uno strumento attivo di diffusione della cultura della sostenibilità nei confronti degli stakeholder. Ha poi illustrato come BIM, Intelligenza Artificiale, Digital Twin e criteri ESG stiano trasformando i processi di progettazione, costruzione e gestione delle infrastrutture, contribuendo a generare maggiore efficienza, trasparenza e sostenibilità.
«La trasformazione digitale non può essere considerata un obiettivo in sé, ma uno strumento per generare valore misurabile. L’integrazione tra dati, processi e criteri ESG permette oggi di supportare decisioni più consapevoli e di accompagnare il settore verso modelli di sviluppo più efficienti, trasparenti e sostenibili lungo l’intero ciclo di vita delle opere», ha dichiarato Paolo Odorizzi.
A moderare il confronto è stato Roberto Minerdo, esperto di relazioni istituzionali e comunicazione strategica, che ha guidato il dibattito tra i relatori favorendo il dialogo tra istituzioni, associazioni e imprese sui principali temi della trasformazione del comparto.
Nel corso dell’incontro è emersa con forza la necessità di accelerare la transizione del settore verso modelli produttivi più industrializzati e digitali, valorizzando l’innovazione tecnologica, l’armonizzazione normativa, la formazione delle competenze e una governance condivisa come elementi indispensabili per rafforzare la competitività dell’industria italiana delle costruzioni nel contesto europeo.
L’iniziativa promossa dall’On. Alberto Pandolfo ha rappresentato un’importante occasione di confronto sulle prospettive del settore, evidenziando come il dialogo tra istituzioni, associazioni e imprese costituisca un fattore decisivo per accompagnare la modernizzazione delle costruzioni e delle infrastrutture e sostenere lo sviluppo di un ambiente costruito sempre più innovativo, resiliente e sostenibile.

Napoli, approvato il preliminare del nuovo Puc

La Giunta Comunale ha approvato il Preliminare del nuovo Piano Urbanistico Comunale di Napoli. Si tratta di un passaggio importante per la città e per il percorso di riforma della pianificazione urbanistica che stiamo portando avanti. A oltre trent’anni dalla redazione del Piano Regolatore Generale e dopo vent’anni di attuazione del piano vigente, abbiamo ritenuto necessario avviare una riflessione profonda sugli strumenti con cui Napoli affronta le trasformazioni contemporanee. Lo sottolinea , in una nota, la vicesindaca Laura Lieto.
Il punto di partenza è chiaro: i principali processi urbani del nostro tempo non coincidono con i confini delle singole zone della città. Il cambiamento climatico, la mobilità, l’emergenza abitativa, la rigenerazione urbana, le trasformazioni del lavoro e dei sistemi produttivi sono fenomeni che attraversano l’intero territorio e richiedono politiche integrate. Per questo il Preliminare propone un’impostazione diversa da quella tradizionale. Non rinuncia a riconoscere le specificità dei quartieri e dei diversi contesti urbani, ma assume come riferimento i grandi processi che stanno ridefinendo le città europee e le condizioni di vita delle persone.

I cinque obiettivi strategici individuati dal preliminare — transizione ecologica, mobilità sostenibile, rigenerazione urbana, politiche per l’abitare e valorizzazione delle nuove economie — rappresentano altrettanti campi di lavoro sui quali costruire il futuro Piano. Questo documento è il risultato di un lungo lavoro svolto dagli uffici comunali insieme a università, enti di ricerca, associazioni e soggetti della città che hanno contribuito a definire problemi, priorità e prospettive di intervento. Con l’approvazione del Preliminare non si conclude un percorso, tutt’altro. Si apre una fase nuova di confronto pubblico e di costruzione del Piano. L’obiettivo è dotare Napoli di uno strumento capace di leggere le sfide del presente e di orientare le trasformazioni della città nei prossimi anni, con una visione che tenga insieme sostenibilità ambientale, coesione sociale e sviluppo economico.

 

Aubac, firmato protocollo su siccità, frane, coste e rischi idraulici

Prevenire prima dell’emergenza: dati, mappe, presidio del territorio. Firmato il Protocollo tra AUBAC, Protezione Civile, ANBI e Autorità di bacino dell’Appennino Settentrionale su rischi idraulici, frane, coste e siccità. In occasione dell’Assemblea nazionale ANBI “L’acqua è strategia”, AUBAC ha sottoscritto con il Dipartimento della Protezione Civile, ANBI e l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Settentrionale un Protocollo d’intesa per una prevenzione più moderna, fondata su dati, mappe e coordinamento istituzionale.

L’accordo punta a costruire un modello stabile di collaborazione tra il sistema nazionale di protezione civile, le Autorità di bacino distrettuali e il sistema dei Consorzi di bonifica, valorizzando mappe di pericolosità e rischio, quadri conoscitivi, dati territoriali, strumenti digitali, presidio locale e informazioni raccolte sul territorio. Tra gli ambiti di collaborazione rientrano anche l’utilizzo di dati satellitari, sistemi informativi territoriali, WebGIS, gemelli digitali, strumenti di intelligenza artificiale e modelli di supporto alle decisioni, nonché iniziative di formazione, esercitazione, comunicazione del rischio e diffusione della consapevolezza tra cittadini e comunità locali.

«Con questo protocollo facciamo un passo importante verso una prevenzione più moderna, fondata sull’integrazione tra conoscenza scientifica, pianificazione di bacino, presidio territoriale e protezione civile», dichiara Marco Casini, Segretario generale di AUBAC. «La sicurezza idraulica, la gestione delle frane, la tutela delle coste e la risposta alle crisi idriche richiedono dati condivisi, mappe aggiornate e una regia istituzionale stabile».

Cisambiente Confindustria, nuove regole per le imprese di bonifica

Novità in tema di iscrizione in Categoria 9 Albo Gestori Ambientali – Nuove regole per le imprese di bonifica. Presentata la nuova attesissima Circolare esplicativa della Categoria 9 (Bonifica dei siti). Ecco una sintesi dettagliata delle novità strutturali strutturata sui 6 capoversi cardine del documento:

L’oggetto dell’atto supera i vecchi confini amministrativi dell’iscrizione pura: i nuovi chiarimenti collegano direttamente i requisiti della Categoria 9 al calcolo degli importi dei lavori di bonifica realmente cantierabili. È questo il parametro cardine che d’ora in poi determinerà la classe dimensionale delle aziende. Fissata la linea di demarcazione in base al Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006). Entrano nel calcolo del plafond e richiedono l’iscrizione le attività operative di MISE, MISO, MISP, bonifica e ripristino ambientale. Restano invece tassativamente escluse le attività di caratterizzazione, le misure di prevenzione d’urgenza e le analisi di rischio: non erodono la capacità economico-operativa della Categoria 9. Basta computi basati su stime teoriche o lotti futuri. Ai fini dell’iscrizione rileva solo l’intervento (o la sua quota parte) formalmente approvato dall’Autorità competente, che sia finanziariamente coperto e immediatamente eseguibile dal punto di vista tecnico-amministrativo. L’importo cantierabile diventa così un dato reale, dinamico e non potenziale.

L’impresa di Categoria 9 viene riconosciuta come General Contractor e assume il rischio globale del sito. Di conseguenza, nel calcolo della classe dimensionale entrano sia i costi delle operazioni dirette (scavo, isolamento) sia quelli delle operazioni indirette (oneri sicurezza, trasporto e l’intero costo di smaltimento dei rifiuti). Anche se subappaltati, gravano sulla responsabilità tecnica dell’iscritta e ne definiscono il valore.

È la svolta più importante: il limite di classe non è più un tetto al fatturato annuo (modello statico del trasporto rifiuti), ma la fotografia in tempo reale dei cantieri aperti contemporaneamente (“qui ed ora”). Con il meccanismo del “Plafond Mobile”, non appena un cantiere chiude tecnicamente, la capienza si rigenera all’istante, permettendo di incamerare subito nuovi lavori senza attendere il 31 dicembre. La clausola di chiusura della Circolare detta una linea interpretativa unica e vincolante per tutte le Sezioni Regionali dell’Albo. Viene azzerato il rischio che una Sezione applichi criteri restrittivi (es. anno solare) e un’altra criteri estensivi (es. contemporaneità), garantendo parità di trattamento e certezza del diritto durante le istruttorie.

Legambiente, 675 Comuni rifiuti-free

In Italia nel 2026 tornano a crescere i comuni rifiuti free che salgono quota 675 (contro i 663 del 2025) su un totale di 7.894 comuni italiani. Un dato che fa ben sperare dopo il lieve calo del 5% registrato lo scorso anno. Il merito di questi comuni è quello di mantenere la produzione pro capite di rifiuto indifferenziato avviato a smaltimento al di sotto dei 75 kg/ab/anno. È quanto emerge in estrema sintesi dalla 33esima edizione di “Comuni Ricicloni” di Legambiente presentato oggi a Roma nella giornata finale dell’Ecoforum nazionale dell’economia circolare organizzato dall’associazione ambientalista, Kyoto Club e La Nuova Ecologia in collaborazione con CONOU e con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Regione Lazio, Città Metropolitana di Roma.

Il Nord si conferma l’area del Paese con più comuni virtuosi, il 60,3% del totale si concentra qui, anche se registra una contrazione rispetto allo scorso anno (-16 comuni); contro il 32,8% del Sud e delle isole (in crescita rispetto al 2025 con 16 comuni in più); e il 6,8% del Centro. Quest’ultimo registra, dopo anni di immobilismo, una crescita importante con 16 comuni in più rispetto al 2025 arrivando a quota 46. Altro dato interessante è il numero complessivo di cittadini residenti in Comuni Rifiuti Free, che passa da 3.715.010 dello scorso anno agli attuali 4.086.781, nonostante il numero complessivo dei Comuni Rifiuti Free sia aumentato di sole 12 unità. A livello regionale, il Veneto si conferma leader assoluto per numero di comuni rifiuti free (165), seguito da Lombardia (104) e Campania (73). Quest’ultima è la prima regione del Sud per comuni rifiuti free.

Per quanto riguarda i comuni capoluogo di provincia, su 54 che hanno partecipato al concorso di Legambiente e che sono stati presi quest’anno in esame, 35 (il 65% del campione e il 33% del totale) hanno raggiunto e superato l’obiettivo del 65% e 5 sono Rifiuti Free, mantenendo la produzione di rifiuto indifferenziato al di sotto di 75 kg pro-capite all’anno. Ad aggiudicarsi questo doppio riconoscimento sono Pordenone, Belluno, Nuoro, Trento e Treviso. In particolare, Nuoro, entrata in classifica lo scorso anno, conferma la sua posizione e il suo impegno in questo settore.

“I dati in crescita dei comuni rifiuti free – commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – sono un segnale importante ma il Paese, a partire dalle grandi città, non deve abbassare l’attenzione perché può e deve fare molto di più in fatto di gestione virtuosa dei rifiuti. L’economia circolare rappresenta una leva strategica per l’Italia che va sostenuta con politiche e interventi concreti a livello europeo e nazionale. Ma tutto parte da una buona qualità della raccolta differenziata e da un efficace e concreto avvio al riciclo, riducendo al minimo l’indifferenziato avviato a smaltimento o ai termovalorizzatori. Per questo continuiamo con forza il nostro concorso nazionale, premiando le migliori pratiche di gestione e prevenzione dei rifiuti, con l’obiettivo di trasformarle in una politica unitaria e virtuosa su tutto il territorio nazionale. Fino ad oggi l’Italia ha detenuto un primato su raccolta differenziata e riciclo, serve un impegno comune per mantenerlo anche in futuro.”

Vincitori assoluti comuni sotto i 5.000 abitanti. In questa categoria primeggianoBorrello (CH), Ripacandida (PZ), Morano Calabro (CS), Domicella (AV), Mordano (BO), Valvasone Arzene (PN), Rocca Santo Stefano (RM), Pieve Ligure (GE), Foresto Sparso (BG), Monteleone di Fermo (FM), Montefalcone nel Sannio (CB), Barone Canavese (TO), Atzara (NU), Castel di Lucio (ME), Terre d’Adige (TN), Calvi dell’Umbria (TR), Verrayes (AO), Sospirolo (BL).

Vincitori assoluti comuni tra 5.000 e 15.000 abitanti. In questa categoria ci sono Pratola Peligna (AQ), Casali del Manco (CS), Cimitile (NA), San Prospero (MO), Chions (PN), Sacrofano (RM), Luni (SP), Villongo (BG), Venafro (IS), Sammichele di Bari (BA), Sennori (SS), San Giuseppe Jato (PA), Serravalle Pistoiese (PT), Altopiano della Vigolana (TN), Loria (TV).

Vincitori assoluti sopra i 15.000 abitanti. In questa categoria troviamo Siderno (RC), Bacoli (NA), Nonantola (MO), Azzano Decimo (PN), Fonte Nuova (RM), Carugate (MI), Monserrato (CA), Ribera (AG), Monsummano Terme (PT), Pergine Valsugana (TN), Vedelago (TV).

Tra le storie di buona gestione, quest’anno Legambiente premia con una menzione speciale il cane “puliziotto” di nome “Bee”, un Labrador Retriever nero, protagonista di Recycling Dog, il primo progetto italiano strutturato di unità cinofile dedicate alla rilevazione della plastica dispersa nell’ambiente naturale. Un progetto che prende il via a Castelbuono, piccolo Comune nel cuore delle Madonie, in provincia di Palermo, dove da tre anni un cane e il suo conduttore percorrono boschi, torrenti, sentieri e vicoli alla ricerca di rifiuti che spesso sfuggono ai sistemi tradizionali di raccolta. In tre anni di attività Bee e il suo conduttore hanno percorso oltre 800 chilometri di territorio, recuperando circa 200 chilogrammi di plastica abbandonata. Numeri che raccontano non solo un progetto ambientale, ma un modo diverso di immaginare il rapporto tra comunità, animali e territorio. Altra menzione speciale alla start-up Re-Cig in prima linea nella raccolta e recupero dei mozziconi di sigaretta. Attraverso l’installazione di punti di raccolta dedicati, i mozziconi vengono sottratti alla dispersione nell’ambiente e sottoposti a un trattamento che permette di separare le componenti tossiche e recuperare l’acetato di cellulosa.

Non solo comuni ricicloni, nel corso dell’Ecoforum è stato presentato anche il IX report dell’Osservatorio Appalti Verdi di Legambiente e Fondazione Ecosistemi che scatta una fotografia puntale sui dati (2025) del Green Pubblic Procurament e l’applicazione dei GPP e dei CAM (criteri minimi ambientali) nelle gare 2025 da parte delle pubbliche amministrazioni. In Italia su 531 comuni totali che hanno risposto al questionario (di cui 480 comuni non capoluogo e 51 capoluoghi di provincia) cresce, seppur lentamente, l’indice medio di performance del totale dei Comuni che si attesta al 57% (due punti in più rispetto al 2025), con differenze significative tra quello dei Capoluoghi di provincia (77%) e il resto dei Comuni (55%). A livello territoriale, si confermano importanti differenze di applicazioni tra le diverse aree del Paese con il nord d’Italia l’area più attenta e sensibile, seguita dal sud e le isole. Arranca, invece, il centro Italia. A livello regionale, le migliori performance medie raggiunte sull’applicazione del GPP vedono in prima fila l’Emilia Romagna con un indice medio del GPP pari al 74%, il Friuli Venezia Giulia (61%), la Toscana (67%), l’Abruzzo (73%), la Liguria e la PA di Bolzano (69%).

Tra i comuni capoluogo, Ancona, Brescia, Cremona, Ravenna, Rimini, Padova sono quelli che nel 2025 hanno centrato il 95% GPP con acquisti in almeno in 16 categorie merceologiche dei 19 CAM indagati, nei bandi 2025. In particolare, Cremona, Ravenna e Alba hanno ricevuto oggi da Legambiente e dall’Osservatorio Appalti Verde, nel corso della seconda giornata dell’Ecoforum, una menzione speciale per il risultato raggiunto e per essere in prima fila nella raccolta differenziata. Per quanto riguarda l’applicazione dei CAM, nel 36,5% dei casi inerenti ai comuni non capoluogo i CAM non sono stati applicati (1.655 casi su 4.539 gare), nonostante sia un obbligo di legge. Un percentuale che scende drasticamente nel caso dei comuni capoluogo invece (14% del campione dei capoluoghi, 102 casi su 727 gare). Numeri che si traducono con inadempienze registrate 1 gara ogni 3 del campione di indagine complessivo. In particolare, quelli che riscontrano più difficoltà e hanno un tasso di non applicazione maggiore del 50% sono, tra i comuni non capoluogo, il CAM Prodotti tessili (63,6%), quello sulle calzature da lavoro e accessori in pelle (63,6%), quello relativo ai Punti di ristoro e distributori automatici (64,8%) e quello sugli eventi culturali (72,1%). Un dato, quest’ultimo, che deve far riflettere visto che parliamo di eventi che richiamano sempre un grande pubblico tra cittadini e turisti.

Ai dati sui GPP e CAM, si affiancano poi le criticità da risolvere, a partire dalla mancanza di formazione e la difficoltà nella stesura dei bandi, ribadita da 71% dei Comuni e dal 55% dei Capoluoghi. Altri anelli deboli sono il “Monitoraggio degli Acquisti Verdi” (segnalato dal 14% Capoluoghi e dal 4% Comuni – dati al ribasso rispetto al 2025). Buona notizia, riguarda, invece la “conoscenza del Green Public Procurement” ormai consolidata come politica necessaria per il GPP nell’amministrazione pubblica (media complessiva 98% per i Capoluoghi e 84% per i Comuni). “Dal nostro report frutto del lavoro di analisi dell’Osservatorio Appalti Verdi – commenta Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente – emerge chiaramente come le grandi città, più strutturate e organizzate a livello amministrativo, riescono ad applicare in modo più accurato le politiche proprie del GPP ed il rispetto dei CAM nelle gare di appalto rispetto a comuni più piccoli. Inoltre, si consolida anche secondo noi un’attenzione a questa pratica e una disponibilità, seppur lieve da parte dei capoluoghi, a partecipare alla nostra indagine. Una delle proposte, infatti, è anche quella di favorire l’aggregazione di realtà più piccole per efficientare i processi di acquisto e utilizzo del GPP”.

Di fronte a questo quadro, Legambiente rilancia oggi cinque proposte chiedendo in primis di passare al più presto in Italia da un obbligo formale all’attuazione effettiva del GPP. Oggi la sfida, ribadisce l’associazione ambientalista, è quella di renderlo ordinario, misurabile e controllabile da tutte le amministrazioni, superando le criticità evidenziate. Occorre, inoltre, implementare la formazione del personale pubblico; costruire una governance stabile del GPP; integrare il GPP nelle politiche industriali italiane ed europee; connettere gli aspetti ambientali a quelli sociali delle filiere produttive legate alle forniture, i servizi e i lavori che la PA concretizza nei territori. Utilizzare il GPP anche contro il dumping sociale e lavoro povero.

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