Il “playful approach”: la dimensione del gioco che trasforma lo spazio pubblico Reggio Emilia: dal Reggio Approach al primo City Play Plan in Italia. Un caso che non accade per caso
IN SINTESI
Il tema della qualità dello spazio pubblico è sempre più centrale nel dibattito politico e urbanistico. Cambiamenti climatici, nuove fragilità sociali, crisi della prossimità e bisogno di relazioni stanno spingendo molte città a ripensare il proprio modello urbano, ponendo attenzione non solo alle infrastrutture ma anche al benessere delle persone. In questo scenario nei Masterplan delle città europee si inseriscono anche i City Play Plan.
Se in Italia il tema del gioco è ancora poco strutturato e spesso limitato alla progettazione di aree gioco tradizionali, a Reggio Emilia si verifica un’eccezione. In nemmeno un anno la città ha ospitato il Placemaking Europe Festival, il più importante evento al mondo dedicato alla rigenerazione urbanistica unita a quella sociale, ed è stata oggetto della visita della Principessa Catherine del Galles, venuta a celebrare il Reggio Approach. Le due cose possono apparire casuali, ma non lo sono per una città che ha una forte vocazione educativa, sociale e comunitaria.
Il City Play Plan: il gioco come strumento di trasformazione urbana intergenerazionale
“Ripensare lo spazio pubblico a misura di bambine e bambini significa ripensare la città nel suo insieme”. È questa la visione che guida il City Play Plan di Reggio Emilia, un progetto che utilizza il gioco come strumento di trasformazione urbana, inclusione sociale e qualità dello spazio pubblico. Progettare spazi pensati per i più piccoli significa infatti creare ambienti migliori davvero per tutte le persone”.
Come sottolinea Lanfranco De Franco, vicesindaco della città con delega ai lavori pubblici, “con il City Play Plan ci riferiamo a un’azione urbana a tutto tondo, prendendo spunto da alcune esperienze europee e utilizzando il termine inglese “to play” sicuramente più ampio rispetto al semplice concetto di gioco”.
Il progetto prevede un investimento di 800 mila euro all’interno del Piano triennale delle opere pubbliche, con almeno un intervento in ciascuno dei nove ambiti territoriali della città. L’obiettivo non è soltanto realizzare nuove aree ludiche, ma lasciare linee guida e una visione strategica per chi amministrerà la città in futuro. L’approccio scelto dall’amministrazione punta su processi partecipativi, interventi leggeri e sperimentazioni diffuse nello spazio pubblico.
Particolare attenzione viene dedicata agli spazi residuali e sottoutilizzati: aree verdi poco valorizzate, connessioni urbane intercluse e i fronti scolastici. Luoghi spesso progettati in passato come parcheggi automobilistici e oggi ripensati come spazi di incontro, socialità intergenerazionale e tempo libero di qualità.
Per il Comune, il City Play Plan rappresenta quindi una strategia urbana capace di mettere a sistema alcuni elementi già presenti nel DNA della città: la rete verde e ciclabile tra le più estese in Italia, la forte infrastruttura sociale e la tradizione educativa riconosciuta a livello internazionale.
L’Architetto e Designer Francesco Bombardi: il “Design for Play” come strumento di rigenerazione urbana
“Il City Play Plan di Reggio Emilia guarda alle esperienze internazionali delle “playable cities” e del “child friendly urbanism”, dove il gioco viene interpretato come infrastruttura sociale e culturale capace di generare relazioni, salute e benessere urbano”. Curatore del progetto è Francesco Bombardi, architetto, designer e docente al Politecnico di Milano. Bombardi riconosce Reggio Emilia come “un caso unico”: tradizione educativa a trazione internazionale, infrastruttura sociale forte e mobilità attiva e sostenibile. “Il City Play Plan Reggio Emilia è una grande opportunità di mettere questi valori a sistema e condividere lo spirito del gioco”.
Non solo la pedagogia ma tutta la città è stata nelle scorse settimane sotto la lente di ingrandimento internazional-popolare grazie alla visita della Principessa Catherine Middleton, interessata a comprendere il rapporto tra educazione, benessere infantile e costruzione della comunità.
Secondo Bombardi, il tema del gioco nello spazio urbano non riguarda semplicemente l’infanzia, ma il modo stesso in cui le persone vivono e interpretano la città.
Nelle città europee come Dublino, Worcester, Londra e Barcellona i City Play Plan sono strumenti strategici di pianificazione urbana che utilizzano il gioco come infrastruttura sociale, culturale e spaziale per rendere le città più inclusive, relazionali e vivibili attraverso strategie “playable city” e “child friendly urbanism”. In Italia il tema è ancora marginale: esistono esperienze legate alle Child Friendly Cities e alla pedagogia urbana, ma non veri City Play Plan strutturati su scala urbana. Bombardi sottolinea inoltre il ruolo centrale del Design for Play: attraverso installazioni, percorsi, playground diffusi e interventi temporanei, il gioco diventa uno strumento capace di trasformare lo spazio pubblico in un luogo di relazione, apprendimento e benessere.
“Le provocazioni (concetto molto richiamato da Malaguzzi) urbane attraverso il gioco permettono di modificare temporaneamente il modo di abitare la città, attivando relazioni spontanee e sperimentando nuovi usi dello spazio pubblico. Per le città italiane, storicamente conservative sotto il profilo urbanistico, questi interventi rappresentano un’opportunità strategica: consentono infatti di testare trasformazioni leggere, reversibili e inclusive prima di arrivare a modifiche permanenti”.
Secondo Bombardi, Reggio Emilia possiede caratteristiche uniche: una forte tradizione educativa, una rete di welfare consolidata e una struttura urbana già orientata alla mobilità lenta e alla dimensione relazionale dello spazio pubblico. “In questa prospettiva il gioco non è un elemento decorativo, ma uno strumento progettuale capace di generare una città più felice, accessibile e partecipata”.
Il Reggio Approach e i “100 linguaggi”: il ruolo dell’urbanista per rigenerare Città Educanti.
Nel dibattito sul City Play Plan emerge una profonda connessione con il pensiero pedagogico del Reggio Approach e con l’eredità culturale di Loris Malaguzzi, fondatore dell’esperienza educativa reggiana conosciuta in tutto il mondo.
L’urbanista Andrea Boni, che ha frequentato da bambino le scuole dell’infanzia comunali di Reggio Emilia, racconta come quell’esperienza abbia influenzato profondamente il suo modo di leggere e progettare la città.
“Il mio sguardo da urbanista è stato formato nel profondo da quel metodo educativo. Molti aspetti della filosofia del Reggio Approach dovrebbero trovare spazio anche nelle città. Costruire Città Educanti per comunità forti e resilienti è quello di cui oggi c’è assoluto bisogno.
Boni richiama uno dei pilastri della pedagogia di Malaguzzi rappresentata nel Manifesto de “I 100 linguaggi”: la capacità dei bambini di apprendere attraverso esperienze, relazioni, movimento, natura e creatività. Una visione che può diventare anche una chiave urbanistica.
“Le scuole reggiane riproducono elementi della città: la piazza, il parco, i luoghi della condivisione. Fin da piccolo questo mi ha trasmesso la consapevolezza dei legami che costruiscono una comunità. Oggi la vera rivoluzione consiste nel tornare a progettare luoghi per le relazioni umane, per la qualità della vita e per la cura reciproca. Le città sono piene di spazi che attendono soltanto qualcuno disposto ad averne cura.”
E nel sistema educativo reggiano questa dimensione è già presente e potrebbe essere locomotiva per cambiamenti nello spazio pubblico radicali e necessari. “I bambini hanno desideri, sensibilità e capacità progettuali che devono essere ascoltati e tradotti in azioni concrete. Se crescono in una città che li esclude o limita la loro autonomia, inevitabilmente svilupperanno un rapporto debole con la dimensione pubblica. Al contrario, una città che permette di esplorare, scegliere percorsi, vivere gli spazi collettivi e incontrare gli altri costruisce cittadini più consapevoli e partecipi”.
“Tutti i miglioramenti pensati attraverso lo sguardo dei bambini producono una città migliore per tutti: una città educante costruita da e per una comunità educante”.
Per Boni il tema riguarda anche il superamento di modelli urbani ormai obsoleti. Le città italiane, osserva, sono state profondamente trasformate negli anni Sessanta dalla crescita economica e dalla centralità dell’automobile, che ha progressivamente occupato spazi storicamente destinati alle persone.
Se “la città è di tutti”, come recita il titolo dell’ultimo lavoro editoriale di Elena Granata, allora anche quegli spazi vanno ripresi e redistribuiti.
Placemaking for Kids: quando il gioco genera identità urbana
Nel dibattito contemporaneo sullo spazio pubblico emerge sempre più il concetto di Placemaking for Kids, un approccio che considera infanti e adolescenti non semplicemente destinatari degli spazi urbani, ma generatori di qualità urbana, socialità e identità collettiva.
Spazi sicuri, accessibili, verdi, attraversabili e stimolanti per i più piccoli diventano infatti luoghi più vivibili e apprezzati da tutte le persone.
Il gioco, in questa prospettiva, non è più relegato a un’area delimitata, ma diventa uno strumento capace di attivare relazioni, creare senso di appartenenza e trasformare lo spazio pubblico in esperienza collettiva.
Un esempio internazionale particolarmente significativo è quello dello studio danese Monstrum, noto per la progettazione di playground concepiti come vere e proprie opere d’arte urbane. Castelli giganti, balene scalabili, torri e mondi immaginari diventano elementi iconici capaci di attrarre non solo le famiglie residenti, ma anche visitatori esterni e turismo urbano.
In questi progetti il playground non è più soltanto un’attrezzatura ludica, ma un dispositivo culturale e identitario. Attraverso il gioco si genera attrattività, si costruisce memoria collettiva e si rafforza il legame tra persone e luoghi.
Il modello proposto da Monstrum dimostra come il Design for Play possa contribuire anche alla rigenerazione economica e sociale delle città, trasformando spazi anonimi o marginali in luoghi riconoscibili, frequentati e vissuti.
In questo senso il Placemaking for Kids rappresenta una delle evoluzioni più interessanti dell’urbanistica contemporanea: una progettazione capace di partire dallo sguardo dei bambini per costruire città più desiderabili in grado di restituire benessere, appartenenza e nuove forme di felicità collettiva.