RIGENERAZIONE URBANA

Civitavecchia, sbloccati 8 mln per demolire l’ex Italcementi. Fillea: non sia speculazione ma progetto di sviluppo del territorio

22 Set 2026 di Maria Cristina Carlini

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Con lo sblocco deliberato il 17 settembre scorso di oltre 8 milioni di euro da parte della Regione Lazio per la demolizione dell’ex cementificio e l’avvio del progetto “Civitas Futura – Civitavecchia Porto di Roma”, la trasformazione dell’area ex Italcementi entra ufficialmente nella sua fase operativa. Si tratta di un passaggio fondamentale che punta a restituire alla città 16 ettari nel cuore del tessuto urbano, rimasti inutilizzati e feriti per oltre vent’anni da un’imponente presenza industriale ormai dismessa.
Tuttavia, il finanziamento non è che il primo tassello di una partita ben più complessa e ambiziosa. È su queste fondamenta che, il 18 settembre, si è innestato il dibattito promosso dalla Fillea CGIL Civitavecchia Roma Nord Viterbo all’interno dell’iniziativa “Costruire prospettive”, nata nel solco del percorso sulle politiche industriali avviato dalla Camera del Lavoro per affrontare le grandi vertenze territoriali, a partire dalla riconversione energetica ex Enel/Torre Valdaliga Nord.
Ma per comprendere la portata dell’operazione occorre fare un passo indietro. L’ex Italcementi non è stata soltanto una fabbrica: per più di un secolo è stata uno dei poli identitari dell’economia e del lavoro operaio di Civitavecchia. Fondata tra il 1893 e il 1896 dalla Società Anonima Fabbrica Calce e Cementi di Casale Monferrato, l’area fu scelta per la sua posizione strategica, vicina alle cave di calcare, raccordata alla rete ferroviaria e a ridosso del porto. Dai due forni iniziali si passò ai sedici del 1911 (anno di installazione del primo forno rotante d’Italia), fino all’ingresso nel gruppo Italcementi nel 1918. Superata la distruzione della Seconda guerra mondiale, la produzione riprese già nel 1944 e si arricchì nel 1958 con il cemento bianco, accompagnando per decenni la vita economica e sociale di intere generazioni.
Dalla chiusura definitiva all’inizio degli anni Duemila, capannoni, forni e silos sono rimasti come giganti silenziosi nel paesaggio cittadino. Oggi, il via libera della Regione e l’inizio delle attività propedeutiche da parte del Comune segnano la fine di questa lunga parentesi: per il sindaco Marco Piendibene e l’assessore all’Urbanistica Giancarlo Cangani si apre un percorso destinato a cambiare il volto della città, restituendo uno spazio strategico alla collettività.
Ma la semplice demolizione o una pura riqualificazione edilizia non bastano. È qui che la Fillea CGIL rivendica il proprio ruolo e una nuova centralità nelle politiche industriali del territorio. “Solitamente la nostra categoria non partecipa ai tavoli classici di politica industriale ma il tema delle bonifiche, delle demolizioni e della ricostruzione riguarda direttamente il valore del costruito e il modello di città che vogliamo consegnare al futuro. Non possiamo permettere che la rigenerazione urbana si riduca all’ennesima speculazione immobiliare”, spiega a Diario Diac, il segretario nazionale della Fillea Angelo Sposato sottolineando come il progetto non debba limitarsi alla sola ricettività turistica o alberghiera ipotizzata dalle prime linee di indirizzo comunali. In un momento segnato dall’emergenza climatica e dalle crescenti disuguaglianze, Civitavecchia ha l’opportunità di diventare un progetto pilota su scala regionale e nazionale.
“Va bene la vocazione turistica, ma servono spazi di aggregazione per i giovani, per gli studenti, per le lavoratrici e i lavoratori”, dice Sposato. “Le città devono attrezzarsi contro la crisi climatica creando vere e proprie aree verdi e rifugi climatici. Civitavecchia può e deve diventare un modello di riqualificazione capace di unire la qualità del costruito con la sostenibilità sociale”.

Tra i nodi più urgenti emersi nel confronto sindacale spicca quello delle politiche abitative. Nonostante Civitavecchia vanti uno dei poli crocieristici più importanti d’Europa e flussi internazionali di prim’ordine, la monocultura del turismo ha finito per saturare il mercato immobiliare, rendendo quasi impossibile trovare appartamenti in affitto a canoni sostenibili per la cittadinanza. “Ci troviamo di fronte a una contraddizione in termini: In un territorio ricco di risorse e flussi infrastrutturali, i giovani sono costretti a emigrare perché non trovano né un’abitazione accessibile né occasioni di lavoro dignitoso e stabile. Non possiamo accettare un modello economico che espelle le nuove generazioni”, afferma Sposato.

Per far sì che gli 8 milioni di euro già stanziati — e le risorse future necessarie a completare il parco e la rigenerazione — si traducano in sviluppo reale, la Fillea e la Cgil chiedono un cambio di passo immediato sul piano del metodo e della governance. Protocolli di legalità e sicurezza nei cantieri: garantire la massima trasparenza, la tutela della salute dei lavoratori e la qualità delle opere nelle fasi di demolizione e ricostruzione. Partenariato economico e sociale: aprire subito un tavolo di confronto permanente con l’Amministrazione comunale, la Regione Lazio, il Governo e le parti datoriali. Per la Fillea, le risorse pubbliche non possono essere gestite senza un reale passaggio e coordinamento con la società civile e i rappresentanti del lavoro. Altra priorità : “la tendenza nazionale sui tavoli di crisi industriali, troppo spesso focalizzati unicamente su chiusure e dismissioni”.
“Dal Governo oggi sentiamo parlare troppo spesso soltanto di chiusure e dismissioni e questo dimostra l’assenza di una vera visione strategica di investimento. Come Fillea e Cgil, insieme alle strutture nazionali, vogliamo capovolgere questa narrazione: servono investimenti, tutela dell’occupazione, lavoro sicuro di qualità e risposte concrete sui bisogni primari come la casa. Civitavecchia non deve subire la dismissione, ma guidare la rigenerazione”.

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