IL NUOVO MONITO

Draghi: noi europei per la prima volta siamo soli insieme. Dobbiamo crescere in un mondo che non c’è più, serve un enorme sforzo sugli investimenti fino a 1.200 mld l’anno

15 Mag 2026 di Maria Cristina Carlini

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Draghi: noi europei per la prima volta siamo soli insieme. Dobbiamo crescere in un mondo che non c’è più, serve un enorme sforzo sugli investimenti fino a 1.200 mld l’anno

“Per la prima volta, siamo davvero soli insieme”. E’ con questa immagine icastica che l’ex premier ed ex presidente della Bce, Mario Draghi, lancia un nuovo monito sulla condizione europea nel nuovo disordine geopolitico. Un frangente storico che “non è solo un momento di pericolo” ma “anche un momento di rivelazione”, perché, pur in questa vulnerabilità, indica il cammino da percorrere per affrontare i nuovi shock, perché “le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno compiendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno spingendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme”. Come sempre, Draghi torna a spronare l’Europa, non nasconde le difficoltà e la portata enorme dello sforzo che l’attende. Ma la fiducia non manca. Pronuncia il suo discorso nella storica città tedesca di Aquisgrana dove ieri è stato insignito del Premio Carlo Magno. Ma le sue parole acquistano un significato ancora più forte anche soltanto rispetto a quelle dello stesso tenore pronunciate a febbraio, nella sua prolusione all’Università di Lovanio e poi al vertice europeo nel castello di Alden Biesen, perché  di li a poco il mondo di è trovato di fronte a una nuova guerra. “Dal 2020, gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente e restringendo ulteriormente lo spazio per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo i dazi da parte del nostro principale partner commerciale, a livelli senza precedenti da un secolo a questa parte. Da ultimo, la guerra in Medio Oriente ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo stretto di Hormuz riaprirà, le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni”, avverte Draghi. Shock che “sarebbero difficili in qualsiasi circostanza Ma arrivano proprio nel momento in cui il bisogno di investimenti dell’Europa è diventato enorme. La precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media”, sottolinea l’ex premier.

La crescita “è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano”. Ma, fa osservare Draghi, questo ora avviene, anzi deve avvenire, in un mondo che non c’è più. “Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista. Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo. Decisioni dalle profonde conseguenze per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, ignorando le regole delle quali gli Stati Uniti un tempo si facevano paladini”. Deriva da qui quello stato di solitudine dell’Europa. “Per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate. D’altra parte neanche la Cina offre un’àncora alternativa. Sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire se non svuotando la nostra stessa base produttiva. E sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia” e, dice Draghi, “l’Europa sta rispondendo a questa nuova realtà. Ma sta rispondendo all’interno di un sistema che non era stato concepito per sfide di questa portata”.

“All’esterno, abbiamo abbattuto le barriere commerciali, accolto con favore le catene di approvvigionamento globali e costruito la principale economia più aperta del pianeta. Ma all’interno, non abbiamo mai  – rimarca – messo pienamente in pratica l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato il mercato unico incompiuto, i mercati dei capitali frammentati, i sistemi energetici insufficientemente interconnessi e ampie parti della nostra economia intrappolate in una fitta rete di regolamentazioni. C’è una certa ironia in tutto questo”. “L’Europa ha fatto affidamento sui mercati per svolgere un compito che l’autorità politica comune non era in grado di svolgere. Ma abbiamo negato a quei mercati la dimensione continentale di cui avevano bisogno per avere successo. Il risultato non è stata una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica”. Derivano da qui due ordini di vulnerabilità. “La prima è la nostra esposizione alla domanda estera. Le imprese europee si sono rivolte all’estero alla ricerca della crescita che l’Europa stessa non era in grado di garantire. Dal 1999, la quota del commercio sul Pil è passata dal 31% al 55% nell’area dell’euro. Negli Stati Uniti e in Cina, al contrario, è rimasta pressoché invariata. Entrambi i Paesi rimangono molto meno esposti al commercio. La nostra sensibilità ai cambiamenti nella politica americana e cinese non è quindi semplicemente una sfortuna imposta dall’estero. È il riflesso del nostro fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente solido”. Poi c’è la seconda vulnerabilità che “è la nostra crescente dipendenza strategica”. Di contro, “se avessimo intrapreso le misure necessarie per integrare la nostra economia, i mercati dei capitali avrebbero convogliato una quota maggiore dei risparmi europei verso investimenti produttivi all’interno dell’Unione. L’energia circolerebbe più liberamente attraverso i confini, grazie a reti, interconnettori e sistemi di stoccaggio. La decarbonizzazione sarebbe stata più a portata di mano e le nostre economie meno sensibili agli shock legati ai combustibili fossili: dall’inizio del conflitto in Iran, i cittadini dei paesi con una quota maggiore di energia pulita hanno pagato, in media, circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto a quelli con quote inferiori. Ma l’Europa ha scelto una strada più difensiva. Abbiamo cercato di tenere a bada i cambiamenti. Abbiamo limitato il consolidamento, contenuto il rischio e rinviato gli investimenti transfrontalieri. Ma il risultato non è stato un maggiore controllo. È stata la dipendenza”.

A questo si aggiunge il deterioramento della posizione dell’Europa nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio. Dal 2019, il divario di produttività oraria tra l’Europa e gli Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali, a parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti. Questo non misura, di per sé, le differenze nel tenore di vita. Ma indica una crescente divergenza nella capacità produttiva, che riflette non solo le maggiori dimensioni del settore tecnologico americano, ma la più profonda digitalizzazione delle imprese e dei flussi di lavoro negli Usa. L’intelligenza artificiale si aggiunge ora a quel divario.

Fin qui la diagnosi. La domanda ora è come correggere questo squilibrio. Occorre continuare a puntare sull’apertura commerciale e sul libero scambio, assumendo il ruolo di principale difensore dell’ordine internazionale basato su regole? O sostenere il ritorno dello Stato strategico attraverso politiche industriali, protezionismo e sostegno pubblico ai settori chiave? “La lezione – spiega Draghi – è che la durezza esterna richiede profondità interna. All’interno dell’Europa, gli Stati membri differiscono significativamente per profondità di integrazione. La ricerca della BCE suggerisce che, se tutti si avvicinassero al livello già raggiunto da chi oggi fa registrare le performance migliori, i guadagni di benessere a lungo termine potrebbero superare il 3%, circa quattro volte l’impatto sulla crescita previsto da dazi americani più elevati. “Made in Europe” dovrebbe essere visto anche in quest’ottica: come un modo per utilizzare la domanda europea in modo più deliberato. Dovrebbe offrire alle industrie con orizzonti di investimento lunghi, come semiconduttori, tecnologie pulite e difesa, un mercato abbastanza grande e stabile da investire qui. Senza una propria domanda, l’Europa non può sostenere una postura credibile all’estero”.

Secondo Draghi, l’Europa non può affrontare le nuove sfide geopolitiche ed economiche senza una più profonda integrazione interna. Una politica industriale condotta dai singoli Stati, in un mercato ancora frammentato, produrrebbe sprechi, concorrenza interna e inefficienze. Al contrario, un mercato unico realmente integrato permetterebbe di creare “campioni europei” competitivi su scala continentale, rendendo gli interventi pubblici più efficaci e meno costosi. Per questo mercato unico e politica industriale non devono essere visti come alternativi, ma complementari.

Urge l’attuazione di questa agenda economica mentre, intanto, il tema della difesa è diventato centrale e cruciale.  Draghi  riconosce che il rapporto con gli Stati Uniti è cambiato: Washington “resta indispensabile, ma è diventata più imprevedibile e assertiva”. L’Europa, dipendente dagli Usa per la sicurezza, fatica così ad avere autonomia anche sul piano commerciale ed energetico. Da qui la necessità di costruire una vera capacità europea di difesa, non per rompere l’alleanza atlantica, ma per riequilibrarla e renderla più matura. La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo: gli Stati europei stanno aumentando la spesa militare, coordinando acquisti e cooperando più strettamente. Tuttavia, il sistema decisionale dell’UE appare spesso troppo lento e frammentato per rispondere all’urgenza storica del momento. Per questo, Draghi rilancia il principio del “federalismo pragmatico”: gruppi di paesi disposti ad agire insieme dovrebbero poter approfondire la cooperazione in settori strategici come difesa, energia e tecnologia, creando risultati concreti che rafforzino sia l’efficacia dell’azione europea sia la sua legittimità democratica. Insomma, l’Europa si trovi davanti a una svolta storica: la crisi attuale può diventare l’occasione per trasformare l’Unione in una comunità politica più forte, capace di esercitare potere collettivamente per difendere libertà, prosperità e valori democratici.

Un lunghissimo applauso ha segnato la fine dell’intervento di Draghi al municipio di Aquisgrana. Tutti in piedi, da Friedrich Merz a Ursula von der Leyen fino a Christine Lagarde e ai primi ministri Edi Rama e Kyriakos Mitsotakis, gli ospiti della città della Renania Settentrionale-Vestfalia hanno omaggiato Mr. Euro, autore del rapporto per il rilancio dell’Ue che gli è valso il riconoscimento, il più antico dedicato a personalità e istituzioni che hanno servito l’unità europea. Nelle motivazioni del premio, c’è “l’omaggio a una personalità che, con determinazione e risolutezza incrollabile, ha compiuto grandi cose per l’Europa: il salvataggio dell’euro, la stabilizzazione del suo paese natale in una crisi gravissima e ora la formulazione di un’agenda per il futuro dell’intero continente. Il riconoscimento della sua eccezionale carriera è quindi molto più di un tributo al passato”. Con le sue decisioni sull’euro Draghi “è stato coraggioso, ha rischiato qualcosa, avrebbe potuto fallire, ma è riuscito e questo è stato dimostrato”, dichiara il cancelliere tedesco Friedrich Merz. “Noi chiediamo all’Unione europea di implementare adesso” il rapporto Draghi sull’Europa. Si tratta di “un’analisi implacabile” della situazione e “le sue risposte sono chiare e ambiziose. E questo rispecchia la sua personalità”. “Un greco e un tedesco si inchinano davanti ad un italiano. Questo modo di cooperare al di là dei confini è la migliore premessa per il successo dell’Europa”. Merz cita anche il rapporto per l’Europa di Enrico Letta, per concludere: “Sono grato che due italiani, nella migliore tradizione di Alcide De Gasperi, abbiano indicato la strada agli europei”.

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