"FUORI DALLE EMERGENZE"
Frane, alluvioni, sismi: serve un piano da 29 miliardi all’anno per 15 anni. D’Angelis-Grassi: “E’ l’investimento più conveniente che possiamo fare”
Prevenire è meglio che curare, si suol dire. Vale anche, se non soprattutto, per i problemi strutturali dell’Italia. E non è una frase fatta, buttata lì a caso. Basta leggere il libro scritto da Erasmo D’Angelis e Mauro Grassi di Fondazione Earth and Water Agenda, “Fuori dalle emergenze. Clima, alluvioni, siccità, terremoti, dalle catastrofi alla prevenzione” (Il Mulino), appena uscito e presentato ieri alla Luiss. Servono 435 miliardi in quindici anni, 29 all’anno, di cui circa 20 in più rispetto ai livelli di spesa attuali. Sembra tanto ma in rapporto al pil rappresenterebbe appena lo 0,9%. Ecco perché, dicono D’Angelis e Grassi, si tratta di un programma strategico, di prevenzione, decisamente sostenibile. E che genererebbe anche tanta occupazione nuova.
Prevenire come parola chiave, insomma. L’obiettivo primario è uscire dalla logica a posteriori rispetto alle tragedie naturali, dalla logica emergenziale, dalle toppe per i buchi. Ce lo insegna la storia dell’Italia, d’altronde, e i numeri oltre che le storie messe in fila nel saggio da D’Angelis e Grassi fanno da manuale per qualsivoglia governo decida finalmente di mettersi alla prova con questo piano. Ovviamente, ha ricordato anche la direttrice generale dell’Ispra Maria Siclari ieri alla Luiss, “non esiste un rischio zero. I rischi ci sono perché c’è un’espansione urbanistica senza pianificazione territoriale”. Secondo Guido Castelli, Commissario Straordinario per la Ricostruzione Sisma 2016, “occorre consentire alle grandi competenze di applicare ed evolvere, contro il rischio del dov’era e com’era“. La presidente Ance, Federica Brancaccio, ha invece anticipato la presentazione di un piano nazionale il prossimo 15 aprile. Sarà un piano per ridurre i rischi, ridurre i costi, prevenire, adattare e mettere in sicurezza città e territori.
Tornando a “Fuori dalle emergenze”, secondo l’autore della prefazione, l’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli, quella italiana è una sfida che “riguarda le città non meno che le aree montane” ma anche l’agricoltura e le infrastrutture, le aree costiere così come quelle a rischio sismico e idrogeologico. Questo percorso tracciato, aggiunge, permetterà (o permetterebbe, se restiamo nel campo ipotetico) di superare l’immobilismo. Immobilismo ma anche giustificazionismo, pessimismo cosmico e catastrofismo. Della serie, non è vero che questi fenomeni naturali non sono governabili per tempo e a costi programmati. Al contrario, ricordano D’Angelis e Grassi: ogni euro investito in prevenzione può generare risparmi tra 4 e 7 euro in costi di riparazione e ricostruzione. E per la Bce l’adattamento consente di evitare nuovi danni, generare benefici economici e socio-ambientali. Oggi, invece, l’Italia spende 12 miliardi l’anno per interventi d’emergenza. Inoltre, secondo le stime Ue saliranno a a 34,2 miliardi nel 2029, con un impatto fino a -1,75% di pil. Proprio ieri, un nuovo studio Bce a firma di Malin Andersson, Niccolò Battistini e Alina Bobasu ha rilevato che le fluttuazioni economiche dei danni al territorio si ripercuotono per almeno un anno.
Dentro al piano delineato nel libro, infine, vengono previste nuove polizze catastrofali da sottoscrivere dalle imprese. Così come un sistema di governance e monitoraggio costante, di qualità, cui affiancare anche un programma di integrazione delle nuove tecnologie che metta in atto la leadership italiana già raggiunta nell’innovazione. Da non trascurare, poi, nemmeno il coinvolgimento formativo e informativo dei cittadini. La strada per rendere credibili le ambizioni da potenza mondiale è solo questa.