RIGENERAZIONE URBANA/2
Cucinella: “Aggirare i ritardi della PA con la programmazione dei progetti affidata a un luogo terzo dove lavorino pubblico e privati, come le ZAC francesi o le STU”

Mario Cucinella
A margine del seminario organizzato da THEA sulla rigenerazione urbana chiediamo all’architetto Mario Cucinella la sua posizione sul rapporto pubblico-privato e sul ruolo del progetto nella gestione dei conflitti sul territorio. Quali possano essere le soluzioni.
Architetto Cucinella, come si può sbloccare, nella rigenerazione urbana, il rapporto pubblico-privato, sia dal lato del progetto, sia da quello del dialogo necessario fra questi due soggetti?
Il tema è la crescita della conoscenza dell’amministrazione pubblica. Quindi se aspettiamo quella ci mettiamo veramente tanti anni. Per questo l’idea di fare un soggetto terzo che riunisce sia il pubblico che il privato ma che possa fare gli interessi del pubblico in un dialogo con i privati. Dovrebbe essere un territorio terzo che è anche al di fuori della politica e che serve per fare una pianificazione di lungo periodo, che è la scala giusta, come è venuto fuori molto chiaramente anche dal seminario di oggi. Le trasformazioni urbane richiedono molto tempo perché sono processi lenti e quindi forse più che aspettare che cresca tutta l’amministrazione, possiamo creare un luogo intermedio, chiamiamolo cuscinetto oppure bolla, come è stato definito oggi, ma è comunque l’esperienza delle ZUC francesi o delle STU in cui hai un’associazione di interesse pubblico e privato e i progetti vanno avanti molto più spediti. Credo che quella sia la risposta giusta. Poi bisogna vedere se riusciamo a metterla in pista.
Il ruolo del progettista, dell’architetto qual è in questa grande fatica?
In tutto questo dibattito sulle trasformazioni urbane, alla fine la qualità del progetto è quella che fa la differenza. Ma per rispondere bene con progetti di qualità, bisogna fare domande molto precise, con il lavoro preliminare di analisi del territorio, con la partecipazione dei cittadini, con l’interesse pubblico che dovrebbe essere formalizzato in un documento molto approfondito, in modo da dare ai professionisti la possibilità di rispondere in modo preciso. È uno sforzo enorme che deve poi ricadere su un’idea che alla fine produca, da questo sforzo, un beneficio economico per il privato e al tempo stesso dell’interesse pubblico. In Francia esistono i programmisteur che fanno il programma del progetto dove sono inseriti tutti i dati e tutte le informazioni di natura economica, tecnica, di impatto che questi edifici producono nel quartiere. Quel lavoro lì è proprio quella zona intermedia di cui stiamo parlando, è un lavoro che viene pagato dal pubblico per definire con precisione il tema del progetto. Noi qui abbiamo dei bandi che sono tutti diversi, non sono chiari, con il risultato che mancano le condizioni per poter fare un bel progetto. Quindi i progetti funzionano bene quando le domande sono molto precise ma la formulazione della domanda è complessa e non la può fare un’Amministrazione, non ne è capace, la deve fare un soggetto terzo.
L’impressione è che oggi ci manchino o siano molto deboli gli strumenti che mettano in contatto la politica con il territorio, con le esigenze di chi abita quel territorio. Anche da qui nascono i fenomeni Nimby, i No Tav.
O addirittura i “No ospedale”, cosa che mi è concretamente capitata e che crea molte perplessità. Posso capire, fino a un certo punto, i “No Ponte”, ma i “No ospedale” li trovo assurdi. È evidente allora che c’è un problema molto serio di mancanza di dialogo, la politica non è più capace di parlare veramente al suo pubblico: quello dei “No ospedale” è un sintomo di una società che soffre della mancanza di un dialogo sereno in cui la partecipazione non deve essere post-decisione ma deve essere pre-decisione. Su questo servirebbe un’operazione di pacificazione, sono certo che un dialogo più attento alle esigenze può contribuire a smorzare una conflittualità esasperata. Poi la politica deve avere anche la forza di fare le scelte, se no cosa ci sta a fare?