IL DIBATTITO ASSENTE
Codice 36, serve un disegno industriale per favorire la crescita di medie imprese e buoni progettisti (giovani e non)
Non basta dire che servono altre imprese oltre Webuild: bisogna sfruttare l’occasione del PNRR e creare le condizioni di regole per far crescere le imprese esistenti e favorire lo sviluppo di nuovi soggetti imprenditoriali. Concorrenza, subappalto che favorisca una strutturazione del settore, dimensionamento adeguato dei lotti, una qualificazione di impresa che premi chi investe e si struttura, incentivi per consorzi davvero stabili: da questi temi può nascere una politica. I nodi irrisolti del mercato della progettazione e dei concorsi di architettura – di Giorgio Santilli
Un codice degli appalti è un insieme sistematico di norme, ma al tempo stesso è un atto di politica economica che dovrebbe contenere – ed esporre pubblicamente – un disegno “industriale” dei mercati su cui interviene, possibilmente dandosi obiettivi degni di una politica industriale.
In particolare, un codice degli appalti interviene sempre su due mercati che condiziona in misura prevalente e decisiva: il mercato delle imprese di costruzione e il mercato della progettazione, che dal lato dell’offerta è composto di due differenti tipologie di soggetti, gli studi professionali di progettazione (o anche singoli professionisti) e le società di ingegneria.
Partiamo dal mercato dei costruttori. Come ricorda frequentemente il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, questo mercato è oggi profondamente condizionato dalla presenza di un soggetto imprenditoriale, stiamo parlando di Webuild, che formalmente non si può definire quasi-monopolista ma ha certamente due caratteristiche che pesano sul mercato libero: si aggiudica la grande maggioranza di grandi e grandissime opere italiane e ha una consistente presenza pubblica (Cdp Equity) nel proprio capitale.
Un buon ragionamento industriale è quello che – prescindendo ora da interventi Antitrust limitativi dell’azione di Webuild che difficilmente potrebbero avere una qualche legittimità – quanto meno si chieda come, a quali condizioni, con quali strumenti si possa costruire un terreno propizio alla crescita dell’intero settore e in particolare delle poche grandi imprese rimaste in campo e delle numerose medie imprese che stanno crescendo, con una certa solidità, nelle retrovie.
Girato da tutt’altra angolazione il tema suona così: la grande quantità di opere da fare con il PNRR lascerà, dopo il 2026 e ancora oltre, lo stesso deserto dell’offerta di oggi o avrà contribuito ad avviare un settore maggiormente plurale?
Massima trasparenza negli affidamenti, dimensionamento giusto dei lotti, regime del subappalto che aiuti a strutturare e non a destrutturare, una seria qualificazione di impresa che premi chi ha strutture, impianti e manodopera ben qualificata, regime di favore per consorzi davvero stabili (pronti cioè a passare con un piano serio da fidanzati a sposi): tutto questo ha risposta – o almeno pone le domande – nel codice degli appalti? Favorisce l’emergere di nuovi soggetti e una filiera equilibrata?
Le norme sembrano lasciare aperte molte strade, ma l’argomento è tabù e non si capisce se lo è per un vuoto totale di indirizzi o per l’imbarazzo di tutte le parti ad affrontare il tema. Trapela qualche riflessione sulla carenza di manodopera, ma anche rispetto a questo vincolo, che esiste ed è una criticità grave, si può provare a proporre soluzioni, magari con voci non dissonanti. Le politiche industriali si costruiscono anche con progetti industriali.
Una cosa è certa: nessuna impresa potrà e vorrà affrontare il percorso virtuoso, ma anche rischioso, della crescita se non avrà un terreno di regole e politiche che ne favoriscano investimenti robusti e stabili nel tempo.
Qualcuno ha voglia di affrontare apertamente questo tema?
Secondo aspetto, il mercato della progettazione. Sia pure non senza incertezze strategiche, il codice 50/2026 tracciava una sua via, non facile da tradurre in realtà, forse anche di impostazione un po’ lenta e datata, ma il quadro aveva una sua coerenza: affidamenti dei servizi di progettazione e di ingegneria sempre con gara e concorrenza sopra una soglia minima; spinta ai progetti di architettura a due fasi (l’unica tipologia praticabile); limitazione dell’appalto integrato che mette le progettazioni sotto il cappello di responsabilità della stessa impresa appaltatrice dei lavori; limitazione di incentivi alla progettazione interna alla PA (il noto contributo del 2%).
L’idea era quella che rimontava alla legge Merloni del 1994: sviluppo e separazione di due mercati privati distinti, quello della progettazione e quello della costruzione. I tempi sono molto diversi oggi, soprattutto per il fattore tecnologico che spazza via segmentazioni e steccati produttivi e premia chi è in grado di innovare. Ma va anche detto che il settore pubblico è tornato molto in auge e che il fenomeno partecipativo innescato dai concorsi di progettazione e architettura non ha portato a una crescita solida (aziendale e associativa) dei soggetti della progettazione, ancora di più vasetti di coccio fra vasi sempre più grandi di ferro. È cresciuta la partecipazione ma il fenomeno non è diventato di massa, nonostante alcune belle eccezioni, come fu negli anni 80 in Francia. Non è questa la sede per tentare di spiegare le ragioni ma lo scarso orientamento del mondo professionale italiano a una sana cultura di impresa non è estraneo a questa debolezza strutturale.
Il codice 36 poteva continuare, accelerare, rafforzare la politica del codice 50, magari facendo più spazio ai giovani e favorendo la diffusione di studi strutturati?
Forse. Ma il codice 36 ha fatto altre scelte: ritorno agli incentivi alla progettazione interna alla PA, liberalizzazione dell’appalto integrato, azzeramento dei concorsi a due fasi, drastica riduzione della concorrenza che ora rischia di essere azzerata del tutto dall’equo compenso. E la riduzione a due livelli del progetto – che è una buona scelta – sembra un modo per parlare d’altro, buttando la palla in corner.
Non è chiaro se ci sia un disegno, se questo disegno – legittimo – sia quello di avvicinare progettista e costruttore. Nessuno lo spiega. Se così è e se questo disegno passa per l’appalto integrato servono subito almeno due segnali forti per dare equilibrio a questa impostazione: un progetto di fattibilità tecnico-economico molto forte (potenziando e non oscurando le linee-guida di Giovannini) a tutela della PA , del mercato e della trasparenza; un pacchetto di regole che diano dignità al progettista “associato” all’impresa.
E anche se questo fosse il disegno bisogna comunque aprire uno spazio ampio per i concorsi di progettazione (a due fasi): sono l’unica via per dare aria e speranza ai giovani progettisti e a garantire loro un ingresso dignitoso in questo mercato del lavoro. Abbiamo un enorme bisogno di giovani progettisti, architetti, ingegneri, per far entrare aria fresca e proposte sostenibili nell’era del green e del digitale: devono entrare dalla porta principale, legando il proprio nome a progetti di qualità, non dalla porta di servizio per lavorare tanto (pagati poco) e restare nell’ombra. Di tutto questo qualcuno ha voglia di parlare?