Osservatorio Ance/2
Brancaccio: “Siamo stati bravi con le opere Pnrr ma ora le imprese sono stalkerizzate con minacce di sanzioni. Serve flessibilità per evitare incidenti, il decreto dia risposte”

Federica Brancaccio
Mentre il Pnrr ha imboccato l’ultimo miglio, è tempo di bilanci – sicuramente positivi a tal punto da smentire previsioni pessimistiche della vigilia – ma è anche tempo di disinnescare il rischio reale di incidenti di percorso proprio sul rettilineo finale. Ed è quello che il nuovo Dl Pnrr è chiamato a fare per dare risposte alle preoccupazioni delle imprese ‘stalkerizzate’, in questa fase, dalle stazioni appaltanti che paventano risoluzioni di contratti e penali. Non ci gira troppo intorno la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio, che chiede con forza flessibilità per affrontare l’incertezza di questa fase. Chiudendo i lavori dell’Osservatorio congiunturale dell’Ance, Brancaccio commenta prima i dati del rapporto. “I risultati del 2025 sono migliori di quelli che avevamo previsto. Perché siamo stati bravi, sono stati bravi i comuni, sono state brave le stazioni appaltanti e sono state brave le imprese a dare una risposta a una sfida come quella del Pnrr di cui adesso si vedono i risultati”, afferma Brancaccio. Ma tutto questo non deve diventare una parentesi irripetibile: il 2026 sarà ancora un anno positivo ma ora la sfida è trasformare l’esperienza del Piano in un modello stabile per spendere le risorse disponibili fino al 2033 e garantire l’apporto del settore alla crescita dell’economia. “Nel 2026 ci sarà la conclusione del Pnrr, quindi sicuramente ci sarà ancora un valore positivo per il mercato delle costruzioni, quello che però adesso è fondamentale fare è fare il tesoro dell’esperienza del Pnrr, delle riforme, delle milestone e degli obiettivi per riuscire a spendere gli altri fondi che, per fortuna, ci sono nei prossimi anni e avere una stabilità di mercato e una crescita del Pil strutturata”, aggiunge Brancaccio. Secondo l’associazione dei costruttori, tra fondi europei e nazionali, fino al 2033 sono, infatti, disponibili circa 120 miliardi e bisogna usare il modello Pnrr per garantire la messa a terra delle risorse.
Fin qui, l’obiettivo è stato raggiunto. E ricorrendo “alla metafora della palestra e degli atleti”, Brancaccio spiega quello che è avvenuto in questi anni: “io direi che molti si allenavano poco ma moltissimi erano infortunati. Infortunate erano le imprese che venivano da più di un decennio di assoluta mancanza di un mercato, per non parlare della Pa e degli enti locali con un patrimonio di risorse umane depauperato che rendeva complicata questa sfida. Il Pnrr era stato accolto con una sfiducia reciproca. Da un lato, si diceva: ‘le imprese non hanno la capacità di affrontare questa sfida’. E noi dicevamo: ‘figuriamoci avere a che fare con la pubblica amministrazione con questa sfida’. Siamo stati smentiti e siamo felici che ci sia stato un errore di previsione reciproca con le imprese che si sono rafforzate da tutti i punti di vista sotto il profilo della patrimonializzazione e dell’aumento della produttività, dell’occupazione, della marginalità, Ci troviamo in questa fase in cui ci siamo allenati bene. Siamo in buona forma come imprese e come Pa e abbiamo anche una buona base di spesa sui cui basarci per la stabilità del mercato”.
Condizioni che permettono la crescita dimensionale delle imprese, rimarca Brancaccio. “In questo Paese, c’è la grande preoccupazione di avere pochi grandi player rispetto all’Europa e al resto del mondo. Ma per crescere in maniera sana ci vuole tempo. Il tempo è dato da una stabilità del mercato e dalla qualità delle imprese, tenendo presente che questa migliora di pari passo a quella delle stazioni appaltanti. Con un buon committente le imprese rispondono bene e viceversa. E’ fondamentale proseguire su un modello Pnrr. Come Ance, noi abbiamo resistito alle preoccupazioni che avevamo, legittime, e anche alle pressioni, legittime, che avevamo per una richiesta di proroga del Pnrr. Credo che in nessuna intervista, in nessun convegno, in nessun documento abbiamo chiesto una proroga perché ci teniamo moltissimo che questo resti un Paese in cui c’è una certezza di risposte, investimenti, spesa, riforme”.
Proroga no, ma flessibilità sì. Ed è qui che la presidente dell’Ance arriva al punto perchè ora le preoccupazioni ci sono. “Quella che noi abbiamo è: è vero che ci sarà questa flessibilità? E’ vero che se si raggiunge una certa percentuale a seconda delle missioni quel fondo si potrà utilizzare per completare quei lavori o per farne altri? Siamo a gennaio del 2026 e le imprese sono non pressate, che sarebbe sano e normale, ma vengono stalkerizzate dalle stazioni appaltanti e dai Rup che minacciano solo penali e risoluzioni di contratti: viviamo in questa incertezza”. E, sottolinea, “siccome siamo alle soglie del Dl Pnrr che si pone il tema del raggiungimento degli obiettivi, delle rendicontazioni, vorremmo sapere anche: fatta la rendicontazione a marzo di raggiungimento o meno di determinate percentuali poi che succede? Mettiamo il caso che la mia missione prevede il raggiungimento dell’80%, lo raggiungo, che succede? Ci sarà un periodo di fermo, siamo salvi da eventuali penali, ci sarà una sospensione dei lavori per avere poi i fondi per completarli? Non ci stiamo lamentando nè facendo polemica, ma quello che proprio vorremmo evitare è un incidente di percorso: abbiamo tutti fatto tanti e tali sforzi, tutti in questo Paese, per fare bella figura in Ue e questo lo abbiamo ottenuto. Un incidente di percorso a fine gara sarebbe un peccato”. Questa è, dunque, la richiesta che Brancaccio anticipa anche in vista delle future audizioni e interlocuzioni sul Dl Pnrr. “E’ un tema – assicura – sul quale ci sarà tutta la nostra attenzione ma nell’interesse generale del Paese”. Un altro affondo arriva da Brancaccio sul tema della crescita delle imprese: “la crescita sana del nostro sistema consente di avere un Paese competitivo con il numero giusto di grandi e medi player e di piccole imprese che potranno crescere. E ci si porrà meno il problema di salvataggi oppure di avere imprese statali che possano intervnire in una necessità di mercato”.
Centrale è sempre il tema della casa. “Dare una casa da abitare tutti i cittadini è il futuro del Paese, quindi un piano casa, utilizzando sempre il modello del Pnrr, è ormai una esigenza indifferibile. Lo ha capito l’Europa, lo ha capito il nostro Governo, noi lo diciamo da anni, il futuro passa per investire nelle città, nell’abitare e nel futuro del nostro Paese”. Dei 15 miliardi potenzialmente attivabili tra fondi italiani e fondi europei evidenziati dall’Ance, il governo ha individuato – secondo l’associazione – 7 miliardi, in aumento rispetto ai 2 precedentemente previsti, anticipando la spesa e rafforzando la governance. “La richiesta al Governo è sicuramente quella di individuare una governance e ci sembra che questo sia stato compreso e sia la strada che sta intraprendendo, considerato che abbiamo contato più di 40 competenze frammentate tra ministeri, enti e istituzioni. Quindi la prima cosa è la governance, poi immaginare un ventaglio di strumenti finanziari e di credito, dei cosiddetti fondi pazienti che possono assistere in questo grande piano che non durerà uno o due anni, pensate che il piano Fanfani è durato ben 15 anni”. I fondi disponibili, secondo i calcoli dell’Ance, sono 970 milioni di euro del fondo per il contrasto al disagio abitativo dal 2026 al 2030, circa 2,9 miliardi della politica di coesione europea e nazionale 2021-2027 e 3,2 miliardi del fondo sociale per il clima 2026-2032. “Tutto questo deve servire – continua Brancaccio – a dare una risposta ai nostri giovani, alle nostre famiglie, ai nostri anziani, agli studenti che devono poter scegliere dove andare, non devono essere costretti ad andare via, in altri paesi, devono poter restare dove trovano occasioni di lavoro. Questo è un altro tema perché noi abbiamo aree del paese che si stanno spopolando e possiamo pensare a come insediare attività produttive, anche per bilanciare la tensione abitativa che c’è sulle grandi città”.