I NUMERI DEL CENTRO STUDI BPER
La blue economy vale 77 miliardi e oltre 1 mln di occupati. Italia terza in Ue grazie al mix tra turismo, logistica e industria
Cantieristica navale e mix perfetto tra turismo, logistica e industria. E’ questa la ricetta vincente che mette l’Italia sul podio europeo, al terzo posto, per valore aggiunto e occuazione del comparto della cosiddetta blue economy. Un settore in salute, che nel nostro Paese vanta 232.841 imprese, 1,09 milioni di occupati e 76,6 miliardi di euro di valore aggiunto diretto (circa il 4% del totale nazionale) e nel mondo è “una delle principali direttrici di sviluppo dell’economia globale”, dal valore pari al 3% del pil globale. Numeri, questi, descritti dal nuovo rapporto redatto dal centro studi Bper e presentato ieri a Milano al nuovo appuntamento del Blue Capital Forum.
Secondo lo studio, nel comparto dell’economia del mare “il volume d’affari complessivo è superiore a 16 miliardi di euro, con circa 31–32 mila addetti e una forte capacità di attivazione lungo filiere ad alta specializzazione”. Ecco perché la blue economy italiana è “una leva strategica per la crescita sostenibile e la competitività del Paese, in grado di coniugare vocazioni territoriali, capacità industriale e posizionamento internazionale”. Inoltre, se contiamo gli effetti indiretti e indotti il contributo complessivo sale a 216,7 miliardi di euro (11,3% del pil), con un moltiplicatore pari a 1,8, che raggiunge valori più elevati nella movimentazione marittima (2,6) e nella cantieristica (2,5).
Ancora. Da un lato, spiega il centro studi Bper, la struttura settoriale della Blue Economy italiana è fortemente orientata ai servizi, con una concentrazione nelle attività di alloggio e ristorazione e nella movimentazione di merci e passeggeri via mare, affiancate da un peso crescente delle attività legate a ricerca, regolamentazione e tutela ambientale. Dall’altro, c’è la forza della cantieristica navale: qui il volume d’affari supera i 16 miliardi con 32mila addetti e due ramificazioni. Quella “ad alta complessità” che include navi da crociera, militari e unità speciali; quella della nautica da diporto ad alta gamma. Si guardino anche i numeri dell’export: dal 2014 al 2024 è cresciuto del 120% rispetto al +56% generale per un valore di 7,4 miliardi e una forte concentrazione sul mercato Usa. E l’Italia domina sui segmenti ad alto surplus come i superyacht (+50% di ordini globali) e la crocieristica (Fincantieri). In termini geografici, dominano Liguria, Toscana, Sardegna e Friuli- Venezia Giulia. Mentre Lazio, Campania e Sicilia compongono il podio per numero di imprese al 2024.
In Europa, invece, il settore intero conta 4,88 milioni di occupati e circa 263 miliardi di euro di valore aggiunto al 2023. D’altronde, circa il 74% delle merci in entrata e in uscita dall’Unione europea viaggia via mare e una nave ogni undici viene costruita in cantieri Ue, con una specializzazione significativa nei segmenti ad alta complessità tecnologica, come navi da crociera, unità passeggeri e mezzi specializzati (rimorchiatori, draghe, navi da pesca).
In conclusione, spiega il rapporto, lo scenario del settore e la sfida principale per consolidare il primato del Paese nel medio-lungo periodo è quella di saper valorizzare le eccellenze esistenti (dalla cantieristica alla logistica, fino al turismo costiero) e sviluppare nuove traiettorie di crescita ad alto contenuto tecnologico in un contesto dove transizione energetica, sostenibilità degli ecosistemi e tensioni geopolitiche possono condurre alla necessità di tempestivi riposizionamenti competitivi. Ciò passerà anzitutto da infrastrutture logistiche e portuali più solide, da nuove leve d’investimento per innovare la filiera e da politiche sempre più integrate. Altrimenti, scendere dal podio sarà un attimo. E risalirci non proprio.