LA PRIMA RELAZIONE AL PARLAMENTO DI DELL'ACQUA

Arera: nell’acqua cresciuta la capacità di investire e la resilienza (con M4 e M0). Il nodo del finanziamento pubblico (in caduta)

C’è poi il tema della governance, con situazioni di stallo nell’affidamento al gestore unico, affidamenti storici in scadenza e processi bloccati dal contenzioso. Simili criticità si riscontrano anche nel settore dei rifiuti. Divari regionali sugli impianti, sul riciclaggio e sugli investimenti. Poi gli allarmi su gas ed elettricità.

02 Lug 2026 di Mauro Giansante

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Arera: nell’acqua cresciuta la capacità di investire e la resilienza (con M4 e M0). Il nodo del finanziamento pubblico (in caduta)

NICOLA DELL'ACQUA PRESIDENTE ARERA

Il costo dell’energia è certamente il problema principale a cui porre rimedio. Tra i settori, però, l’idrico e i rifiuti restano da monitorare al netto di diversi miglioramenti. Governance, investimenti duraturi, squilibri regionali sono i nodi critici da sciogliere. Andando in ordine, dalla nuova relazione annuale di Arera, la prima del nuovo collegio a guida Nicola Dell’Acqua (e dai componenti Alessandro Bratti, Lorena De Marco, Livio de Santoli e Francesca Salvemini, ndr), emerge che per l’acqua sì, si è ingranata “una marcia diversa”, per usare le parole del presidente dell’autorità. La spesa programmata per investimenti da qui al 2029 ammonta a 29,6 miliardi, passando da 4,7 miliardi di euro nel 2024, a 6,1 miliardi di euro nel 2025, per poi registrare una flessione per le annualità successive attestandosi a 5,3 miliardi di euro nel 2026, a 4,8 miliardi di euro nel 2027, a 4,6 miliardi di euro nel 2028 e a 4,1 miliardi di euro nel 2029.

Una flessione legata al crollo dei finanziamenti pubblici. Tema di cui hanno scritto su questo giornale Rosario Mazzola, Antonio Massarutto, Donato Berardi e Samir Traini, Lorenzo Bardelli. Chiedendo, appunto, di sciogliere il nodo della stabilità finanziaria di lungo periodo. Eppure, si legge dalla relazione, le verifiche compiute hanno confermato una diffusa capacità di realizzazione degli investimenti programmati (pur con una certa variabilità fra le gestioni del panel). Il tasso di realizzazione è risultato pari al 95% nel 2022 e al 86% nel 2023, con valori più contenuti per i gestori operanti nell’area Sud e Isole (il cui tasso di realizzazione, per il 2023, si è attestato al 60%), per i quali sembrano permanere talune criticità in ordine all’esecuzione degli interventi. 

Iter, governance. Cosa serve al settore idrico (oltre a risorse stabili)

Quello che serve al settore idrico, allora, è perseguire iter rapidi per la selezione di affidatari dotati di adeguate capacità tecniche e gestionali. I citati dati di investimento, a partire dal 2026, saranno comunque oggetto di aggiornamento a cadenza biennale, anche tenuto conto di una rinnovata disponibilità di risorse pubbliche destinata al settore.

Quanto agli indicatori, spiega Dell’Acqua, “il Metodo Tariffario Idrico per il quarto periodo (MTI-4) consolida un approccio orientato agli esiti, coerente con la maturazione della pianificazione delle infrastrutture e dei programmi di investimenti orientati al miglioramento delle performance tecniche”. Mentre con M0-Resilienza idrica è stato segnato “un passo significativo: per la prima volta la regolazione incorpora una lettura ambientale del sistema, misurando il rapporto tra domanda e disponibilità della risorsa e orientando la programmazione degli investimenti in funzione dello stress idrico territoriale”. Senza tralasciare lo schema di bando di fine 2025 per gli affidamenti nel servizio idrico integrato, per affrontare il nodo delle successioni. 

E, allora, a proposito di nodi quello macro resta quello della governance. “Il monitoraggio del 2025 conferma che in diverse aree — Campania e Sicilia in primo luogo — permangono situazioni di stallo nell’affidamento al gestore unico, con affidamenti storici in scadenza e processi bloccati dal contenzioso”, spiega il presidente di Arera Nicola Dell’Acqua. Ricordando poi che “i primi affidamenti risalgono agli anni Novanta: trent’anni di gestione costruita, di investimenti programmati, di know-how accumulato rischiano di disperdersi nell’assenza di un passaggio ordinato al successore. I cittadini di quei territori pagano il prezzo di inefficienze che non dipendono dalle loro scelte”.

Perdite idriche ancora alte al 42,5%

Alcuni numeri inquadrano ancora meglio l’idrico. Nel 2025, la spesa media sostenuta da una famiglia di 3 persone, con consumo annuo pari a 150 m3, risulta a livello nazionale pari a 388 euro/anno (2,59 euro per metro cubo consumato). Il dato vede un valore più contenuto nel Nord-Ovest (299 euro/anno) e più elevato nel Centro (479 euro/anno) mentre Sud e Isole e Nord – Est più vicini alla media nazionale (rispettivamente: 393 euro/anno e 386 euro/ anno).

Continua, poi, il processo di miglioramento complessivo per gli indicatori di qualità tecnica individuati dall’Autorità e una lieve ma stabile crescita del numero di gestori per i quali viene svolta periodicamente dagli Enti di governo dell’ambito la ricognizione dei dati infrastrutturali e di qualità, anche con riferimento alle gestioni localizzate nell’area geografica del Sud e delle Isole.

Tuttavia, le perdite idriche si attestano ancora su livelli molto alti con un dato nazionale del 42,5% con punte fino al 50,6% nel Sud e Isole e valori più contenuti nel Nord-Ovest (34,4%). Da qui, la conferma del peso maggiore degli investimenti destinati alla riduzione delle perdite idriche nella pianificazione (che con il 26,8% continuano a guidare le priorità nella pianificazione del settore sin dalle prime rilevazioni effettuate dall’Autorità nel 2019).

Rifiuti, salgono produzione e raccolta ma i divari Nord-Sud restano

Altri nodi, dicevamo, riguardano il settore dei rifiuti. Le criticità sono simili, dice Dell’Acqua. “Una governance ancora frammentata, divari territoriali profondi tra Nord e Sud, investimenti che, nonostante traiettorie di crescita registrate negli ultimi anni, risultano ancora insufficienti in alcune aree del Paese. È il settore in cui la regolazione di Arera è la più giovane: il lavoro avviato negli scorsi anni rappresenta un patrimonio di dati e miglioramento dei processi gestionali, non solo per la regolazione, ma per tutto il sistema, soprattutto alla luce degli obiettivi di economia circolare”.

Quanto ai numeri del comparto, i soggetti registrati ad aprile di quest’anno sono 8.152 mentre nel 2024 la produzione nazionale dei rifiuti urbani è stata pari a circa 30 milioni di tonnellate, in aumento del 2,3% rispetto al dato 2023. A livello territoriale, le regioni del Nord-Est e del Nord-Ovest mantengono alti livelli di raccolta differenziata, pari rispettivamente al 77,8% (+1%) e al 71,3% (+0,7%), mentre il Centro si attesta al 63,2% (+0,9%), il Sud al 59,9% (+1,7%) e le Isole al 60,8% con un lieve incremento rispetto allo scorso anno (+0,3%). Performance in crescita, queste ultime, perché con tassi di crescita importanti Sud e Isole stanno progressivamente recuperando terreno nonostante rimangano al di sotto dell’obiettivo minimo del 65%.

In prospettiva, allora, vanno risolti al più presto i gap impiantistici e quelli sul riciclaggio. Perché nel primo caso alcune Regioni ancora oggi non sono in grado di raggiungere l’autosufficienza nella chiusura del ciclo, e sono costrette a trasportare in altre aree, se non addirittura all’estero, i propri rifiuti, contravvenendo agli obiettivi di programmazione e producendo effetti negativi per l’ambiente. Nel secondo, invece, nonostante il crescente tasso di raccolta differenziata, quello di riciclaggio si attesta al 52,3%, al di sopra del target europeo del 50% già fissato per il 2020, ma ancora lontano dal 55% richiesto per il 2025 e dal 60% al 2030. “Lo scarto tra quanto differenziamo e quanto riusciamo a riciclare, circa il 16%, ci racconta quanto sia fondamentale la “qualità” delle nostre azioni di cittadini per contribuire all’economia circolare”, ha spiegato ieri Dell’Acqua.

Gas ed elettricità, le altre sfide dell’Italia

Chiudendo con gas ed elettricità, il quadro tracciato dall’Autorità è altrettanto composito. I clienti italiani continuano a pagare più dei concittadini europei, del 7% per quanto riguarda il gas naturale. I consumi sono cresciuti del 2% nel 2025, così come la produzione nazionale salita a 3 miliardi di metri cubi. Eppure, il livello di dipendenza dall’estero, misurato come rapporto tra le importazioni nette e il valore lordo dei consumi nazionali, è leggermente diminuito: nel 2025 il 94,3% del gas disponibile in Italia è arrivato dall’estero (nel 2024 era pari a 95,2%). In ripresa le importazioni, salite da 59,5 a 61,6 miliardi di m3 (+3,6%), per effetto del raddoppio dei flussi provenienti dagli Stati Uniti e un notevole aumento di quelli dal Nord Europa (+43% sia dalla Norvegia sia dall’Olanda). Crescono anche i volumi provenienti dai Paesi di più recente ingresso nel mix di approvvigionamento (Trinidad e Tobago, Guinea Equatoriale, Nigeria, Mauritania e Senegal) che passano da 0,9 a 2,2 mld m3 mentre, al contrario, si riducono le importazioni dai fornitori storici (Algeria, Azerbaigian, Qatar e Libia).

Anche i quantitativi statisticamente attribuiti alla Russia (legati a maggiori erogazioni dagli stoccaggi austriaci in transito da Tarvisio) sono diminuiti drasticamente, passando da 5,7 mld m3 nel 2024 a 972 milioni m3. Considerando i volumi complessivi di importazione, sia via tubo sia via nave, nel 2025 l’Algeria si conferma il primo fornitore dell’Italia con una quota del 36,1%, seguita dall’Azerbaigian (16,2%) e dagli Stati Uniti (15,9%). L’incidenza del Qatar si è lievemente ridotta, dall’11,6% all’11%, mentre quella dei Paesi del Nord Europa (Norvegia e Olanda), storicamente rilevante, è risalita dal 10,1% al 14,1%. Il gnl è salito al 44%, passando da 14,7 a 21,2 mld m3 e coprendo circa un terzo dell’import complessivo. Infine, il gas risulta dominante anche nel teleriscaldamento, con una quota del 70,5%.

Elettricità, simil discorso. Nel 2025 i consumatori non domestici di elettricità in Italia, cioè le imprese, rispetto all’area euro hanno affrontato un prezzo finale della corrente superiore del 24,1%. “Il Pun medio 2025 (Prezzo unico nazionale dell’elettricità, n.d.r.) è stato di 115,9 euro al Megawattora (+7% sul 2024), il più alto tra le principali borse europee. I prezzi italiani restano strutturalmente superiori a quelli di Francia (61,1 euro/MWh) e Spagna (65,3 euro/MWh), per la forte dipendenza dalla generazione a gas”, ha spiegato Dell’Acqua. Inoltre, nel 2025 nel settore elettrico italiano si è registrata un’inversione di tendenza nel mix di produzione, con le rinnovabili in calo dell’1,5%, e il termoelettrico che, tornato a crescere (+5,2%), traina la crescita della produzione complessiva (+2,4%).

Comunque, in attesa di arrivare ai prezzi zonali, “in un contesto di elevata penetrazione delle fonti di energia rinnovabile, che nel 2025 hanno coperto il 48% della produzione nazionale di energia elettrica – ha detto ancora Dell’Acqua -, assume rilievo lo sviluppo e l’integrazione nei mercati di risorse di flessibilità non fossile – demand response, storage, risorse distribuite – rimuovendo barriere all’ingresso e definendo un quadro armonizzato per aggregatori e meccanismi di partecipazione. È altresì necessario assicurare segnali di prezzo corretti, eliminando distorsioni regolatorie che ostacolano una piena valorizzazione di tali risorse”.

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