LA GIORNATA
Allarme Hormuz ma l’Ue rassicura: “Nostra economia è resiliente”
- Appello di Confindustria-Medef-Bdi a von der Leyen: “serve una revisione profonda dell’Ets”
- Bankitalia a maggio tasso sui nuovi mutui casa sfiora il 4%
- Edilizia, Istat: in netto calo i permessi di costruzione case nel primo trimestre, -9,2%
IN SINTESI
Il nuovo fronte di crisi in Medio Oriente entra con forza nell’agenda economica europea. L’Eurogruppo prova a rassicurare sulla tenuta dell’economia dell’area euro, ma al tempo stesso richiama gli Stati membri alla prudenza sui conti pubblici, mentre sul tavolo si riapre anche il dibattito sui titoli comuni europei, con una proposta della Spagna che trova il favore dell’Italia ma la netta opposizione dei Paesi cosiddetti “frugali”. Ad aprire la riunione è stato il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, che ha riconosciuto come la situazione resti caratterizzata da “elevata incertezza e volatilità”. Il riferimento è alla nuova escalation legata all’Iran e ai blocchi dello Stretto di Hormuz, che hanno inevitabili ripercussioni sui mercati energetici. “Ci sono implicazioni, ma nel complesso vediamo che l’economia europea si sta dimostrando resiliente di fronte a questo shock dell’offerta di petrolio e gas”, ha affermato il commissario, mentre la presidenza di turno dell’Unione ha ribadito che «il più importante intervento economico sui prezzi dell’energia resta la de-escalation del conflitto».
Nella dichiarazione finale, i ministri delle Finanze dell’area euro sottolineano che l’incertezza sulle prospettive macroeconomiche resta «molto elevata» e che i rischi per la crescita continuano a essere orientati al ribasso. Le previsioni della Commissione indicano per il 2026 una crescita più debole rispetto alle stime precedenti e un’inflazione destinata a risalire intorno al 3% per effetto dell’aumento dei prezzi dell’energia, prima di tornare verso il 2% nel 2027. Il direttore generale del Mes, Pierre Gramegna, ha però delineato uno scenario ancora più severo. Se le tensioni dovessero protrarsi e il conflitto dovesse aggravarsi, ha avvertito, l’inflazione potrebbe spingersi fino al 5%, nello scenario più sfavorevole.
L’Eurogruppo ha inoltre preso atto della proposta della Commissione di estendere la clausola di salvaguardia nazionale prevista dal nuovo Patto di stabilità anche agli investimenti destinati a rafforzare la resilienza energetica e ad accelerare la transizione. I ministri, tuttavia, hanno ribadito che eventuali interventi dovranno rimanere temporanei, mirati e compatibili con la sostenibilità delle finanze pubbliche. Nel documento finale si invitano inoltre gli Stati membri a rispettare i percorsi di spesa netta concordati e, laddove necessario, ad adottare ulteriori misure di risanamento.
A monopolizzare parte del confronto è stata anche la proposta avanzata dalla Spagna per la creazione di un vero “safe asset” europeo attraverso una maggiore centralizzazione dell’emissione di debito. Secondo il ministro dell’Economia Carlos Cuerpo, il progetto consentirebbe di ridurre la frammentazione dei mercati, rafforzare il ruolo internazionale dell’euro e generare risparmi complessivi fino a 25 miliardi di euro, senza aumentare il debito pubblico europeo né introdurre forme di mutualizzazione. L’iniziativa ha ricevuto una prima apertura da parte dell’Italia. Fonti del Ministero dell’Economia hanno spiegato che Roma guarda «con favore» alla proposta spagnola, pur riconoscendo le difficoltà politiche che un progetto di questo tipo incontra all’interno dell’Ecofin. Anche la Francia avrebbe espresso un orientamento favorevole, seppure con prudenza, mentre il Portogallo si è schierato apertamente a sostegno dell’iniziativa.
Di segno opposto la posizione dei Paesi frugali. Il ministro delle Finanze olandese Eelco Heinen ha ribadito il tradizionale “no” agli eurobond, ricordando che il tema riaffiora periodicamente senza mai trovare consenso. Sulla stessa linea la Finlandia, che ha escluso qualsiasi apertura a nuovi strumenti di debito comune. Pur senza sposare la proposta spagnola, la Commissione europea ha lasciato aperta la porta al confronto. Dombrovskis ha ricordato che il progetto di prossimo Quadro finanziario pluriennale già prevede programmi finanziati attraverso nuove emissioni comuni destinate a sostenere prestiti agli Stati membri e ai Paesi partner e ha assicurato che Bruxelles resta disponibile a proseguire la discussione sul rafforzamento del mercato dei cosiddetti “safe asset” europei. Il dossier, tuttavia, si annuncia complesso e destinato a intrecciarsi con il negoziato sul nuovo bilancio pluriennale dell’Unione e con il più ampio confronto sull’Unione del risparmio e degli investimenti. Un dibattito che, almeno per ora, continua a dividere profondamente i Ventisette.
Appello di Confindustria-Medef-Bdi a von der Leyen: “serve una revisione profonda dell’Ets”
Una “revisione profonda” del sistema Ets per rendere le regole del mercato europeo del carbonio “più aderenti alla realtà dell’industria, tenendo conto di tecnologie disponibili, costi, infrastrutture e concorrenza internazionale”. Le tre associazioni industriali di Italia, Francia e Germania – Confindustria, Medef e Bdi – lanciano un appello comune alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in vista della prossima revisione del sistema Ets, attesa per il 17 luglio. Nella lettera congiunta, in cui per la prima volta le associazioni esprimono una posizione comune sul tema, si richiama anche un recente studio dell’Università di Milano-Bicocca sull’Ets, “secondo cui tra il 2013 e il 2024 la riduzione delle emissioni sarebbe derivata più dalle chiusure aziendali che dall’impatto del meccanismo sulla decarbonizzazione”, si legge in una nota. Le principali organizzazioni industriali delle prime tre economie europee, chiedono anche di “rivedere la riserva di stabilità del mercato” per evitare carenze create dalle regole attuali e limitare gli sbalzi dei prezzi; di rafforzare il Cbam, il dazio europeo sulle emissioni di CO₂ dei prodotti importati, “mantenendo quote gratuite e compensazioni dei costi Ets finché non ci saranno strumenti alternativi efficaci contro il trasferimento della produzione fuori dall’Ue”. E’ imperativo inoltre destinare integralmente i ricavi dell’Ets “alla decarbonizzazione”, nonché “integrare, dopo il 2030, soluzioni come i crediti internazionali di alta qualità, la cattura e lo stoccaggio della CO2 e le rimozioni permanenti di carbonio”. La Commissione europea dovrebbe escludere invece “trasporto marittimo e aviazione dall’ambito di applicazione del meccanismo”. Le associazioni sottolineano che la richiesta arriva in un contesto in cui l’industria europea deve fare i conti con costi dell’energia ancora elevati e con la crescente pressione della concorrenza globale.
Transizione 5.0, Cna: correggere subito la norma sugli ‘esodati 5.0’
Cna esprime forte preoccupazione per le modalità di utilizzo del credito d’imposta Transizione 5.0 previste dall’articolo 8, comma 3, del decreto-legge 38/2026, convertito in legge il 20 maggio scorso. L’attuale interpretazione della norma impone alle imprese di compensare l’intero credito tramite F24 entro il 31 dicembre 2026. Una scadenza che, per molte piccole e medie imprese, rischia di trasformare l’incentivo in un beneficio solo parziale, con la perdita della quota non utilizzata entro l’anno. Il problema riguarda in particolare le imprese già definite “esodate 5.0”: aziende che tra il 7 e il 27 novembre 2025 avevano presentato comunicazioni preventive al GSE per progetti tecnicamente ammissibili, confidando in un impianto normativo che consentiva la fruizione del credito su più anni. Per CNA si tratta di una penalizzazione grave. Le piccole e medie imprese hanno investito in macchinari, impianti più efficienti e tecnologie per ridurre i consumi, costruendo piani economico-finanziari pluriennali. Ma la loro capienza fiscale non consente spesso di compensare in pochi mesi crediti maturati su investimenti importanti. Imporre l’utilizzo dell’intero credito entro fine anno significa ignorare la realtà delle PMI. Se il Governo non interviene, una parte rilevante del beneficio andrà perduta, vanificando sacrifici e investimenti già realizzati. CNA sottolinea che le aziende coinvolte hanno seguito le procedure, rispettato i tempi e investito secondo le regole vigenti. Cambiare le condizioni in corsa rischia di compromettere la credibilità degli strumenti pubblici di incentivazione. Pertanto, CNA chiede un correttivo legislativo che consenta di utilizzare negli esercizi successivi, fino al 2030, la quota di credito non compensata entro il 2026, riallineando la disciplina all’impianto originario del Piano Transizione 5.0. Garantire certezza e stabilità normativa non è un favore alle imprese: è una condizione essenziale per tutelare il Made in Italy artigianale, gli investimenti e la fiducia degli imprenditori nelle istituzioni.
Bankitalia a maggio tasso sui nuovi mutui casa sfiora il 4%
Sale a maggio il tasso sui nuovi mutui casa stipulati dalle famiglie che sfiora il 4%. Secondo i dati diffusi dalla Banca d’Italia il tasso annuale effettivo globale (Taeg) si è collocato al 3,96 per cento (3,91 nel mese precedente). Il tasso per i nuovi finanziamenti di credito al consumo si è collocato al 10,37 per cento (10,41 nel mese precedente). I tassi di interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie sono stati pari al 3,67 per cento (3,56 nel mese precedente). Al contrario o tassi passivi sul complesso dei depositi in essere sono stati pari allo 0,65 per cento (come nel mese precedente). A maggio accelera poi la crescita dei prestiti bancari mentre rallenta quella dei depositi che sono saliti del 3,1 per cento sui dodici mesi (2,8 nel mese precedente). I prestiti alle famiglie sono aumentati del 2,6 per cento (come nel mese precedente) mentre quelli alle società non finanziarie sono aumentati del 3,5 per cento (3,1 in aprile). I depositi del settore privato sono aumentati del 2,7 per cento (2,9 nel mese precedente); la raccolta obbligazionaria è aumentata del 4,1 per cento (4,2 nel mese precedente).
Edilizia, Istat: in netto calo i permessi di costruzione case nel primo trimestre,-9,2%
Nel primo trimestre dell’anno, sulla base delle autorizzazioni riguardanti il comparto residenziale, si stima una flessione congiunturale sia del numero di abitazioni (-9,2%), sia della superficie utile abitabile (-5,5%), al netto dei fattori stagionali. E’ quanto emerge dalle rilevazione dell’Istat. L’edilizia non residenziale registra, invece, un incremento (+2,6%) rispetto al trimestre precedente. Nel primo trimestre dell’anno, la stima del numero di abitazioni dei nuovi fabbricati residenziali, al netto della stagionalità, è pari a 12.555 unità; la superficie utile abitabile è di poco superiore a 1,12 milioni di metri quadrati, mentre quella non residenziale si attesta poco al di sotto dei 2,52 milioni di metri quadrati. Nel trimestre in esame, il settore residenziale mostra, rispetto al primo trimestre 2025, un lieve calo del numero di abitazioni (-0,5%). Cresce, invece, la superficie utile abitabile (+4,4%). Per la superficie dei fabbricati non residenziali si rileva un incremento tendenziale del 12,5 per cento. “Nel primo trimestre 2026, dopo due trimestri di crescita, il comparto residenziale – commenta Istat – registra un marcato calo congiunturale, sia in termini di numero di abitazioni sia di superficie utile abitabile. La superficie non residenziale risulta, invece, in crescita modesta, dopo un trimestre fortemente negativo. In termini tendenziali, nel primo trimestre di quest’anno, il comparto residenziale è sostanzialmente stabile in termini di numero di abitazioni, mentre cresce in termini di superficie”.
Cabina regia su crisi idrica, migliora centro sud, faro su bacino Po. Salvini: impegno per oltre 6 mld
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha convocato ieri mattina la cabina di regia sulla crisi idrica. In apertura il Commissario Straordinario nazionale per l’adozione di interventi urgenti connessi al fenomeno della scarsità idrica, Prefetto Fabio Ciciliano, ha illustrato il quadro aggiornato della situazione idrica nazionale, evidenziando un miglioramento delle condizioni nel Centro-Sud rispetto allo scorso anno. Permangono tuttavia situazioni di severità idrica significativa nelle regioni del bacino del Po, che continuano a richiedere particolare attenzione e monitoraggio. Il Mit si è impegnato, si legge in una nota, nella predisposizione delle procedure per l’assegnazione di circa 1 miliardo di euro destinato agli investimenti nel settore idrico potabile. Inoltre si sta definendo un ulteriore programma di finanziamento pari a circa 700 milioni di euro nell’ambito del Piano Nazionale di Interventi Infrastrutturali e per la Sicurezza nel Settore Idrico (Pniissi), destinato principalmente a interventi per l’uso irriguo della risorsa. Salvini, si legge ancora, ha sottolineato come la gestione dell’acqua debba necessariamente essere portata avanti con programmazione, rapidità di intervento e una visione di lungo periodo. Il ministro ha ribadito l’impegno importante del proprio dicastero che oltre ai 6 miliardi di euro già programmati aggiunge le nuove misure in arrivo per circa 1,7 miliardi di euro a conferma dell’impegno per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti.
Riforma carburanti e dell’rc auto, entro luglio il ddl concorrenza
Riforma della distribuzione carburanti, revisione delle assicurazioni rc auto e stretta sul telemarketing nel settore delle telecomunicazioni che, dopo mille peripezie, trova finalmente un veicolo legislativo. Sono i principali assi della prossima legge annuale sulla concorrenza da approvare, in base a quanto annunciato dal Mimit, in un consiglio dei ministri a breve, probabilmente entro il mese di luglio. La bozza del ddl parte da rigidi controlli, anche antimafia, sugli impianti di distribuzione. Il titolo autorizzativo potrà essere rilasciato solo a chi dimostra di possedere “la capacità tecnico-organizzativa ed economica necessaria a garantire la continuità e la regolarità” del servizio; a chi non è colpevole di frodi, delitti e cause di esclusione automatica dai contratti pubblici; a chi rispetta le norme in materia contributiva e a chi applica il contratto collettivo nazionale di lavoro, “previa esibizione del documento unico di regolarità contributiva (Durc)”. Il rilascio dell’autorizzazione è inoltre “subordinato alle verifiche in materia di documentazione antimafia”. A partire dal 2028 per operare gli impianti dovranno distribuire non solo benzina e diesel ma anche carburanti alternativi. E dovranno anche guardare alla transizione con green, ma con l’aiuto dello Stato: per trasformarsi in stazioni di ricarica elettrica o di distribuzione di biocarburanti saranno infatti concessi incentivi pari a 112 milioni di euro in 3 anni (2028, 2029 e 2030). Nell’rc auto viene invece concessa una delega al governo per “correlare il costo del premio al rischio effettivamente assunto dall’impresa”, rendere più efficiente il sistema del risarcimento diretto, rafforzare il contrasto alle frodi assicurative e all’evasione dell’obbligo assicurativo. La riforma dovrà partire in particolare dalla revisione del bonus/malus, “basandolo su una più ampia disponibilità di informazioni e su metodologie di valutazione del rischio maggiormente evolute, in modo da meglio valorizzare i comportamenti di guida virtuosi e ridurre il peso relativo di alcune variabili indirette, e in particolare quella territoriale, stimolando ulteriormente la competitività fra le imprese a vantaggio degli assicurati”.
Arriva infine l’attesa stretta sulle telefonate commerciali nelle tlc. La norma, già sperimentata per l’energia, viene estesa per volere di tutta la maggioranza, che aveva già provato ad inserirla più volte in precedenti provvedimenti all’esame del Parlamento. Prima nel corso dell’esame del dl fiscale e poi di quello accise, senza però ottenere successo, in entrambi i casi per estraneità di materia.
Salvini lancia la proposta per una Zes del nord, “anche qui servono aiuti”. Copertura prevista di 3 miliardi
“Questo governo ha investito sulla Zes del Mezzogiorno, noi pensiamo che anche nel Nord servano questi aiuti, soprattutto nelle aree transfrontaliere. Questa proposta di legge” intende creare una zona economica speciale anche per queste zone di confine” e alle “aree di crisi del nord”. Lo ha annunciato il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari in una conferenza insieme a Matteo Salvini per presentare la pdl sulla Zes del Nord. “La copertura prevista è di 3 miliardi”, quando quella del Mezzogiorno é “intorno ai 4. Anche nel Nord ci sono aree che hanno bisogno del sostegno dello Stato. Noi pensiamo ci sia stata una dimenticanza”, ha aggiunto Molinari. Salvini ha sottolineato come la proposta sia “il frutto del lavoro fatto con sindaci e governatori. Ma il ministro dell’Economia accompagnerà questo percorso perchè senza quattrini resta solo la buona volontà”.
Enel sigla un finanziamento multiborrower e multivaluta da 1 mld con Euler Hermes, Citi e Hsbc
Il Gruppo Enel ha firmato un accordo finalizzato alla concessione di un finanziamento multiborrower e multivaluta da parte di Citi (in qualità di unico Global Coordinator, Joint Mandated Lead Arranger e Agent bank), HSBC (come Sustainability Bank e Joint MLA) e la Export Credit Agency (ECA) tedesca Euler Hermes (EH) in qualità di garante, per un importo massimo di 1 miliardo di euro. Tale accordo si fonda sui rapporti commerciali che il Gruppo intrattiene a livello globale con fornitori tedeschi ed è finalizzato a soddisfare le esigenze finanziarie correlate agli investimenti sostenibili del Gruppo Enel relativi ad un paniere di acquisti e fornitori (c.d. shopping line). Questa soluzione innovativa, che rende disponibile un importo massimo di 1 miliardo di euro, è in linea con la complessiva strategia del Gruppo volta a diversificare le proprie fonti di finanziamento e permette un’allocazione flessibile dei proventi. Inoltre, è prevista la possibilità di utilizzare gli stessi sia in euro che in dollari USA. Una prima tranche, per 580 milioni di dollari USA (equivalenti a circa 500 milioni di euro), è stata siglata da Enel Finance International (EFI). Enel è una multinazionale dell’energia e un operatore integrato leader nei mercati globali dell’energia e delle rinnovabili, presente in 27 Paesi nel mondo. A livello mondiale, è il più grande operatore di rinnovabili, il primo operatore di reti di distribuzione elettrica per numero di clienti serviti e il maggiore operatore retail per numero di clienti. Enel produce elettricità con una capacità totale di circa 92 GW. Enel Green Power, che all’interno del Gruppo Enel gestisce le rinnovabili, conta su una capacità totale di circa 67 GW con un mix di generazione che include impianti eolici, solari, geotermici, idroelettrici e di accumulo, in Europa, nelle Americhe, in Africa, Asia e Oceania. Enel Grids, la business line globale del Gruppo dedicata alla gestione del servizio di distribuzione di energia elettrica a livello mondiale, fornisce elettricità attraverso una rete di 1,9 milioni di chilometri a più di 69 milioni di utenti finali collegati alla sua rete di distribuzione. Nel Gruppo, Enel Commercial è dedicata ai clienti di tutto il mondo con l’obiettivo di fornire loro prodotti e servizi in maniera efficiente in base ai loro bisogni energetici, incoraggiandoli verso un uso più consapevole e sostenibile dell’energia. Fornisce elettricità, gas e servizi integrati a oltre 29 milioni di clienti a livello globale, comprese famiglie, aziende, industrie e pubbliche amministrazioni, offre servizi di flessibilità che aggregano 10,4 GW, e possiede circa 33.800 punti di ricarica pubblici per la mobilità elettrica.
Italgas e Naturgy rafforzano la cooperazione su reti gas, innovazione e transizione energetica
Italgas, primo operatore in Italia e in Europa nella distribuzione del gas, e Nedgia (Gruppo Naturgy), principale società di distribuzione del gas naturale in Spagna, hanno sottoscritto un Memorandum of Understanding volto a rafforzare la collaborazione nelle aree strategiche per l’evoluzione delle infrastrutture energetiche: gas rinnovabili, innovazione tecnologica e digitale, intelligenza artificiale, sostenibilità e procurement. L’accordo è stato firmato da Paolo Gallo, amministratore delegato di Italgas, e da Raúl Suárez Álvarez, amministratore delegato di Nedgia, e conferma la volontà delle due società di avviare un percorso strutturato di confronto e condivisione di competenze su alcune delle principali sfide del settore gas in Europa. In un contesto caratterizzato dall’accelerazione degli obiettivi di decarbonizzazione e dalla crescente rilevanza delle infrastrutture energetiche per la sicurezza e la competitività del sistema, la collaborazione tra operatori industriali rappresenta una leva fondamentale per valorizzare le reti esistenti, favorire l’integrazione dei gas rinnovabili e sviluppare soluzioni tecnologiche in grado di rendere il servizio sempre più digitale, efficiente e sostenibile.
“Il confronto internazionale e la collaborazione con partner di primo piano sono elementi essenziali del nostro percorso di crescita e innovazione – ha dichiarato Gallo, –. Con Nedgia condividiamo una visione comune sul ruolo strategico delle reti di distribuzione del gas nella transizione energetica: infrastrutture chiamate a essere sempre più digitali, resilienti e pronte ad accogliere quote crescenti di gas rinnovabili. Questo accordo rafforza ulteriormente il nostro impegno nello sviluppo di soluzioni innovative a supporto della decarbonizzazione e della competitività del sistema energetico europeo.”
“Questo accordo rappresenta un quadro di riferimento prezioso per rafforzare la condivisione di conoscenze, l’innovazione e la cooperazione tra due tra i principali operatori europei della distribuzione del gas. Le reti gas hanno un ruolo decisivo da svolgere nella transizione energetica, in particolare consentendo l’integrazione di gas verdi come il biometano nelle infrastrutture esistenti. Insieme a Italgas, vogliamo contribuire ad accelerare soluzioni che supportino la decarbonizzazione e contribuiscano a un sistema energetico europeo più sostenibile, sicuro ed efficiente”, dichiara Álvarez. “Italia e Spagna condividono sfide comuni sulla sicurezza energetica e sulla transizione verso un sistema più sostenibile, e affrontarle richiede un impegno che si
gioca su più livelli. Gli accordi fra imprese dei due paesi danno concretezza a un rapporto bilaterale che a livello parlamentare lavoriamo per rafforzare ogni giorno, attraverso il dialogo sui dossier che toccano più direttamente i nostri cittadini, uno su tutti la finalizzazione dell’accordo sulla doppia cittadinanza. Aziende, parlamenti e comunità, ciascuno nel proprio ambito, costruiscono insieme lo stesso obiettivo”, afferma Federica Onori, Presidente dell’Unione Interparlamentare Italia-Spagna. Attraverso il Memorandum, Italgas e Nedgia intendono sviluppare la collaborazione lungo quattro ambiti prioritari: l’evoluzione del quadro regolatorio e dei mercati dei gas rinnovabili; l’innovazione tecnologica e digitale, inclusa l’intelligenza artificiale applicata alla gestione delle reti; la sostenibilità e il rafforzamento dei sistemi di misurazione e gestione delle emissioni; e l’evoluzione dei modelli di procurement sostenibile lungo la catena del valore.
Da oggi al via la prima fase di Esap, il punto di accesso unico europeo ai dati su imprese, Pmi, mercati finanziari e sostenibilità
Da oggi, 10 luglio 2026 prende avvio la prima fase dell’Esap, l’European Single Access Point, il punto di accesso unico europeo alle informazioni pubbliche relative a imprese, Pmi, servizi finanziari, mercati dei capitali e sostenibilità. L’iniziativa, prevista dalla normativa europea, punta a rendere più semplice e centralizzata la consultazione dei dati pubblici su società e operatori del mercato. In questa prospettiva l’Esap mira a superare l’attuale frammentazione delle informazioni, oggi diffuse attraverso molteplici canali nazionali e settoriali, favorendo una maggiore reperibilità, accessibilità e comparabilità dei dati a livello europeo. Il nuovo sistema è inoltre volto ad accrescere la visibilità delle imprese, in particolare di piccole e medie dimensioni, facilitando l’accesso degli investitori alle informazioni rilevanti. Un punto di accesso unico consente inoltre di ridurre i costi di ricerca delle informazioni stesse, agevolarne l’utilizzo, contribuendo così a decisioni di investimento più consapevoli. L’Esap, che verrà gestito dall’Esma, sarà pienamente operativo e aperto alla consultazione da parte del pubblico entro il 10 luglio 2027. È stato istituito dal Regolamento omonimo del 2023 ed è accompagnato dal cosiddetto pacchetto “Omnibus”, composto da Regolamento e Direttiva. Il nuovo quadro normativo non introduce obblighi di pubblicazione di informazioni aggiuntive a carico dei soggetti interessati, ma prevede nuovi adempimenti procedurali relativi alle modalità di trasmissione e messa a disposizione delle informazioni. L’attuazione dell’Esap avverrà progressivamente, in tre fasi. La prima, al via il 10 luglio 2026, riguarda i flussi informativi previsti dalla Direttiva Transparency, dal Regolamento Prospetto e dal Regolamento sulle vendite allo scoperto, noto anche come Regolamento Short Selling. La trasmissione delle informazioni all’Esap non sarà effettuata direttamente dai soggetti tenuti alla pubblicazione, ma passerà attraverso appositi “organismi di raccolta”, i cosiddetti collection bodies. Nella fase iniziale le informazioni saranno raccolte dai collection bodies e dall’Esma e saranno poi rese pubbliche sulla piattaforma Esap non appena questa sarà operativa e accessibile al pubblico.
Imprese e professioni chiedono il “Buono Digitale” per sostenere innovazione e competitività
Debutta il Manifesto per l’Italia Digitale, promosso da AIIP, AssoSoftware, Confartigianato, Confcommercio, Confimi Industria e Confprofessioni. Al centro della proposta c’è la richiesta di introdurre, nella prossima Legge di Bilancio, il Buono Digitale, uno strumento semplice, triennale e verificabile per favorire gli investimenti digitali immateriali di micro, piccole e medie imprese, studi professionali ed enti del terzo settore. La misura nasce per rispondere al ritardo digitale del sistema produttivo italiano, particolarmente evidente nelle realtà meno strutturate: il 94,7% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti, ma
solo il 29,4% delle microimprese tra 2 e 9 addetti utilizza un software gestionale, contro il 51,4% delle imprese con almeno 10 addetti. Il Buono Digitale punta a sostenere investimenti in software gestionali, cloud, piattaforme digitali, intelligenza artificiale, cybersecurity, e-commerce, consulenza, formazione e compliance, legando il beneficio alla reale messa in funzione delle soluzioni e non al semplice acquisto. La proposta prevede una misura rivolta alle imprese tra 2 e 99 addetti, con intensità di aiuto più alta per le realtà più piccole e una premialità per le soluzioni Made in UE. La platea stimata è di circa 578mila beneficiari nel triennio, con un fabbisogno pubblico pari a 3,951 miliardi di euro e investimenti complessivi attivati stimati in 7,05 miliardi. Il Manifesto propone così uno strumento complementare ai piani 4.0 e 5.0, pensato per intercettare la domanda diffusa di digitalizzazione delle micro e piccole imprese, dei professionisti e degli enti del terzo settore.
“Il Buono Digitale è uno strumento necessario per portare software, competenze e processi digitali nelle micro e piccole imprese, dove il ritardo è ancora più evidente. L’obiettivo non è incentivare il semplice acquisto di tecnologia, ma la sua reale adozione: soluzioni gestionali, cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale e formazione devono diventare leve concrete di produttività. Investire nel software significa rafforzare la competitività delle imprese e dell’intero sistema Paese”, dichiara Pierfrancesco Angeleri, Presidente di AssoSoftware. Ha dichiarato il Presidente AIIP Giuliano Peritore: “AIIP sostiene attivamente l’iniziativa del Buono Digitale perché molte nostre imprese scontano un divario digitale importante che va superato promuovendo l’impiego di soluzioni ICT “Made in Europe”, che garantiscano la proprietà dei dati in un’ottica di sovranità e indipendenza operativa da altri soggetti. Oltre il 99% delle nostre imprese sono MPMI, la struttura economica che sostiene il nostro PIL, permettendoci di rappresentare il quarto paese per esportazioni a livello mondiale. Questo è un successo che dobbiamo continuare a sostenere facilitando e supportando la digitalizzazione delle nostre imprese”. “Il Buono Digitale – sottolinea Fabio Mereu, Vicepresidente di Confartigianato – risponde alle esigenze del 94,7% delle imprese italiane, quelle con meno di dieci addetti, che rappresentano il cuore del nostro sistema produttivo. Le imprese artigiane e le micro e piccole imprese sono già da tempo impegnate nella transizione digitale, investendo in innovazione e competenze, ma necessitano di strumenti semplici e accessibili che ne accelerino il percorso. Auspichiamo che il Buono Digitale possa trovare spazio nella prossima Legge di Bilancio. È una misura di politica industriale capace di sostenere l’adozione concreta di software, intelligenza artificiale, cybersecurity e formazione, rafforzando la produttività e la competitività del Paese. Investire nella digitalizzazione delle micro e piccole imprese significa investire nella crescita dell’intero sistema economico italiano”. “Il Manifesto per l’Italia Digitale non è solo un documento di proposte, ma la testimonianza di una consapevolezza matura: la trasformazione del Paese non si gioca nelle grandi infrastrutture, ma nella capacità di portare l’innovazione fin dentro la micro-impresa. Come Confcommercio, il nostro contributo si focalizza su questo legame vitale tra tecnologia e territorio. Non puntiamo a una digitalizzazione astratta, ma a un percorso pragmatico che trasformi le soluzioni digitali, l’intelligenza artificiale e la cybersicurezza in strumenti quotidiani di efficienza per chi, ogni giorno, crea valore reale. Il nostro obiettivo è abbattere il gap tecnologico che ancora frena le nostre piccole realtà, dotandole di quelle competenze specifiche e di quegli incentivi strutturali necessari per competere nel mercato globale”, dichiara Paola Generali, Consigliere Confcommercio con incarico alla digitalizzazione, Presidente Assintel ed EDI. “La trasformazione digitale è una leva strategica per la competitività del Paese che richiede un impegno condiviso tra istituzioni e corpi intermedi. Il Buono Digitale rappresenta uno strumento concreto per sostenere gli investimenti delle imprese in innovazione, competenze e cybersicurezza contribuendo a ridurre il divario tecnologico e a rafforzare il nostro sistema produttivo”, ha aggiunto Marco Barbieri, Segretario Generale di Confcommercio. “Per le nostre PMI manifatturiere, il Buono Digitale è un’opportunità per ridurre il divario con le realtà più grandi e strutturate, trasformare un’idea in un progetto pilota e acquisire consapevolezza del valore dei propri dati e, quindi, della necessità di tutelarli. Per il legislatore, è invece uno strumento per ridurre la burocrazia e partecipare attivamente al processo di innovazione del Paese”, spiega Domenico Galia, Presidente di Confimi Industria Digitale. “I dati dell’Osservatorio di Confprofessioni – osserva Paola Fiorillo, componente Giunta nazionale di Confprofessioni con delega alla digitalizzazione – mostrano con chiarezza che il comparto professionale è uno dei protagonisti della trasformazione digitale del Paese, con oltre l’80% degli studi che investe in soluzioni ICT. Per sostenere questo percorso servono strumenti semplici e accessibili anche alle realtà più piccole. Il Buono Digitale va esattamente in questa direzione: una misura concreta, immediatamente fruibile e costruita sulle esigenze di studi professionali e microimprese, in piena coerenza con i principi del nuovo Codice degli incentivi e della legge delega di riforma”.
Uil: nasce il primo osservatorio nazionale sull’Ia
Nasce l’Osservatorio nazionale su Intelligenza Artificiale, Lavoro e Diritti (ONIL) grazie all’intesa firmata dalla Uil e da Search On Media Group, dedicato all’analisi dell’impatto dell’IA nel mondo del lavoro e nella società. L’Osservatorio, di carattere non istituzionale, prende le mosse dalle iniziative svoltesi nell’ambito del recente XIX Congresso nazionale della Uil di Padova, allo scopo di raccogliere, valorizzare e mettere a sistema le esperienze e le analisi promosse da Università, imprese, lavoratrici e lavoratori, professionisti ed esperti del settore. L’obiettivo è quello di ribadire l’importanza della trasparenza nell’utilizzo dell’AI nei luoghi di lavoro, della tutela dei dati personali e delle libertà individuali, della redistribuzione della produttività generata dall’innovazione, della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e della definizione di nuove tutele per le professioni della digital-tech. Tutti gli strumenti e gli apprendimenti prodotti dall’osservatorio saranno messi a disposizione, intanto delle istituzioni e degli organismi deputati. “L’Intelligenza Artificiale richiede una riflessione collettiva sugli effetti dell’innovazione sull’organizzazione del lavoro, sull’evoluzione delle competenze, sulla produttività e sulla tutela dei diritti. L’ONIL – ha spiegato Cosmano Lombardo, Founder e CEO di Search On Media Group e ideatore di We Make Future – ha l’ambizione di contribuire a una trasformazione tecnologica che metta sempre al centro la persona e il valore del lavoro”. “Gli algoritmi, i modelli e i linguaggi non si costruiscono da soli: dietro ogni scelta ci sono decisioni umane. Per questo – ha dichiarato il segretario generale della Uil, PierPaolo Bombardieri – dobbiamo indirizzare questa trasformazione, orientandola secondo principi e valori che mettano al centro la tutela della persona. Ogni grande rivoluzione industriale e tecnologica ha rappresentato un’opportunità per vivere e lavorare meglio. Anche questa deve esserlo, a condizione che nessuno venga lasciato indietro. Questo – ha concluso Bombardieri – è il momento di costruire un’alleanza per aiutare il Paese ad affrontare con maggiore con maggiore consapevolezza il cambiamento, non per subirlo”.
Piano Nazionale di Ripristino, l’Inu: “Superare criticità di applicazione”
Il Piano Nazionale di Ripristino (PNR), strumento di attuazione della Legge sul Ripristino della Natura (Regolamento UE 2024/1991), rappresenta un’opportunità formidabile per la sperimentazione di un nuovo paradigma urbanistico, fondato sulla rigenerazione urbana, sull’azzeramento del consumo di suolo, sul ripristino degli ecosistemi, sulla de-impermeabilizzazione delle superfici artificializzate, sull’incremento della copertura arborea e sulla diffusione delle Nature-Based Solutions. Vi si ravvisano tuttavia, allo stato attuale, alcune criticità che ne comprometterebbero l’efficacia e l’incisività. E’ la posizione espressa dall’Istituto Nazionale di Urbanistica nell’ambito della consultazione attivata da ISPRA sulla bozza del PNR (qui il documento integrale). L’INU in prima battuta afferma che “l’obiettivo di evitare la riduzione degli spazi verdi urbani (UGS) e della copertura arborea urbana (UTC) rispetto ai livelli del 2024 è pienamente condivisibile. L’INU ritiene tuttavia che uno dei principali elementi di criticità riguardi proprio le modalità con cui il PNR prefigura l’attuazione di tali obiettivi. La bozza del PNR attribuisce, infatti, efficacia immediata a un vincolo conformativo sovraordinato che prevede la ‘non trasformabilità’ delle aree individuate come UGS; un vincolo impositivo che si sostanzia in aree individuate con strumenti di processamento satellitare che presentano ampi margini di imprecisione alla scala locale”. Infatti “la tutela delle aree verdi richiede una precisa identificazione catastale e urbanistica dei suoli interessati, che ne riconosca le qualità ambientali, paesaggistiche e le funzionalità ecosistemiche. Difficilmente un macro-dataset centralizzato potrà rendere attuabili misure di salvaguardia su aree sommariamente individuate alla scala nazionale. Evidentemente l’applicazione di una prescrizione di vincolo richiede alla pianificazione locale di recepire tale indicazione attraverso una modificazione degli usi del suolo o, quantomeno, attraverso una variante di salvaguardia che, tuttavia, impone di identificare con precisione catastale i suoli interessati. Per tali ragioni l’INU ritiene che il dataset nazionale debba assumere una funzione prevalentemente ricognitiva e di indirizzo, mentre l’individuazione definitiva delle aree da sottoporre a tutela dovrebbe avvenire attraverso un processo di pianificazione comunale. L’obiettivo quantitativo fissato dal Regolamento dovrebbe essere recepito dagli enti locali mediante specifiche varianti urbanistiche, capaci di definire puntualmente usi del suolo, misure di salvaguardia e modalità di gestione. Una simile impostazione richiede necessariamente una disciplina transitoria che garantisca gradualità e salvaguardi i diritti acquisiti e gli impegni già assunti; le disposizioni della proposta di PNR assumono invece efficacia prescrittiva immediata, con effetti retroattivi su previsioni urbanistiche vigenti, convenzioni/accordi già stipulati e procedimenti avviati o conclusi”.
L’analisi dell’Istituto Nazionale di Urbanistica è stata condotta da un gruppo di lavoro coordinato da Andrea Arcidiacono e composto da Francesca Calace, Carolina Giaimo, Marichela Sepe, Romina D’Ascanio, Angioletta Voghera, Carmen Giannino, Valeria Lingua, Stefano Salata, Silvia Ronchi. Si legge poi nell’analisi che “un secondo elemento critico riguarda il sistema delle compensazioni. Il PNR oscilla tra il principio di equivalenza ecologica e criteri sostanzialmente quantitativi”. E’ necessaria tuttavia “la definizione di una metodologia di valutazione qualitativa del valore ecosistemico dei suoli urbani, da definire a livello nazionale, sulla base della quale i comuni possano procedere alla ripianificazione ambientale delle aree verdi, escludendo alla trasformazione solo quelle effettivamente connotate da un valore ecosistemico significativo e prevedendo il ripristino di quei suoli liberi a basso valore ecosistemico che possano effettivamente garantire un contributo nella ricostruzione della naturalità, nel disegno delle reti verdi ed ecologiche del sistema urbano. In particolare, le compensazioni dovrebbero essere concepite come parte di un progetto ambientale di sistema, contribuendo alla costruzione di reti ecologiche e infrastrutture verdi e blu”. Sarebbe inoltre “opportuno consentire a Regioni, Città Metropolitane e Province di individuare ambiti ecologici funzionali di area vasta entro cui concentrare le risorse disponibili su corridoi ecologici strategici, infrastrutture verdi e blu e grandi sistemi ambientali”. L’Istituto Nazionale di Urbanistica, segnalando il rischio di ricorrere ancora a strumenti settoriali affermando che è necessaria “coerenza con gli strumenti di governo del territorio”, auspica anche alcuni rafforzamenti tecnici, in modo che si possa “affiancare ai processi di pianificazione locale un sistema nazionale di monitoraggio gestito da ISPRA, corredato da meccanismi di verifica e responsabilizzazione degli enti competenti. È inoltre necessario prevedere un insieme strutturato di strumenti di accompagnamento tecnico, supporto operativo e formazione rivolti ai Comuni, al fine di rafforzarne la capacità di implementazione”.
Cna firma il Protocollo d’intesa con il Polo nazionale della dimensione subacquea
CNA, Polo Nazionale della Dimensione Subacquea e Fondazione del Polo Nazionale della Dimensione Subacquea hanno sottoscritto ieri alla Spezia, presso il Circolo Ufficiali della Marina Militare, un Protocollo d’intesa per promuovere lo sviluppo dell’economia del mare e del settore underwater. L’accordo è stato firmato dal presidente nazionale della CNA, Dario Costantini, dall’Ammiraglio di Squadra Fabio Gregori, Sottocapo di Stato Maggiore della Marina e Presidente del Comitato di Direzione Strategica del Polo Nazionale della Dimensione Subacquea, e da Roberta Pinotti, Presidente della Fondazione Polo Nazionale della Dimensione Subacquea.Il Protocollo, della durata di due anni, punta a costruire una collaborazione stabile tra le parti attraverso iniziative comuni di ricerca, innovazione, formazione e valorizzazione del sistema produttivo. In particolare, l’intesa prevede la condivisione di dati, studi e risultati di ricerca, la progettazione di percorsi formativi specialistici, la promozione presso le imprese associate a CNA dei bandi e delle opportunità offerte dal Polo, il supporto alle PMI e alle start-up innovative nella partecipazione ai programmi, oltre all’organizzazione di eventi, fiere, convegni e iniziative di comunicazione dedicate all’economia del mare e alla dimensione subacquea. “Abbiamo la responsabilità e l’orgoglio di rappresentare l’artigianato e le piccole imprese italiane, un patrimonio straordinario di competenze, capacità produttiva e saper fare”, ha dichiarato il presidente nazionale della CNA, Dario Costantini. “Collaborare con la Marina Militare, con il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea e con la sua Fondazione significa mettere questo patrimonio al servizio di una filiera strategica, capace di generare innovazione, lavoro qualificato e nuove opportunità per i giovani”. Secondo Costantini, “l’underwater è uno dei mercati con le maggiori prospettive di crescita nei prossimi anni. Può aprire spazi importanti per imprese che operano nella cantieristica, nel refitting, nella meccanica, nell’elettronica, nella sensoristica, nella robotica, nelle telecomunicazioni e in molte altre attività. Tante imprese associate a CNA possiedono già competenze trasferibili verso questo mercato. Entrare in una rete come questa significa rafforzare le occasioni di partnership, favorire il trasferimento tecnologico e sostenere chi vuole acquisire nuove competenze”.
L’intesa riconosce il ruolo di CNA nella rappresentanza dell’artigianato e delle piccole e medie imprese e valorizza l’impegno della Confederazione nell’ambito della blue economy, attraverso attività di rappresentanza, formazione, consulenza, ricerca e promozione dello sviluppo delle filiere produttive. Per CNA l’economia del mare rappresenta un terreno decisivo di competitività, innovazione e crescita sostenibile. La dimensione subacquea, in particolare, può diventare un nuovo ambito di sviluppo per molte piccole imprese già attive in settori ad alta specializzazione, contribuendo al rafforzamento industriale e tecnologico del Paese.
Beni confiscati alla criminalità organizzata: Confcooperative in prima linea per la restituzione alla collettività
“Confcooperative è fortemente impegnata nel percorso di restituzione dei beni confiscati alla collettività. Un percorso che intendiamo portare avanti attraverso il coinvolgimento diretto delle comunità locali nei territori in cui si trovano immobili, terreni o aziende”. Lo ha detto Gaetano Mancini vicepresidente nazionale di Confcooperative al convegno sui Beni confiscati organizzato a Palermo da Confcooperative in vista dell’anniversario della strage di Via d’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. “Per garantire il successo della gestione di un bene confiscato è necessario costruire un patrimonio condiviso di cultura e di consapevolezza. La cooperazione rappresenta lo strumento ideale per raggiungere questo obiettivo. Questa convinzione – aggiunge Mancini – trova oggi un ulteriore punto di appoggio nel Piano nazionale per l’economia sociale, che offre anche in questo settore elementi importanti su cui costruire una strategia di sviluppo sana, legale e sostenibile nel tempo”.
. «Abbiamo messo insieme competenze comuni da una parte la capacità di gestione e di destinazione da parte dell’ANBSC dall’altra quella del patrimonio di competenze di Confcooperative che da anni dimostra come sia possibile – ha detto nel suo intervento il sottosegretario al ministero dell’interno Wanda Ferro – trasformare patrimoni sottratti alla criminalità in opportunità di lavoro, inclusione sociale e sviluppo».
«In questi mesi abbiamo lavorato per rafforzare gli strumenti a disposizione dell’Agenzia: abbiamo implementato la banca dati, realizzato la piattaforma unica dei beni destinati e messo a punto un sistema di monitoraggio dei beni affidati. Abbiamo inoltre siglato protocolli importanti, tra cui quello con Confcooperative, che rappresenta un punto di riferimento fondamentale nella gestione dei beni confiscati. Contiamo molto sulla coprogettazione. Rilanciare un’azienda confiscata attraverso la cooperazione – ha concluso il prefetto Maria Rosaria Laganà, direttore ANBSC (Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati) – è un doppio successo: si restituisce valore economico al territorio e, allo stesso tempo, si afferma un modello di legalità e riscatto sociale»
«Confcooperative è un’organizzazione che ha la legalità nel proprio DNA. I beni confiscati rappresentano una parte fondamentale della nostra missione cooperativa e per questo mettiamo a disposizione dello Stato tutta la nostra struttura e le nostre competenze. È un dovere – dice Maurizio Gardini, presidente nazionale di Confcooperative – che deriva dalla funzione sociale che l’articolo 45 della Costituzione assegna alla cooperazione: essere strumento di sviluppo economico e sociale per il Paese. In nome di quel mandato costituzionale trasformiamo simboli di illegalità in opportunità concrete per le comunità e i territori».
«Puntiamo su una forte interlocuzione con prefetture e Comuni che rappresentano gli interlocutori naturali per una gestione efficace e radicata nel territorio. Attraverso il coordinamento dell’Agenzia (ANBSC) e del Viminale lavoreremo insieme a tutti i soggetti interessati per il recupero dei beni e delle comunità» precisa Rosa Laplena coordinatrice nazionale di Confcooperative per l’azione di recupero dei beni confiscati.
Queste, riferisce Confcooperative, alcune esperienze di beni confiscati: “Cooperativa Verbumcaudo il primo bene confiscato da Giovanni Falcone supportato dal Consorzio dei comuni delle Madonie per la legalità e lo sviluppo (21 comuni). La Cooperativa Rosario Livatino supportata dal Consorzio agrigentino per la legalità e lo sviluppo (5 comuni). In Sicilia a Palermo abbiamo già costituito la cooperativa Noi Legal con i lavoratori di un’azienda confiscata che gestiva bar. A Bagheria stiamo lavorando alla costituzione della cooperativa di lavoratori nel ramo delle Cave, una doppia esperienze sia di bene confiscato sia di workers buyout. Un processo che riguarda 53 lavoratori. Operazione analoga in Calabria con 4 società confiscate che si occupano di commercio e sono situate sia nel cosentino nella Piana di Gioia Tauro con ben 76 lavoratori coinvolti. A Latina stiamo seguendo un processo che riguarda un’azienda agricola che impiega lavoratori delle fasce più deboli del mercato del lavoro che fa parte di un consorzio del nostro settore agroalimentare. Altre operazioni le stiamo svolgendo in Basilicata e in Emilia Romagna”.
Lombardia, accordo con il Mit su alloggi sfitti
In Lombardia sono in arrivo 8,7 milioni di euro finalizzati a riqualificare e riassegnare circa 300 alloggi sfitti di edilizia residenziale pubblica. L’assessore regionale alla Casa e Housing sociale, Paolo Franco, ha firmato giovedì 9 luglio l’atto integrativo all’Accordo di Programma con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) “per la realizzazione di programmi innovativi di rigenerazione urbana, recupero e riqualificazione del patrimonio abitativo pubblico e sociale”.
Gli 8,7 milioni di euro stanziati (nello specifico 8.679.272 euro) derivano da economie di programmi nazionali che si sono conclusi: il Pruacs (programmi di recupero urbano per alloggi a canone sostenibile) e il Pnea (Piano nazionale di edilizia abitativa).
“Si tratta di risorse importanti – evidenzia l’assessore Franco – frutto di un impegno istituzionale che abbiamo portato avanti con determinazione in questi anni: come Regione, infatti, abbiamo lavorato insieme al Ministero affinché i fondi generati dalle economie dei programmi nazionali siano reinvestiti e destinati a un nuovo programma per il recupero degli alloggi sfitti in Lombardia. La firma odierna segna un passaggio significativo e il coronamento di una sinergia proficua tra istituzioni: i finanziamenti daranno nuova linfa agli interventi per ristrutturare e assegnare le abitazioni dei servizi abitativi pubblici. Un altro tassello strategico della ‘Missione Lombardia’, il piano regionale per il rilancio delle politiche abitative che stiamo implementando in tutto il territorio”.
Ripristinare un alloggio sfitto per carenze manutentive costa mediamente circa 30.000 euro: i lavori verteranno sull’adeguamento impiantistico e tecnologico. Prevista anche la possibilità di rimodulare gli spazi interni alle abitazioni per rispondere alle diverse necessità abitative. In autunno la Regione avvierà le manifestazioni di interesse per il recupero degli alloggi.