Digital Product Passport e Off Site Construction nell’ottica del Piano Casa: politica tecnica e logica sistemica
L’avvento del Passaporto Digitale del Prodotto (Digital Product Passport), in virtù del nuovo quadro regolamentare comunitario attinente ai prodotti della costruzione, e il ritorno dell’Industrializzazione Edilizia (Off Site Construction), dovuto alla convergenza di diverse concause, potrebbero sancire, dopo molti decenni, la possibilità di introdurre una effettiva cultura industriale nel settore della costruzione e dell’immobiliare. La leva decisiva è data, anzitutto, dalla trasformazione dell’informazione tecnica in dati strutturati, interoperabili e leggibili dalle macchine, o meglio, degli algoritmi.

La natura del Passaporto Digitale del Prodotto, nelle due espressioni legate alla Dichiarazione di Prestazione e di Conformità (Declaration of Performance and Conformity) e alla Dichiarazione Ambientale del Prodotto (Environmental Product Declaration), benché in apparenza circoscritta, potrebbe, al contrario, rivelarsi un passaggio decisivo, nell’ottica della normalizzazione delle strutture dei dati e, conseguentemente, dei processi.
La definizione condivisa di proprietà, di caratteristiche e di prestazioni, organizzate secondo modelli semantici comuni (modelli di dati, dizionari di dati, ontologie), potrebbe creare, infatti, le condizioni per un allineamento sistemico lungo tutta la filiera.

Contestualmente, la diffusione di soluzioni legate alla prefabbricazione appare del tutto coerente colla tendenza alla normalizzazione poc’anzi accennata, essendone, per certi versi, la naturale prosecuzione a una diversa scala dimensionale.
Se il Passaporto Digitale del Prodotto e i relativi modelli dati introducono una standardizzazione semantica e strutturale delle informazioni, la prefabbricazione traduce tale standardizzazione in componenti, processi e sistemi costruttivi replicabili, modulari e industrializzati.
In questo senso, i Modern Methods of Construction non costituiscono una mera una tecnologia costruttiva, ma offrono l’espressione concreta della medesima logica che governa il Passaporto Digitale del Prodotto, alimentata da tassonomia, ripetibilità, interoperabilità.
La normalizzazione dei dati e quella dei prodotti tendono così a convergere in un unico paradigma, abilitando una reale integrazione tra progettazione, produzione e gestione lungo l’intero ciclo di vita del cespite immobiliare.
Al netto delle numerose criticità che, in epoche passate, hanno sostanzialmente impedito che queste premesse si avverassero, in ere analogiche, questa narrazione non può certo risolversi in una versione così lineare, dato che il settore, per così dire geneticamente, pur recependo parzialmente i cambi di paradigma, ha, in definitiva, neutralizzato i portati più radicali di una metodologia affine a quella manifatturiera, nelle sue diverse declinazioni temporali, a partire da quelle fordiste, tayloriste e, successivamente, toyotiste, sino al più recente tentativo avente Katerra come protagonista.

A ciò si aggiunge il fatto che tale resistenza non sia imputabile unicamente a fattori tecnologici o organizzativi, ma affondi le proprie radici nella natura intrinsecamente frammentata, parcellizzata, contingente e contestuale del settore, in cui la prevalenza della logica del prototipo sull’oggetto seriale, sia pure ormai mass customized, la molteplicità degli attori coinvolti e la dipendenza dalle specificità locali, hanno storicamente limitato la trasferibilità dei modelli industriali maturati in ambito manifatturiero.
Ne deriva, perciò, che ogni tentativo di industrializzazione edilizia, per risultare efficace, non può limitarsi a una mera trasposizione di paradigmi esogeni, ma deve necessariamente confrontarsi con questi elementi strutturali, ridefinendoli alla luce delle nuove condizioni abilitanti offerte dalla digitalizzazione e dai vincoli dati da sostenibilità e da circolarità.
In primo luogo, l’essenza desiderata del Passaporto Digitale del Prodotto, o almeno di sue componenti, risiede nell’ambizione di un totale affrancamento, a livello di norme armonizzate e di documenti di valutazione europei, dal documento, per passare a strutture di dati semanticamente autonomi dal primo.
Ciò implica, pertanto, un passaggio da una logica documentale a una logica computazionale, in cui il dato non sia più estratto dal documento, ma divenga, al contrario, l’unità primaria di riferimento.
Sennonché questo passaggio, che sancirebbe una svolta epocale, in linea con i presupposti della trasformazione digitale, si deve confrontare con le logiche commerciali, flessibili, dei produttori e dei distributori.
Queste logiche, orientate alla differenziazione dell’offerta, alla gestione dinamica dei cataloghi e alla protezione del vantaggio competitivo, tendono infatti a entrare in tensione con l’esigenza di normalizzazione, stabilità semantica e trasparenza informativa che il Passaporto Digitale del Prodotto presuppone.
Ne deriva, di conseguenza, l’instaurazione di una dialettica non banale tra normalizzazione e flessibilità: da un lato, vi è la necessità di definire strutture di dati condivise e interoperabili, ma, dall’altro canto, la volontà degli operatori economici di mantenere margini di autonomia nella configurazione, presentazione e aggiornamento delle informazioni di prodotto è giustificata, appunto, dalle specificità degli interventi e dei contratti, oltre che delle culture dei diversi mercati. Questa tensione dialettica rappresenta uno dei nodi cruciali per l’effettiva implementazione del paradigma digitale nel settore.

A dire il vero, d’altronde, i tentativi in atto di introdurre digitalizzazione e sostenibilità nella commercializzazione dei prodotti della costruzione nello Spazio Economico Europeo, celano un desiderio non solo descrittivo, ma anche strutturante: dal punto di vista computazionale.
Al contempo, tuttavia, la possibilità di rendere ogni prodotto tracciabile, confrontabile, validabile, dischiude la conseguenza di generare una integrazione sistemica della filiera, così come una limitazione della discrezionalità degli operatori economici: non si tratta esattamente dell’attitudine mostrata all’interno delle catene di fornitura, in Italia, durante il periodo pandemico e quello del Super Bonus 110%.
In tale situazione, infatti, la volatilità della domanda, la pressione sui tempi e la frammentazione degli attori hanno favorito pratiche orientate alla massimizzazione contingente del risultato, spesso a discapito della trasparenza e della normalizzazione.
L’introduzione di un’infrastruttura cogente regolamentare di carattere informativo basata su dati strutturati e verificabili tende, al contrario, a ricondurre tali dinamiche entro schemi più controllabili, rendendo ogni deviazione più facilmente individuabile e, quindi, meno sostenibile, anche dal punto di vista della fiscalità, ben presente nel regolamento comunitario, a proposito del Passaporto Digitale del Prodotto.
D’altra parte, la connessione tra Passaporto Digitale e fatturazione elettronica non è così difficile da individuare.

Entrambi i dispositivi, invero, condividono la medesima matrice, data dalla strutturazione semantica del dato quale presupposto per la sua trasmissione, per la sua elaborazione e per il suo controllo automatizzato da parte di sistemi informativi pubblici e privati.
Se la fatturazione elettronica ha rappresentato, nel contesto italiano, uno strumento di emersione e di tracciabilità dei flussi economici, il Passaporto Digitale del Prodotto si candida a svolgere un ruolo analogo rispetto ai flussi informativi e prestazionali dei prodotti, estendendo tale tracciabilità lungo l’intero ciclo di vita e lungo l’intera catena di fornitura.
Ne discende una potenziale convergenza tra dimensione tecnica e dimensione fiscale del dato, in cui l’identificazione univoca del prodotto e della sua produzione, la qualificazione delle sue caratteristiche e la loro associazione a transazioni economiche potrebbero abilitare forme avanzate di controllo, di verifica e di interoperabilità tra sistemi, riducendo ulteriormente l’opacità delle transazioni e rafforzando la coerenza tra dichiarazioni tecniche, ambientali ed economiche.
L’introduzione del Passaporto Digitale del Prodotto non rappresenta, dunque, soltanto un’evoluzione tecnologica, ma implica un mutamento profondo nei comportamenti economici e nelle logiche operative degli operatori economici, ponendoli di fronte alla necessità di riconciliare flessibilità commerciale e conformità a un quadro informativo sempre più vincolante.
Il limite oggettivo di tale tentativo è, però, costituito da una intrinseca complessità dell’apparato semantico in corso di concezione e di prossima implementazione, difficilmente comprensibile e attuabile appieno dai destinatari.
Tale complessità richiederebbe, in effetti, competenze specialistiche nella gestione dei dati, nella modellazione semantica e nell’interpretazione delle strutture normative digitalizzate, competenze che non risultano ancora diffuse nel settore.
Ne consegue il rischio di una asimmetria tra la sofisticazione del quadro regolamentare e la reale capacità degli operatori economici di realizzarlo, con possibili fenomeni di adozione formale ma non sostanziale, ovvero di delega a intermediari tecnologici che, pur facilitando l’operatività, possono accentrare ulteriormente il controllo e la comprensione dei dati.
Ciò è aggravato da una certa dissonanza tra la struttura concettuale del tema tecnologico e di quello ambientale, implicando una riconciliazione epistemologica.
Il tema della normazione tecnica del prodotto tende a fondarsi su assunti deterministici, mentre il tema ambientale si articola su modelli probabilistici, sistemici e intrinsecamente dipendenti dal contesto.
Il che causa una tensione tra l’esigenza di codificare in modo univoco e interoperabile le informazioni e la natura stessa dei fenomeni ambientali, che mal si prestano a una riduzione completa entro schemi semantici rigidi.
A questo fine, un ruolo significativo sarà giocato dal Sistema del Passaporto Digitale del Prodotto e dagli erogatori dei Passaporti.
Essi fungono, infatti, da agenti abilitanti dell’ecosistema, chiamati a tradurre la complessità semantica e normativa in servizi operativi accessibili, garantendo al contempo l’integrità, la sicurezza e l’interoperabilità dei dati lungo l’intero ciclo di vita del prodotto.
Donde sorge l’opportunità di fondare nuovi business model a partire dalla cogenza regolamentare del diritto comunitario, che facilmente si potrebbe esplicitare nell’Off Site Construction.
Sarebbe praticabile immaginare modelli produttivi industrializzati, nei quali la progettazione, la fabbricazione e la logistica appaiano strettamente integrate e governate da dati strutturati.
L’Off Site Construction, per sua natura orientata alla modularità, alla ripetibilità e al controllo, potrebbe valorizzare pienamente le potenzialità offerte dal Passaporto Digitale del Prodotto in termini di certificazione, di interoperabilità e di gestione del ciclo di vita del bene immobiliare, tanto più nell’ambito del Piano Casa e dell’Affordable Housing Initiative.
L’obiettivo potrebbe consistere nella riduzione dei tempi di realizzazione, di contenimento dei costi di realizzazione del prodotto immobiliare, di incremento dei livelli qualitativi e sostenibili, rendendo tali modelli organizzativi particolarmente adatti a programmi su larga scala e a politiche abitative orientate all’efficienza e all’accessibilità.

Al contempo, l’integrazione tra Passaporto Digitale del Prodotto e Off Site Construction potrebbe abilitare forme avanzate di gestione patrimoniale, di manutenzione predittiva e di aggiornamento prestazionale, rafforzando la continuità informativa tra fase di realizzazione e fase di esercizio e contribuendo a una più ampia transizione verso logiche di servizio, oltre che di prodotto, nel settore immobiliare, nell’ottica dell’edificio come bene comportamentale, così come adombrato dalla concentricità tra Digital Building Logbook, Smart Readiness Indicator for Buildings e Digital Twin.
Il cespite immobiliare non si presenterebbe più solo come entità statica, bensì quale sistema dinamico e proattivo, capace di generare, raccogliere e restituire dati lungo l’intero ciclo di vita, alimentando processi decisionali continui e adattivi.
Il dato diverrebbe il principale vettore della creazione di valore, consentendo una gestione evolutiva del bene immobiliare, orientata alle prestazioni effettive del sistema tecnologico e ai modi fruizionali degli utenti.
Ciò potrebbe dare l’abbrivo alla ridefinizione del concetto stesso di proprietà e di gestione dell’immobile, aprendo a modelli contrattuali e gestionali basati sulle prestazioni e sui risultati.
Il punto, tuttavia, è che la eventuale di configurare catene del valore più integrate e trasparenti, nelle quali il dato diventa elemento centrale di coordinamento tra gli attori, favorendo l’emergere di piattaforme digitali, oltre che poter dar vita a nuovi intermediari, tende a enfatizzare le conflittualità, solo in parte latenti, tra professionisti, produttori, distributori e costruttori.
Se si delineasse, infatti, una ridefinizione dei rapporti di forza lungo la filiera, incidendo sui tradizionali perimetri di competenza e sui margini di autonomia decisionale dei diversi attori, si genererebbero meccanismi competitivi basati su prestazioni oggettivate, riducendo gli spazi di negoziazione implicita e di differenziazione non formalizzata.
Parimenti, l’emergere di piattaforme digitali e di soggetti intermediari potrebbe dar luogo ad asimmetrie informative e a forme di dipendenza tecnologica inedite.
La spinta verso l’integrazione sistemica, anziché dal produrre implicitamente coesione, potrebbe provocare tensioni oggi talora latenti tra i soggetti in gioco, richiedendo nuove forme di governance, di coordinamento e di regolazione delle relazioni.
Si tratta, pertanto, di pensare accuratamente le modalità di questa integrazione: si rammenti, nel secolo scorso, l’analogia tra industrializzazione edilizia e il Prêt-à-porter.

Non per nulla, le tesi più interessanti sul Passaporto Digitale del Prodotto si paleseranno nel settore della Moda.

Occorre, dunque, se si intendesse profittare delle politiche comunitarie e nazionali per l’edilizia residenziale a vario titolo, ipotizzare una governance adeguata.