LE AUDIZIONI SUL DFP
L’Istat replica: per uscire dalla procedura serviva deficit a 2,94%, lontano dal 3,1%. Allarme tenuta salari
In un contesto segnato da shock esterni e forte incertezza, la gestione della finanza pubblica richiede prudenza, selettività degli interventi e pieno rispetto delle regole europee, senza margini per politiche espansive generalizzate. Particolarmente attesa era l’audizione dell’Istat dopo le critiche della premier Meloni.

FRANCESCO MARIA CHELLI PRESIDENTE ISTAT
IN SINTESI
Nel secondo round di audizioni in Parlamento sul nuovo Documento di Finanza Pubblica, varato dal Governo, l’appuntamento più atteso, ieri, era sicuramente quello con l’Istat, finito del mirino della premier Giorgia Meloni. Appena pubblicati, il 22 aprile scorso, il dati sul rapporto deficit-pil al 3,1%, che certificava l’obiettivo mancato dell’uscita dalla procedura Ue per disavanzo eccessivo, Meloni aveva rimarcato come le stime dell’Istituto di statistica sul Pil sarebbero “spesso sottostimate per essere poi riviste al rialzo”. Insomma, una vera “beffa” per il Paese. L’attesa non è andata delusa perché dall’Istat la replica è arrivata puntuale davanti alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. E le precisazioni hanno riguardato merito e metodo. Il primo punto fermo è una percentuale: il 2,94%, cioè il valore, secondo l’interpretazione data di Bruxelles, del rapporto deficit/Pil che avrebbe potuto portare l’Italia fuori dalla procedura, hanno spiegato rappresentanti dell’Istat in audizione La variazione del Pil che avrebbe consentito di “andare sotto la soglia è molto alta”. E, comunque, non sarebbe bastato neanche il 2,99%. Messaggio chiaro, dunque. Altrettanto netta è stata la rivendicazione di indipendenza, autonomia e rigore nella certificazione dei conti pubblici. A difesa dell’operato dell’Istituto, il presidente Francesco Maria Chelli ha sottolineato come le revisioni delle stime sul Pil «riflettono il naturale processo di affinamento» e siano pienamente coerenti con le regole condivise a livello europeo, coordinate da Eurostat. Il processo di validazione dei conti pubblici, ha ricordato l’Istituto, segue tempistiche e modalità stabilite dai regolamenti europei, con verifiche semestrali (entro il 1° aprile e il 1° ottobre) sotto il coordinamento tecnico di Eurostat. In questo quadro, l’Istat mantiene la responsabilità ultima della qualità dei dati, svolgendo al contempo una funzione di coordinamento tra le diverse istituzioni nazionali coinvolte, tra cui la Banca d’Italia e il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Chiarito tutto questo, sul piano macroeconomico, l’Istat ha messo in guardia dall’elevata incertezza che caratterizza lo scenario globale. Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, ha osservato Chelli, «lo scenario economico internazionale è peggiorato e l’incertezza ulteriormente aumentata». “In questo momento, come riconosciuto da tutte le principali organizzazioni internazionali e sottolineato nello stesso Dfp, risulta complesso formulare ipotesi sull’evoluzione degli scenari globali e sulle reazioni degli operatori economici”. Le prime indicazioni sul 2026 suggeriscono una dinamica meno favorevole rispetto alla chiusura del 2025, quando il Pil era cresciuto dello 0,3% nell’ultimo trimestre. Indicazioni sull’andamento del primo trimestre dell’anno in corso giungeranno dalla stima preliminare del Pil che l’Istat diffonderà giovedì 30 aprile. Particolarmente critico è il tema del potere d’acquisto: tra il primo trimestre 2021 e il quarto del 2025 le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali, con cali più marcati nei servizi privati (-9,4%) e nella pubblica amministrazione (-9%). Le nuove pressioni inflazionistiche, alimentate anche dalla crisi energetica, rischiano di aggravare ulteriormente la situazione.
Bankitalia: crisi imprevedibile, rischio inflazione indebolisce famiglie e imprese
Un quadro di forte incertezza è stato ribadito anche dalla Banca d’Italia. Il capo del Dipartimento Economia e statistica, Andrea Brandolini, ha sottolineato che «l’imprevedibilità dell’evoluzione della crisi rende particolarmente incerta ogni previsione puntuale». Possibili shock sull’offerta, rincari energetici e interruzioni delle filiere potrebbero spingere l’inflazione su livelli più elevati, comprimendo redditi, consumi e investimenti. In questo contesto, la politica di bilancio dovrà muoversi con margini limitati. Bankitalia richiama la necessità di interventi «mirati e di entità e durata contenute» per fronteggiare lo shock energetico, evidenziando come i vincoli derivino non solo dalle regole europee, ma soprattutto dall’esigenza di riportare il rapporto debito/Pil su un sentiero discendente. Secondo il Dfp, ciò avverrebbe a partire dal 2027, un passaggio considerato cruciale per la fiducia dei mercati. Anche da Palazzo Koch arriva, dunque, forte l’alert sulla tenutadei redditi di famiglie e imprese. La spinta al rialzo dell’inmflazione rischia di “pesare in misura marcata sui redditi e sui consumi delle famiglie e sui piani di investimento delle imprese, provocando un indebolimento dell’attività produttiva ben più pronunciato”.
“Sarà cruciale monitorare in modo accurato l’andamento delle spese, tenendo conto che una crescita dei prezzi più accentuata di quella prevista renderebbe ancora più difficoltoso rispettare il percorso di consolidamento programmato”, avverte Bankitalia. “La politica di bilancio italiana sarà chiamata ad adempiere agli impegni internazionali sottoscritti in materia di difesa e a far fronte alla necessità di attenuare l’impatto della crisi energetica su famiglie e imprese. La risposta allo shock energetico andrebbe limitata a interventi mirati e di entità e durata contenute”, “i limitati margini a disposizione derivano, prima ancora che dalle regole della governance europea, dall’esigenza di porre il debito in rapporto al prodotto su un sentiero discendente. Secondo il quadro tendenziale del Dfp, ciò avverrebbe dal 2027. Sarebbe un segnale positivo di grande importanza, anche per la fiducia dei risparmiatori e per la valutazione che si dà del nostro paese sui mercati finanziari”.
Upb: inflazione più alta su famiglie con meno capacità di spesa, misure siano mirate
Indicazioni analoghe arrivano dall’Ufficio parlamentare di bilancio, che segnala come l’inflazione colpisca in modo più intenso le famiglie con minore capacità di spesa. Nel 2026, il tasso potrebbe risultare superiore di 0,5 punti per i nuclei più vulnerabili. Da qui la raccomandazione a privilegiare interventi mirati rispetto a misure generalizzate .Lo scenario tendenziale dell’Ufficio parlamentare di bilancio delinea una fase di moderata espansione del Pil dell’Italia, allo 0,5 per cento quest’anno e allo 0,6 negli anni successivi. “Le nostre previsioni sono leggermente più caute” di quelle del governo” ma il quadro macroeconomico del Dfp è stato validato perché le sue previsioni “sono accettabili e ritenute condivisibili dall’Upb”, afferma la presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, in audizione. “A oggi, a distanza di un mese, quelle previsioni ancora tengono” ma sono sottoposte “a rischi molto forti perché la tregua è ancora fragile”.
Corte dei Conti: nuova programmazione dopo Pnrr, sostenere investimenti locali
Anche la Corte dei conti richiama l’attenzione sulla necessità di una rigorosa selezione delle priorità di spesa. In un contesto di risorse limitate, diventa essenziale coniugare il sostegno a famiglie e imprese con il rispetto dei parametri europei, orientando le politiche a criteri di costo-efficacia. Ma è sul fronte degli investimenti dopo la conclusione del Pnrr che i magistrati contabili pongono un particolare accento evidenziando l’urgenza di una nuova programmazione che tenga conto del progressivo esaurimento degli effetti del Piano puntando su infrastrutture strategiche ma anche su un rafforzamento degli investimenti locali per garantire una crescita più equilibrata e sostenibile. “Sotto il profilo della spesa infrastrutturale, principale motore della crescita, si sottolinea come ribadito nel Documento, l’importanza di decisioni orientate alla coesione nazionale, alla riduzione dei divari e al rafforzamento dell’accessibilità che richiede una attenta riflessione in vista del progressivo esaurimento degli effetti prodotti dalle risorse iniettate nel sistema con il Pnrr”, sottolinea la Corte dei Conti. “Appare, di conseguenza, urgente, agire sulle condizioni strutturali che ostacolano l’effettiva realizzazione degli interventi programmati e, allo stesso tempo, avviare una nuova stagione programmatoria, orientata a scelte di policy in grado di rafforzare l’efficacia della spesa per investimenti e il suo contributo agli obiettivi di sviluppo tracciati nel Documento. – sollecitano la magistratura contabile- Ciò richiede di conciliare la realizzazione delle infrastrutture strategiche di rilievo nazionale con un più efficace sostegno agli investimenti locali, anche al fine di assicurare un profilo di investimento pubblico più equilibrato e sostenibile nel tempo”. La Corte sottolinea come il quadro del rapporto debito/Pil appaia «sensibilmente deteriorato» rispetto alle previsioni precedenti, a causa della debole crescita economica. Tuttavia, viene valutata positivamente la prospettiva delineata nel Dfp di un ritorno alla riduzione del debito a partire dal 2027, seppur graduale, come segnale di stabilizzazione nel medio periodo.
Cnel, la guerra rischia di mettere nuovamente in crisi i salari. Incide sulle categorie più deboli’
Anche il Cnel pone con forza la questione salariale. Le retribuzioni rispetto all’inflazione hanno vissuto “un periodo turbolento che si era in parte riassorbito con il rinnovo dei contratti” nel 2025 e 2026 e “quello che è già successo” con la guerra in Medio Oriente “rischia di mettere in crisi nuovamente questi recuperi seppur parziali rispetto al 2021”, dice il presidente del Cnel Renato Brunetta nell’audizione sul Dfp. I circa sei mesi di crescita perduti dall’Italia, nell’ipotesi migliore, “incidono sul potere d’acquisto e sulle categorie più deboli già colpite da shock come il Covid e il post-Covid”. “La crisi appena iniziata, e che tutti ci auguriamo finisca molto presto, costerebbe nella migliore delle ipotesi circa sei mesi di crescita all’Italia”, calcola il Cnel. Gli scostamenti di Pil, ha spiegato, sono “tutto sommato modesti rispetto a quanto prevedibile prima dello shock: un decimale di crescita in meno nel 2026, due nel 2027 e uno nel 2028. In totale quattro decimi”.
Per Brunetta si tratta di “quasi nulla rispetto a quanto accaduto con la grande crisi finanziaria, la crisi dei debiti sovrani e la pandemia, che costarono all’Italia molti punti percentuali di riduzione del Pil: 6,3 punti, 4,9 e 8,9 rispettivamente”.