IL CONVEGNO "CITTA' DA VIVERE"

Ance: non solo Piano Casa, le città devono ripartire. Rixi: ostacoli di sistema frenano la rigenerazione

Brancaccio: “C’è una crisi delle città, ma è molto difficile riuscire a trasformare le nostre società con le regole attuali”. Piano Casa, Ddl Regenerazione Urbana, Testo unico dell’edilizia, continuità al modello Pnrr: le priorità per superare questa “staticità”. Per Deleo il diritto all’abitare è un concetto ampio che riguarda l’intero ecosistema urbano. Rixi: rigenerazione impedita a Milano. “Venerdì in Cdm prima tranche del piano casa da 950 milioni”.

05 Mar 2026 di Maria Cristina Carlini

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Ance: non solo Piano Casa, le città devono ripartire. Rixi: ostacoli di sistema frenano la rigenerazione

FEDERICA BRANCACCIO ANCE

Tre fondamentali mosse per invertire una tendenza sotto gli occhi di tutti: la crisi delle città che mette, a sua volta in crisi, il diritto all’abitare. Un mix di interventi per ribaltare il paradigma che vede le città attraversate da tensioni, incapaci di dare risposte all’emergenza abitativa e ai cambiamenti climatici. Casa, rigenerazione urbana, infrastrutture e servizi: è da qui che può partire un nuovo processo per superare quella staticità, per usare le parole della presidente di Ance Federica Brancaccio, che porta a un declino irreversibile. Ed è la rotta indicata nell’intensa giornata di confronto, organizzata ieri da Ance e Assimpredil, a Roma, sul tema “Città d vivere. Come rilanciare il modello della città italiana”.  Partiamo dal primo pilastro, quello della casa. su questo fronte, l’attesa si concentra sul Piano Casa, atteso venerdì prossimo in Consiglio dei ministri: è necessario, chiede l’Ance, includere misure urbanistiche, fiscali e finanziarie con una governance che superi la frammentazione di competenze. Il secondo pilastro è quello della rigenerazione urbana: la legge sulla rigenerazione urbana e il Ddl  sul testo unico dell’edilizia, incalza l’associazione dei costruttori, devono trovare rapida approvazione per favorire la rigenerazione di spazi e luoghi e dare chiarezza e certezza operativa a cittadini, imprese e professionisti. Poi c’è un terzo pilastro, anche questo cruciale in questa fase: la necessità di dare continuità al modello Pnrr che, con risorse e milestone, ha consentito ai Comuni di tornare a investire sul territorio e garantire così infrastrutture e servizi adeguati alle nuove esigenze dei cittadini.

Queste le priorità dell’agenda, secondo l’Ance. E ci sono i dati che, più di tutti, fotografo tutte le criticità attuali e prospettiche dell’emergenza città. Entro il 2030 il 60% della popolazione mondiale vivrà nelle città. L’aumento demografico e la crescita delle città stanno procedendo a una velocità mai registrate prima nella storia e, contemporaneamente, si assiste alla competizione tra le città come luoghi attrattivi per gli investimenti. Questa competizione è ben visibile nella diversa crescita economica delle città. Roma e Torino hanno recuperato i livelli di crescita prima della crisi: rispetto al 2008 il Pil di Roma è +0,5%, quello di Torino -0,6%. Milano ha addirittura superato i livelli di Pil pre crisi, +16,2%. altre città come Palermo, -2,9%, e Napoli -3,9%, sono invece ancora sotto i livelli pre crisi. A Milano non basta un reddito pari a circa 59mila euro per comprare casa senza difficoltà, per pagare il mutuo si deve spendere il 35% di quanto si guadagna, oltre la soglia del 30% che rende la rata insostenibile. Per le famiglie con reddito pari a 41mila a Milano, il peso del mutuo arriva al 50% . A Roma per i redditi pari a circa 33mila euro è necessario spendere il 36% del proprio guadagno per pagare il mutuo, a Torino per chi guadagna 32mila euro serve il 30% del reddito, mentre a Napoli per i redditi pari a 26.700 euro il mutuo assorbe il 34% del reddito. Nelle città più attrattive aumentano anche i divari nella ricchezza dei cittadini. A Milano, Roma, Torino e Napoli il rapporto tra chi guadagna di più e chi guadagna di meno supera la media nazionale: A Milano la classe di popolazione più ricca guadagna 27 volte più di quella più povera , a Roma 18 volte, a Torino 15, a Napoli 13. Tra gli altri dati illustrati, quelli dell’Ifel sulla capacità di investimento dei comuni, “una delle leve che rendono le città inclusive e attrattive”. Negli anni della crisi i Comuni sono stati i più penalizzati dalle politiche del rigore: dal 2008 al 2016 gli investimenti si sono quasi dimezzati passando da 15 miliardi a 9 miliardi, solo dal 2018 in poi e, in maniera più consistente con il Pnrr , la spesa per investimenti dei comuni è tornata a crescere arrivando a 22 miliardi nel 2025 (+163%).

“Oggi non possiamo nasconderci: c’è una crisi della città”, ha denunciato la presidente di Ance Brancaccio Crisi alla quale bisogna dare risposte con urgenza.  “Lo dicono i numeri: il 2030 è domani” e, intanto,“i nostri enti territoriali si barcamenano per cercare di capire come, con normative urbanistiche del 1942 o standard di servizi del 1968, possano dare risposte ai cittadini. Quello che è fondamentale è la volonta’ politica, le regole e le riforme”, ha aggiunto Brancaccio, sottolineando come sia “molto difficile riuscire a trasformare le nostre citta’ con le regole attuali”. “Il quadro – ha detto ancora –  è di eccessiva staticità. Eppure esistono realtà che hanno continuato ad andare avanti: il modello Milano, ad esempio, resta forte e attrattivo, più europeo e più internazionale, ma manifesta tensioni e un’emergenza abitativa che significa anche emergenza sociale”. Se ad esempio si parla di Milano come città attrattiva, ”lo è per le opportunità di lavoro e per i servizi, ma rischiamo che infermieri, medici, maestre, tranvieri non riescano più a vivere in quell’area urbana. E se queste figure non possono permetterselo, i servizi inevitabilmente ne risentono: dobbiamo chiederci quanto sia lunga l’inerzia di questi processi e quanto tempo serva, invece, alle città che stanno investendo in creatività e innovazione per vedere risultati concreti”, ha osservato Brancaccio. Sull’emergenza abitativa, peraltro, ”non può intervenire solo il Comune: è fondamentale che anche l’Europa abbia riconosciuto che si tratta di un problema non solo nazionale”. Il Commissario europeo competente Fitto ”ha già compiuto primi passi, introducendo maggiore flessibilità nell’utilizzo dei fondi di sviluppo e stanziando risorse per le Regioni. È un momento di grande fermento, al quale dobbiamo dare risposte. Siamo tutti chiamati, ciascuno nel proprio ruolo, a confrontarci, a fare proposte e a contribuire con senso di responsabilità alla trasformazione del nostro Paese. Le città non sono solo luoghi fisici: sono spazi di incontro e di inclusione. Senza bilanciamento ed equità non c’è futuro. Quando le disuguaglianze superano una certa soglia, nessuno sta più bene”.

Giovanni Deleo, presidente Assimpredil Ance, ha sottolineato come, dal “diritto di avere una casa, fissato nel 1948, si è passati al diritto ad abitare che coinvolge aspetti che superano il perimetro delle mura domestiche e riguardano problemi che vanno dall’accessibilità economica alla qualità della vita fino alla sicurezza e al lavoro”. Insomma,  “l’abitare non è solo una questione immobiliare ma coinvolge l’intero tema dell’ecosistema urbano. Un luogo dove tantissimi elementi sono interconnessi. Se uno di questi elementi non viaggia alla stessa velocità, si rallenta tutto il processo”. Nei confronti con le città europee, i nostri centri urbani “risultano avere una governance particolarmente difficoltosa. Avremmo, invece, bisogno di trasparenza, di processi chiari, di driver e tecnologie in grado di guidare processi che devono essere basati sulla sostenibilità, sulla fiducia e sulla misurazione dei risultati”. Inevitabile il riferimento al caso Milano dove “la paura della firma ha bloccato tutto”. Deleo ha fatto riferimento all’esperienza ricordata al convegno dall’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini: gli anni in cui si era instaurato “un rapporto dialettico ma collaborativo tra amministrazione comunale e Procura. I principali interventi di rigenerazione furono realizzati in pieno coordinamento con l’autorità giudiziaria, che esprimeva un parere consultivo. Questo dialogo istituzionale consentiva di prevenire conflitti e accelerare i processi decisionali. Successivamente, questa modalità di collaborazione si è progressivamente indebolita, lasciando spazio a uno scontro tra istituzioni che sta facendo perdere importanti occasioni di sviluppo”.

A chiudere la giornata è stato il viceministro alle Infrastrutture e Trasporti, Edoardo Rixi. Intervento particolarmente atteso, il suo, a fronte delle questioni messe sul tavolo dall’Ance. “Servono risposte subito, concrete e nel breve periodo perché altrimenti i dati che abbiamo visto oggi tra cinque anni saranno molto peggiori”, ha rimarcato anche il vicepresidente dell’Ance Stefano Betti subito prima delle conclusioni di Rixi. “La legge sulla rigenerazione urbana giace in Parlamento, è il 77esimo tentativo che si sta facendo per ammodernare il quadro normativo. Inoltre, dovrebbe esserci coerenza verso questi obiettivi in tutti i provvedimenti del governo”.

  La prima risposta di Rixi arriva sul Piano Casa che “comincia ad avere delle gambe”. “Venerdì (domani, ndr.) andrà in Consiglio dei ministri – tutto lascia presupporre – un decreto legge sul piano casa che metterà a disposizione 950 milioni sulla ristrutturazione di due pilastri che sono sostanzialmente legati all’edilizia residenziale pubblica e di un terzo pilastro che sta elaborando a Palazzo Chigi sul tema invece della parte privata, cioè di fondi privati per integrare”. Perché per i volumi in gioco, la ristrutturazione della qualità abitativa non puó essere affrontata esclusivamente dalla finanza pubblica”. Rixi ha spiegato che, complessivamente, “il governo ha messo a disposizione circa 6 miliardi in diversi provvedimenti”, che salgono a quasi 8 miliardi con alcune novità. “Un’altra gamba su cui si sta impegnando moltissimo il ministro Salvini è il fatto di recuperare nella rimodulazione del Pnrr ulteriori risorse per un miliardo e 200 milioni che erano inizialmente destinati in parte all’acquisto di nuovi convogli ferroviari”. “Si costituiranno dei fondi uno presso Invitalia e poi un altro fondo per la gestione degli interventi che nella prima fase dovranno dare anche una risposta sulla ristrutturazione di tutte quelle abitazioni” che oggi sono in gestione Erp e non possono essere sul mercato perché sono in condizioni fatiscenti o non usufruibili. “E’ un primo passo – per Rixi – in un puzzle costituito da varie misure che stanno venendo avanti e che vorrebbero dare strumenti sia di carattere pubblico sia di carattere privato per affrontare il tema della casa a 360 gradi”. Poco prima, nel corso della tavola rotonda, la capogruppo del Pd, Chiara Braga, aveva chiesto: “c’è un Piano Casa? Oggi è una scatola vuota”. Ma “se si passa dalla fase degli annunci alle iniziative, si può aprire un confronto. Quello dello stress abitativo è un terreno dove c’è la disponibilità all’ascolto del Pd ma ancora non c’è un quadro definito”.

Più in generale, sul tema delle città, Rixi ha parlato di una “fatica a cambiare”, di resistenza a innovare che, invece, è il presupposto per rigenerare le città. “L’Italia è un Paese che non riesce a ristrutturare quartieri edificati malamente nella ricostruzione post bellica e non lo riesce a fare per una sedimentazione di norme , anche si rango costituzionale, che danno poteri quasi di vita o di morte a una serie di autorità che sono autoreferenziate rispetto alla politica. Iniziamo a parlare dei vincoli che hanno le Sovrintendenze su aree industriali e su aree civili di bruttezza cosmica che devono essere salvate. Ed è il contrario di quella che dovrebbe essere una riqualificazione paesaggistica”.  E’ sotto gli occhi di tutto il caso di Milano.  “Si tratta probabilmente della città più dinamica in Europa sotto il profilo della riqualificazione urbana. Ci siamo trovati di fronte a norme che hanno fatto sì che rigenerare un quartiere fortemente degradato è diventato un problema da Procura della Repubblica, è evidente che qualcosa non va. Se poi ci troviamo pure che la maggioranza che governa Milano a Roma si mette contro un’ipotesi di sanare di quelle norme, banalmente perchè si reputa che sia più conveniente andare contro il proprio sindaco, capite bene che il problema è ancora più complesso. È necessario dirlo con chiarezza: senza una profonda revisione del rapporto tra amministrazioni, Sovrintendenze e strumenti autorizzativi, sarà difficile riqualificare molte aree dal punto di vista paesaggistico e urbanistico, comprese zone industriali dismesse. E questo inevitabilmente incide anche sul tema del consumo di suolo, perché l’impossibilità di intervenire sull’esistente spinge verso nuove espansioni”.

La rigenerazione, secondo il viceministro, non deve avere un colore politico. “Ma è chiaro che con l’attuale quadro normativo diventa difficile, se non impossibile, anche riqualificare quei quartieri fatti male nati nel dopoguerra o le vecchie aree industriali. Serve un cambio culturale per creare strumenti in grado di cambiare e migliorare le nostre città, e non basta solo ristrutturare l’esistente ma pensare anche a riedificare quartieri delle città : questa è la scommessa non ancora vinta più importante da portare avanti nella prossima legislatura, vista la resistenza a innovare che si ha in questa. Serve un cambio culturale per creare strumenti in grado di cambiare e migliorare le nostre città.  Il governo ha imboccato una strada nuova. È necessario che tutti facciano squadra e che ci sia una visione di sistema e stesso linguaggio anche tra pubblico e privato”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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