CITTA' DA VIVERE / 2
Grandi eventi, cultura, casa e dialogo pubblico-privato per la tripla sfida sociale, economica e demografica
“Negli anni Novanta la fortuna di sindaci come Rutelli e Bassolino è stata quella di vivere una stagione politica dove bastava investire sulla qualità della vita, spazi pubblici, aree verdi e cultura. Oggi i sindaci non hanno potere per cambiare la struttura economica e sociale delle città”, ha spiegato Davide Agazzi (From).

FRANCESCO RUTELLI E ANTONIO BASSOLINO
Centri urbani, luoghi di lavoro e di vita, specchio della società e dell’economia nazionale. Le città italiane raccontate al convegno Ance sono un complesso articolato di relazioni e trasformazioni. Anzitutto demografiche, come ha spiegato Davide Agazzi (Co-founder From). “Per l’Europa parliamo di stasi o contrazione. L’altra cosa di cui tener conto è la nostra struttura economia e sociale. La transizione lunga al terziario avanzato è incompleta, specialmente l’Italia vive una dimensione mozzata. Perché si espandono i lavoratori dei servizi a basso reddito e aumentano le diseguaglianze”. La fortuna dell’Italia, ha analizzato Agazzi, “era avere città medie mentre oggi il lavoro si genera per lo più nelle grandi aree urbane, dobbiamo affrontare questo nodo per non perdere le città italiane: quelle grandi che sono attrattive diventano inospitali, quelle piccole non saranno più adatte per lavorare”. Venendo al ruolo delle amministrazioni comunali, “negli anni Novanta la fortuna di sindaci come Rutelli e Bassolino è stata quella di vivere una stagione politica dove bastava investire sulla qualità della vita, spazi pubblici, aree verdi e cultura. Cioè, dove i sindaci avevano il potere di fare e i cittadini di rendersene conto. Oggi, invece, i sindaci non hanno né le risorse né il potere di intervenire sulla struttura economica sociale e ambientale delle città”.
Proprio Francesco Rutelli, Antonio Bassolino, ma anche Leoluca Orlando e Flavio Tosi hanno inanellato ricordi, aneddoti ma anche dimostrazioni concrete tratte dalle rispettive esperienze di primi cittadini di Roma, Napoli, Palermo e Verona. Testimonianze per l’oggi e il domani, senz’altro, seppur da adattare al nuovo contesto. “Barcellona ’92, Londra 2012 sono esempi di grandi eventi riusciti che hanno portato benefici di lungo termine tra infrastrutture, residenze, impianti, funzioni e industria turistica”, ha riflettuto l’ex sindaco capitolino e commissario straordinario del Giubileo 2000. “Qui a Roma l’Eur è stato esempio di un ripensamento direzionale e istituzionale”. Ma, secondo Rutelli, “non serve una narrazione trionfalistica, perché come per le Olimpiadi di Parigi, chi vuole visitare la città indipendentemente dall’evento, sceglie un altro momento con meno limitazioni”. In negativo, in questo senso, “non è stato intelligentissimo annunciare che a Roma per il Giubileo dell’anno scorso sarebbero arrivati 35 milioni di soli pellegrini. È stato annunciato dalla Santa Sede, dal governo, dagli enti territoriali. Il dato degli arrivi complessivo, da quello di cui disponiamo, per il 2025, è stato di circa 23 milioni di arrivi totali, un dato importante. Ma è ovvio che se tu annunci che arrivano 35 milioni di pellegrini e io costruisco un albergo a 5 stelle, l’impatto non è positivo, quindi devi decidere che tipo di politica vuoi fare”.
Accodandosi al tema della trasformazione urbana a partire da una situazione pressoché nulla, Bassolino ha raccontato che “anche io come Rutelli trovai i cassetti vuoti di progetti e per di più un Comune in dissesto finanziario. E proprio per questo “sulla cultura, che io ritengo priorità e principale risorsa produttiva e civile, collante sociale, non potevo spendere una lira. Erano considerate non essenziali, allora mi mossi con l’allora presidente del Consiglio Ciampi per cambiare la legge e considerarli, invece, investimenti importanti”. C’è poi la sicurezza urbana che “richiede e reclama oltre all’ordine pubblico anche la prevenzione, le attività educative, sociali e civili che trovano riferimento nel Comune. “A Napoli cercammo di rompere una dicotomia tipica del Mezzogiorno: di avere un’economia tutta pubblica e assenza di regolazione urbanistica. L’impegno fu di darci un piano regolatore dopo molti anni e di avere un’economia mista, pubblica e privata. Una delle scelte fu privatizzare davvero, non all’italiana in percentuali piccole, l’aeroporto di Capodichino dando alla British Authority la maggioranza del pacchetto azionario. Infine, l’importanza del rapporto tra le città e l’area metropolitana: anche Napoli ha il problema di Roma e Milano, con poco meno di un milione di abitanti dentro la città e più di due milioni fuori dalla cinta daziaria dell’urbe. E il problema è enorme perché non ci sono strumenti legislativi giusti. Ecco perché serve configurare in modo giusto tra città, città metropolitane, regioni e stato in un giusto equilibrio. La Repubblica, d’altronde, nasce dalle città”.
Il caso Palermo, ricordato da Orlando, è quello di una città “sud del mondo più che del sud Italia. Secondo me il più grande evento di trasformazione delle città ha riguardato l’elezione diretta dei sindaci. Poi, ogni città ha declinato il cambiamento in maniera diversa e per Palermo noi venivamo dal grande evento negativo della criminalità mafiosa. Abbiamo cercato di contrapporgli altrettanti eventi, dal maxiprocesso ai cittadini in piazza con le catene umane, gli investimenti su porto e aeroporto, i tram e la metropolitana”. Molti imprenditori, ha raccontato, “erano complici del sacco delle aree a verde” e la stessa Ance “è stata protagonista della trasformazione urbana”. La forza di Palermo “sono le sue contraddizioni ma abbiamo eliminato le zone grigie, sottolineando le diversità”. Infine, Verona e l’esperienza di Flavio Tosi: “Quello che si deve evitare è il turismo mordi e fuggi. Per farlo bisogna lavorare sulla qualità degli eventi per attirare turisti alto-spendenti che spendono sul territorio. Un’ipotesi fatta con soci Ance è quella per cui venga considerata solo un’area vergine come appetibile a livello di investimenti mentre le aree dismesse vengano recuperate in senso ambientale. Noi abbiamo istituito un registro dei crediti edilizi, il meccanismo sarebbe simile per le aree dismesse, non da mettere al mercato ma per recuperarle ambientalmente e far costruire sulle aree vergini”.
Ma il tema delle città è caldo, come detto, in tutta Europa. E una leva per rigenerarle non può che essere la casa. Intervenendo in collegamento, la presidente Commissione speciale sulla crisi degli alloggi nell’Unione europea, Irene Tinagli, ha ricordato che Bruxelles “a dicembre ha presentato anche la strategia per le costruzioni e dovrebbe presentare nel corso del 2026 il Construction Services Act un pacchetto di misure con l’obiettivo di sostenere la costruzione di nuove unità, e anche la ristrutturazione e il riuso, c’è uno sforzo enorme”. Da un lato, “noi abbiamo cercato di attivare l’attivabile, promuovendo la revisione dei fondi di coesione di questa programmazione, c’è stata la possibilità di raddoppiare i fondi destinati all’housing” e “stiamo facendo anche una battaglia per la futura programmazione, perché ci siano dedicate che non siano lasciate solo alle dinamiche politiche nazionali”. Dall’altro,
“il secondo elemento importante è l’impegno e il coordinamento con le politiche nazionali”. Un convegno così ampio, allora, con tutti i temi messi sul tavolo, può solo che far da punto di ripartenza per affrontare concretamente il futuro delle città italiane.