Il giorno in cui non è successo nulla, ma abbiamo capito dove stiamo andando: la scadenza che apre il Suap al futuro

03 Mar 2026 di Anna Gagliardi

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Il 26 febbraio 2026 doveva essere il “giorno del giudizio digitale” per i SUAP. La data fatidica, la soglia oltre la quale il vecchio mondo dei procedimenti frammentati avrebbe ceduto il passo a un ecosistema finalmente ordinato, interoperabile, misurabile. C’era chi si aspettava una scossa tellurica amministrativa, chi temeva il caos, chi pronosticava il blocco delle pratiche. E invece? Non è successo assolutamente nulla. (…)

Nessun collasso. Nessuna paralisi. Nessuna implosione del sistema. Ed è proprio questo il punto.

La scadenza del 26 febbraio 2026 rappresentava il termine simbolico entro cui il nuovo assetto digitale dei SUAP, sostenuto dalle riforme del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, avrebbe dovuto entrare pienamente a regime. Ma chi conosce la macchina amministrativa sa che le rivoluzioni vere non arrivano con effetti speciali. Arrivano in silenzio, lavorando sotto la superficie.

La circolare del 9 febbraio 2026 del Ministero delle Imprese e del Made in Italy lo aveva già lasciato intendere con chiarezza: la transizione è progressiva, il percorso è strutturato, il sistema è in evoluzione. Tradotto in termini meno burocratici: non esiste un interruttore che si accende e cambia tutto in un giorno.

E forse è stato ingenuo pensare il contrario.

Stiamo parlando di una trasformazione che coinvolge, secondo le stime del Dipartimento della Funzione Pubblica, circa 200.000 procedimenti a catalogo. Duecentomila. Un universo fatto di procedure, modelli diversi, prassi locali, interpretazioni e modi di fare sedimentate nel tempo. Digitalizzare tutto non significa semplicemente spostare moduli online. Significa riscrivere le regole del gioco, armonizzare flussi, eliminare ambiguità, costruire standard comuni e fare interoperabilità, (questa parola magica).

Questa è una rivoluzione copernicana nella materia amministrativa. Non un maquillage tecnologico, ma un cambio di paradigma.

La vera novità, quella che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata “fantascienza amministrativa”, è la possibilità di vedere in modo oggettivo i tempi dei procedimenti e inviare con un unico accesso a tutti gli enti la stessa istanza per esprimere il proprio parere. Non percezioni, non racconti, non statistiche parziali. Dati tracciati, confrontabili, misurabili. La trasparenza diventa infrastruttura. E quando i tempi diventano visibili, diventano anche governabili.

Questa è una delle grandi risultanze del PNRR. Non solo fondi, ma metodo. Non solo piattaforme, ma standardizzazione, vera.

Al 24 febbraio 2026 risultava “accreditato” il 69,3% dei SUAP e degli enti terzi coinvolti. Non è il 100%, certo. Ma non è nemmeno il fallimento che qualcuno paventava. In un sistema composto da migliaia di amministrazioni con livelli di maturità digitale profondamente diversi, superare i due terzi di accreditamento rappresenta un passaggio strutturale. È la prova che la macchina si sta muovendo.

Restano molte attività da completare. Integrazioni tecniche, adeguamenti organizzativi, formazione del personale, armonizzazione dei procedimenti. È un lavoro immenso e di sicuro meno visibile delle conferenze stampa, ma infinitamente più decisivo. Le grandi infrastrutture pubbliche non nascono perfette ma si consolidano nel tempo.

Basta ricordare l’esperienza dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente. Perché l’ANPR diventasse pienamente operativa sono serviti circa dieci anni. Dieci anni di migrazioni dati, resistenze, correzioni, assestamenti. Oggi nessuno metterebbe in discussione il suo valore strategico. Le trasformazioni sistemiche hanno tempi fisiologici, soprattutto quando incidono su migliaia di enti e milioni di cittadini e di imprese e soprattutto sugli investimenti del nostro Paese.

Il 26 febbraio 2026 non è stato il giorno in cui tutto è cambiato. È stato il giorno in cui si è capito che il cambiamento è irreversibile. Che la direzione è tracciata. Che la standardizzazione dei processi non è più un’opzione teorica ma un percorso concreto.

Standardizzare significa rendere il sistema più snello e più veloce. Significa ridurre la frammentazione interpretativa, rendere prevedibili i tempi, consentire interoperabilità reale tra amministrazioni e forse anche ridurre il contenzioso che attanaglia coloro che vorrebbero fare impresa nella nostra nazione. Senza standardizzazione la digitalizzazione è solo una versione elettronica del disordine. Con la standardizzazione diventa architettura istituzionale.

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy insieme al Dipartimento della Funzione pubblica sono al lavoro su questa sfida complessa. Non si tratta di aggiornare un software, ma di ripensare l’intero ecosistema che regola l’avvio e lo sviluppo delle attività produttive. È una trasformazione che tocca procedure, organizzazioni, responsabilità, cultura amministrativa.

Chi si aspettava l’apocalisse è rimasto deluso. Chi sperava in una bacchetta magica pure. Ma forse la vera notizia è proprio questa: non è successo niente perché il sistema ha retto l’impatto della trasformazione senza implodere. In un Paese abituato a riforme annunciate e poi dissolte, assistere a un cambiamento che procede, pur con inevitabili ritardi e complessità, è già un segnale potente.

Siamo nel mezzo di una transizione storica. Non tutto è completato, non tutto è armonizzato, non tutto è uniforme. Ma la rivoluzione è in atto. Silenziosa, tecnica, strutturale. E quando tra qualche anno guarderemo indietro, probabilmente il 26 febbraio 2026 non sarà ricordato come il giorno in cui è successo qualcosa, ma come il giorno in cui abbiamo capito che stava succedendo tutto. Il futuro è già qui.

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