LE DECISIONI SUGLI AD DI ENI, SNAM, ENEL E TERNA
Ecco e Asvis al governo: nelle nomine delle partecipate dare priorità alla transizione verde
“L’Italia è in ritardo sugli obiettivi della transizione ecologica e presenta ancora, nonostante le opportunità offerte dalle rinnovabili, un’elevata dipendenza dall’estero in termini energetici e alti costi per le imprese e le famiglie che frenano la competitività e determinano un’elevata povertà energetica”, ha ricordato Enrico Giovannini (in foto), direttore scientifico Asvis.

ENRICO GIOVANNINI, ASVIS
La transizione ambientale ed energetica non passa solo dalle politiche e dalle tecnologie. Passa anche, se non soprattutto, dalle persone. Da chi questi strumenti li deve governare, gestire. Di qui, non va sottovalutato l’avvertimento lanciato in coro ieri, da Montecitorio, da Asvis – Alleanza per lo sviluppo sostenibile – e il think tank Ecco. Un avviso che ha come destinatario il governo Meloni, atteso tra i tanti appuntamenti anche da quello delle nuove nomine di amministratori delegati e presidenti delle grandi aziende a partecipazione statale. Tra cui, per restare in ambito energetico, spiccano Eni, Snam, Enel e Terna. Grandi aziende che controllano infrastrutture energetiche strategiche e rappresentano un nodo cruciale tra politica industriale, finanza pubblica e interesse collettivo. Per l’appuntamento primaverile, allora, Ecco e Asvis hanno chiesto all’esecutivo di “rafforzare i meccanismi di governance, indirizzando le imprese partecipate verso investimenti coerenti con un percorso di transizione energetica, sia per gestire i rischi economico-finanziari legati al clima, sia per garantire che l’interesse pubblico prevalga sulle logiche di breve periodo”, ha detto nello specifico Matteo Leonardi, Direttore e Co-fondatore del think tank Ecco.
E nonostante il contesto internazionale precario e i conflitti commerciali dilaganti, secondo i due centri studi non possono prevalere “interessi particolari sull’indirizzo strategico dello Stato che, per sua natura, agisce in rappresentanza della collettività”. Continuare a basare le strategie industriali sulle infrastrutture fossili, aggiungono, aumenta il rischio di stranded assets, ovvero investimenti destinati a perdere valore prima del fine vita utile. Aumentarli e aumentarne i costi intacca sia sulle remunerazioni delle aziende che hanno investito in queste infrastrutture, sia sulla collettività tramite maggiori spese in bolletta. Insomma, dalle nuove nomine passa la strategia governativa sulla transizione climatica, troppo spesso giudicata dagli esperti come miope o addirittura assente, senza visione. Il focus, secondo Ecco e Asvis, non deve essere la profittabilità di breve periodo ma il perseguimento dell’interesse collettivo, una maggiore sicurezza energetica, costi inferiori e conseguimento degli obiettivi climatici.
Come farlo concretamente? Bisogna puntare sui Piani di Transizione. Ne abbiamo scritto qui su questo giornale: si tratta di un documento con cui misurare i rischi legati all’esposizione alle fonti fossili e valutare in modo chiaro e affidabile la credibilità delle strategie aziendali di mitigazione, orientando le decisioni di investitori e decisori pubblici verso soluzioni coerenti con la transizione energetica in corso. “Per evitare che la mancata transizione si traduca in costi maggiori per i cittadini, lo Stato dovrà valorizzare i piani di transizione”, hanno ribadito ieri Ecco e Asvis. Così il co-fondatore e direttore scientifico dell’Alleanza, nonché ex ministro, Enrico Giovannini: “L’Italia è in ritardo sugli obiettivi della transizione ecologica e presenta ancora, nonostante le opportunità offerte dalle rinnovabili, un’elevata dipendenza dall’estero in termini energetici e alti costi per le imprese e le famiglie che frenano la competitività e determinano un’elevata povertà energetica. Dobbiamo quindi accelerare e il ruolo delle imprese pubbliche partecipate è insostituibile per trainare tutto il sistema economico verso una maggiore sostenibilità”. Per Giovannini, allora, “la politica deve indicare direzioni chiare e i manager delle grandi imprese devono saper comunicare e avere coraggio di fare scelte talvolta impopolari rispetto agli indirizzi politici”. Ecco perché “la vera domanda non è chi viene nominato nelle partecipate, ma con quale mandato. La crisi climatica è il più grande fallimento del mercato nella storia dell’umanità: se il mercato avesse funzionato da solo non saremmo nella situazione attuale. Per questo il ruolo della politica è fondamentale: deve indicare la direzione e utilizzare strumenti come le imprese partecipate per correggere questi fallimenti. Senza un’indicazione politica chiara non arriveremo agli obiettivi. Le grandi imprese pubbliche non servono solo a far quadrare i conti, hanno un ruolo di segnale lungo le filiere e nel dibattito pubblico. Gli amministratori delegati delle grandi partecipate influenzano il sistema economico e culturale del Paese. Serve accelerare la transizione e rafforzare il coordinamento tra indirizzo politico e strategie industriali. Anche il modo in cui vengono selezionati i vertici e definite le priorità è decisivo per orientare gli investimenti e dare un segnale coerente al mercato”.
Di spicco anche il monito arrivato da Livio Stracca, vicedirettore della Bce: “La transizione verde è una priorità fondamentale non solo per prevenire il cambiamento climatico, ma anche per garantire l’autonomia strategica e la crescita economica dell’Europa. Ritardarla, espone l’economia europea a rischi climatici crescenti che mettono in pericolo la stabilità finanziaria e la competitività del nostro continente”. Qualche numero lo ha dato la presidente dell’Upb (Ufficio parlamentare di bilancio) Lilia Cavallari: “Abbiamo simulato due scenari: uno con una transizione coerente con l’obiettivo di 1,5 gradi e uno tendenziale. Nel secondo caso, i costi degli eventi estremi potrebbero arrivare intorno al 5% del Pil annuo entro il 2050; con politiche di mitigazione si fermerebbero sotto l’1%. Nel medio periodo l’effetto sul deficit è simile, ma cambia la composizione: meno danni e più investimenti nella transizione. Nel lungo periodo, invece, la differenza diventa enorme. L’intervento pubblico e l’azione delle imprese partecipate possono incidere in modo decisivo su questi equilibri”. La palla adesso torna al governo e visto che andiamo verso la primavera: se son rose fioriranno.