DIARIO POLITICO

Il boomerang Trump sul voto di marzo

02 Feb 2026 di Pol Diac

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L’attenzione politica ormai converge tutta sul test referendario del 22-23 marzo. Giorgia Meloni, fin qui rimasta prudentemente defilata, difficilmente potrà continuare a tacere con l’avvicinarsi delle urne. Troppo alta la posta in gioco, troppo evidente il tentativo — soprattutto nella maggioranza — di depotenziare l’appuntamento raccontandolo come un voto senza conseguenze. Nell’opposizione l’argomento è opposto: una bocciatura della riforma costituzionale della giustizia segnerebbe il primo vero cedimento del consenso a poco più di un anno dalle politiche.

È un’ipotesi che a Palazzo Chigi viene respinta con ostinazione, al punto che ministri e leader di maggioranza si affrettano a ripetere, quasi in coro, che l’esito del referendum non avrà alcuna ricaduta sull’esecutivo. Una linea rassicurante solo in apparenza. Perché insistere sull’irrilevanza del voto rischia di produrre l’effetto opposto: alimentare l’astensione, soprattutto tra gli elettori della maggioranza, poco motivati a mobilitarsi se non avvertono il “pericolo” di una rimonta del no in chiave anti-Meloni. Una rimonta che, a ben vedere, non si spiega solo — né forse principalmente — nel merito tecnico della riforma: separazione delle carriere, nascita di un secondo Csm per i pubblici ministeri etc. Il nodo vero è politico e simbolico. Tra i contrari cresce la percezione di una minaccia all’indipendenza della magistratura, uno dei pilastri della democrazia liberale. Ed è una percezione che trova alimento potente anche in ciò che sta accadendo dall’altra parte dell’Atlantico. Più di un sondaggio segnala la netta disapprovazione della maggioranza degli italiani verso le politiche di Donald Trump, iniziate proprio con l’attacco all’autonomia dei giudici e culminate in una sorta di “impunità” di fatto per gli uomini dell’Ice, arrivati a uccidere cittadini americani e ad arrestare bambini, coperti da passamontagna e protetti dallo scudo della Casa Bianca. Gli stessi uomini dell’Ice che il vicepresidente JD Vance ha voluto nella propria scorta per l’apertura delle Olimpiadi invernali, nonostante le perplessità fatte filtrare da Palazzo Chigi attraverso i canali diplomatici. Un dettaglio che racconta più di molte dichiarazioni. Ed è qui che si annida il rischio maggiore per Giorgia Meloni. Il suo rapporto privilegiato con Trump, finora presentato come un asset internazionale, potrebbe trasformarsi in un boomerang interno proprio in coincidenza con il referendum. A maggior ragione se nelle prossime settimane il leader americano dovesse rilanciare la sua offensiva antieuropea — dalla Groenlandia alla difesa comune, fino alle partite commerciali. La premier ne è consapevole. Ha provato a restare in equilibrio, a prendere tempo. Ma il temporeggiamento ha una scadenza. Così come non può durare all’infinito l’ambiguità  di un’Italia che chiede a Bruxelles un cambio di passo mentre continua a opporsi alla revisione del diritto di veto e dell’unanimità, cioè proprio ai meccanismi che paralizzano l’Unione. Anche questo, indirettamente, pesa sulla campagna referendaria. Il voto di marzo si avvia a diventare molto più di un giudizio sulla giustizia: un referendum sulla direzione democratica e internazionale del Paese.

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