IL MED & ITALIAN ENERGY REPORT DI SRM

L’Italia è troppo dipendente dalle importazioni energetiche, la svolta passa da rinnovabili e interconnessioni con il Nordafrica

29 Gen 2026 di Mauro Giansante

Condividi:

Un primato di cui non andare fieri, anzi. E’ quello che conserva l’Italia a livello europeo sulla dipendenza dalle importazioni di energia. In un contesto in cui anche il resto dell’Unione europea resta vulnerabile e per l’instabilità geopolitica internazionale la leva degli approvvigionamenti è sempre strategica nei rapporti tra Stati. Ecco perché, secondo il centro studi Srm, occorre metterli in sicurezza tanto quanto occorre accelerare sulla sostenibilità ambientale. Come? Puntando sulla riduzione del carbone e la crescita delle rinnovabili nel mix elettrico europeo; sul ricorso al gas naturale per la transizione e il nucleare per la stabilità nel lungo periodo. A livello di relazioni, invece, lo snodo chiave per l’Italia è il Mediterraneo e, in particolare, il Nord Africa. Proprio dove ha origine la dipendenza sopra citata (il 95% delle riserve di greggio e l’87% di quelle di gas naturale dell’intero Mediterraneo si trova nella sponda Sud, con Algeria e Libia in testa).

Sono due le proiezioni citate dal rapporto, per cui la capacità elettrica complessiva installata nel Mediterraneo potrebbe crescere da 896 GW a 1,137 GW nel 2030, a partire dai 781 GW del 2024. Analogamente, la domanda totale di energia elettrica, attestatasi a 2,106 TWh nel 2023, potrebbe aumentare da 2,387 TWh fino a 2,887 TWh nel 2030. Parallelamente all’incremento previsto per la capacità generazione elettrica da fonte rinnovabile, la corrispondente domanda di combustibili fossili nel Bacino Mediterraneo al 2030 diminuirà progressivamente fino ad azzerarsi nel 2040, negli scenari più ambiziosi. Nello specifico, la domanda di carbone potrebbe scendere da 328 kt/y nel 2023 a 51 kt/y-66 kt/y nel 2030, fino a 16.2 kt/y nel 2040; quella di petrolio si ridurrebbe a massimo 4 kt/y nel 2030 e 0.2 kt/y nel 2040.

Ed è proprio sulla sponda Sud mediterranea che occorre puntare per lo sviluppo delle rinnovabili: qui oggi è ospitato solamente l’1.2% della capacità di generazione elettrica da fonti fotovoltaica ed eolica (9 GW su 770 GW). La capacità installata prevista al 2030 per la Sponda Sud è pari a 20 GW-35 GW per il fotovoltaico e a 16 GW-26 GW per l’eolico, partendo rispettivamente da 4 GW e 5 GW nel 2024. Nella Sponde Est, dagli attuali 27 GW di fotovoltaico si passerebbe ad un massimo di 43 GW, mentre per l’eolico l’incremento previsto va dagli attuali 14 GW fino a 20 GW-28 GW.

Mentre il nucleare è un tasto da premere più nel lungo periodo. Nel 2030, la domanda di combustibile nucleare necessaria a coprire la domanda delle centrali del Bacino Mediterraneo è stimabile in 10 MtU e pari al 13%-15% della domanda globale. Ma, attualmente, tra i rischi della catena di approvvigionamento c’è l’estrema concentrazione delle riserve naturali di minerale di uranio (in soli sette Paesi, con il 40% della capacità industriale detenuta dalla russa Tvel). Per non parlare della condizione ancora prematura degli small nuclear reactors, ad oggi operativi solo in Cina (2), Russia (2) e Giappone (1).

Ma per fare la transizione energetica serviranno anche le materie prime critiche. La situazione attuale vede la Cina dominare, spesso con quote di mercato quasi monopolistiche come nei casi di terre rare (71%), tungsteno (76%), grafite (67%), magnesio (64%) e vanadio (68%). La Repubblica Democratica del Congo controlla il 70% della produzione mondiale di cobalto, mentre il Brasile il 93% di quella di niobio. Nel Bacino Mediterraneo, la Turchia è il primo produttore globale di feldspati con una quota del 40% mentre, sebbene il Marocco possieda le più grandi riserve di fosfati (68% del totale mondiale), il suo primo produttore resta comunque la Cina con circa il 44%.

Di qui, l’urgenza a intrecciare altre vie per non perdere altro terreno nella competizione globale. Diversificare gli approvvigionamenti con partnership ed accordi tra paesi per sviluppo di capacità estrattive e industriali locali; rafforzare il riciclo (ad esempio, l’offerta di cobalto riciclato ha rappresentato il 12% della domanda nel 2024); migliorare l’efficienza delle infrastrutture portuali e della connettività logistica (costi elevati, capacità portuale limitata e scarsa connettività intermodale ostacolano la trasformazione industriale locale. Senza investimenti logistici, conclude il rapporto Srm, molti Paesi resteranno ancora bloccati nell’esportazione di materie prime grezze.

Argomenti

Argomenti

Accedi