DIARIO POLITICO
Dal Mercosur al bis a Palazzo Chigi: il sì che consolida la leadership di Meloni
Il cambio di passo è significativo. E a renderlo esplicito, più che le tre ore dell’estenuante conferenza stampa di Giorgia Meloni, è stato il via libera concesso dalla premier a nome dell’Italia, nella stessa giornata di venerdì, all’accordo Mercosur: l’intesa tra l’Unione Europea e i principali Paesi sudamericani – Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay – sui prodotti agricoli.
Un sì pesantissimo e decisivo, che chiude una trattativa durata oltre un quarto di secolo e che, senza l’assenso di Roma, non sarebbe mai passata. (…)
È stato infatti il voto italiano a consentire il raggiungimento della maggioranza qualificata, superando il fronte del no guidato da Polonia, Austria, Ungheria e soprattutto dalla Francia di Emmanuel Macron. Ed è qui che il quadro si fa politicamente interessante.
Macron e Meloni avevano lavorato fianco a fianco per correggere l’accordo, introducendo maggiori tutele per gli agricoltori europei e limando gli aspetti più controversi dell’intesa. Ma alla fine il presidente francese si è sfilato. Non per una diversa valutazione nel merito, bensì per pura necessità politica: evitare la caduta del governo Lecornu e, soprattutto, sottrarsi all’accusa di “tradimento” già scagliatagli contro dal Rassemblement national di Marine Le Pen, proprio mentre si apre l’ultimo e più delicato anno del suo mandato all’Eliseo.
Anche per Meloni il 2026 rappresenta l’ultimo anno di legislatura: si voterà nella primavera del 2027.
Ma le analogie con la Francia si fermano qui. Macron non può ricandidarsi e non può neppure permettersi di uscire di scena, spalancando le porte dell’Eliseo a Jordan Bardella e all’estrema destra lepeniana.
Meloni, al contrario, è già in assetto da bis: dopo aver guidato il governo più longevo dell’intera storia repubblicana, è pronta a presentarsi come perno insostituibile del sistema politico. È questo il vero cambio di passo. E il sì al Mercosur pesa oggi molto più di qualsiasi sondaggio.
Non era una scelta facile né scontata. Anche in Italia le proteste degli agricoltori non sono mancate, e quel mondo rappresenta una fetta tutt’altro che marginale dell’elettorato di Fratelli d’Italia. In più, il via libera è arrivato nonostante il no ribadito da Matteo Salvini e dalla Lega, che però si guardano bene dal trasformare il dissenso in una crisi di governo. Abbaiano, ma non mordono: un copione già visto, a partire dal decreto sul mantenimento degli aiuti militari all’Ucraina.
Il punto è che oggi nessuno, nella maggioranza come nell’opposizione, può permettersi di sfidare davvero la leadership di Giorgia Meloni. E la premier lo sa perfettamente. Che sia per meriti propri o per l’assenza di alternative credibili, poco cambia: il risultato è una leadership ormai consolidata, capace di assumersi decisioni impopolari senza pagare dazio immediato. Ed è da qui che passa, sempre più chiaramente, la strategia del suo ultimo miglio verso il 2027.