Cambia il rapporto fra le città e la pioggia. E la direttiva Ue 2024/3019 impone una nuova stagione di pianificazione urbana sulle acque di drenaggio urbano
La Direttiva (UE) 2024/3019 segna un cambio di paradigma nella gestione delle acque urbane, ridefinendo il ruolo delle acque meteoriche e del drenaggio urbano all’interno della pianificazione idraulica e ambientale. Per lungo tempo, il deflusso generato dalla pioggia in ambiente urbano è stato considerato un fenomeno inevitabile, quasi collaterale rispetto al cuore del sistema fognario e depurativo. Oggi, invece, diventa un elemento da analizzare con cura, un tassello essenziale per comprendere il funzionamento complessivo delle città e per garantirne la sostenibilità nel tempo.
Negli ultimi anni molte città europee hanno sperimentato l’impatto crescente dell’impermeabilizzazione dei suoli, del carico inquinante trascinato dalla pioggia e della frequenza sempre maggiore di eventi meteorici intensi. Il risultato è un sistema urbano più vulnerabile: superfici che non riescono ad assorbire l’acqua, reti fognarie soggette a sovraccarico, fiumi e canali esposti a picchi di contaminazione. La nuova direttiva nasce proprio dalla consapevolezza che questi fenomeni non sono più occasionali, ma strutturali, e che la loro gestione richiede approcci nuovi, più integrati e più avanzati dal punto di vista tecnico.
Il principale strumento introdotto dalla direttiva è il Piano integrato di gestione delle acque reflue urbane, che gli agglomerati superiori a 100.000 abitanti equivalenti dovranno predisporre entro il 2033 e che sarà richiesto, entro il 2039, anche agli agglomerati tra 10.000 e 100.000 abitanti equivalenti individuati come critici. La novità non riguarda solo il fatto che questi Piani siano ora obbligatori, ma soprattutto il loro contenuto. La direttiva chiede di descrivere in modo approfondito il funzionamento delle reti, di quantificare i deflussi generati dalla pioggia, di analizzare la frequenza e il volume degli scolmi, di valutare la qualità delle acque dilavate e di stimarne gli impatti sui corpi idrici recettori. È una richiesta che sposta l’attenzione da una visione statica, incentrata soprattutto sulle acque reflue domestiche, a una visione dinamica che considera tutti i processi che si attivano durante gli eventi meteorici.
Il cuore tecnico del nuovo approccio risiede nella modellazione. La direttiva attribuisce ai modelli idrologici, idraulici e di qualità delle acque un ruolo essenziale, trasformandoli da strumenti specialistici in strumenti ordinari di pianificazione. I gestori dovranno essere in grado di simulare la generazione del deflusso nelle superfici urbane impermeabili, di riprodurre il comportamento delle reti in condizioni di moto non uniforme, di valutare come e quando si generano gli scolmi e di stimare la quantità di inquinanti che questi scolmi trasportano verso i recettori. È un passaggio che richiede nuovi dati, nuove competenze e una maggiore integrazione tra discipline diverse: idrologia urbana, ingegneria sanitaria-ambientale, climatologia, ecologia fluviale.
La direttiva introduce anche un elemento innovativo: la necessità di considerare gli scenari climatici futuri. Le valutazioni non dovranno più basarsi solo sui dati storici, ma dovranno includere proiezioni aggiornate per verificare come cambierà la risposta del sistema urbano tra venti o trent’anni. Questo implica l’utilizzo di serie pluviometriche derivate da modelli climatici, l’analisi degli eventi estremi attesi e l’adattamento delle infrastrutture non solo alle criticità del presente, ma anche a quelle del futuro. La pianificazione diventa così un processo evolutivo, capace di anticipare i cambiamenti e non solo di registrarli.
Accanto agli aspetti analitici e modellistici, la direttiva si concentra con forza sul tema delle misure da adottare. Non si limita a elencare possibili interventi, ma stabilisce un principio netto: prima delle infrastrutture tradizionali, occorre valutare le soluzioni basate sulla natura. Le città sono chiamate a recuperare permeabilità, a reinserire spazi verdi drenanti nel tessuto urbano, a favorire l’infiltrazione locale dell’acqua, a creare tetti verdi, cortili permeabili, aree di laminazione naturalistiche. È una visione che colloca la gestione del drenaggio urbano all’interno di una strategia più ampia, che tiene insieme adattamento climatico, qualità degli spazi pubblici, biodiversità e benessere urbano. Solo laddove queste soluzioni non siano sufficienti si potrà ricorrere a interventi più tradizionali come vasche di accumulo, ampliamenti dei depuratori o interventi di separazione delle reti.
La direttiva propone anche un obiettivo orientativo che, pur non essendo un limite rigido, rappresenta un riferimento importante: i carichi inquinanti sversati dagli scolmatori dovrebbero idealmente non superare il 2% del carico annuo complessivo. Si tratta di un traguardo ambizioso che richiede un approccio integrato, fatto di prevenzione alla fonte, ottimizzazione gestionale, monitoraggio continuo e interventi mirati nelle aree più critiche.
Guardando all’insieme, la Direttiva (UE) 2024/3019 non introduce solo nuovi obblighi tecnici, ma propone un diverso modo di leggere il rapporto tra città e acqua piovana. Chiede di superare l’idea che la pioggia sia un problema da smaltire rapidamente e invita invece a considerarla come un fenomeno complesso, che influisce sulla qualità dei corpi idrici, sulla sicurezza idraulica e sulla vivibilità degli spazi urbani. È una visione che richiede competenze multidisciplinari, investimenti significativi e una maggiore consapevolezza da parte di tutti gli attori coinvolti. Ma i benefici attesi – in termini di riduzione dell’inquinamento, prevenzione degli allagamenti, miglioramento dell’ambiente urbano e adattamento al clima che cambia – rappresentano un’opportunità straordinaria per ripensare la gestione del ciclo dell’acqua nelle nostre città.
In definitiva, la direttiva apre la strada a una trasformazione culturale oltre che tecnica. Le acque di drenaggio urbano escono finalmente dall’ombra del sistema fognario e diventano protagoniste di una nuova stagione della pianificazione, in cui resilienza, sostenibilità e innovazione convergono per costruire città più sicure, più verdi e più pronte ad affrontare le sfide del futuro.