Legge delega, In/Arch: tenere distinte le norme su edilizia e urbanistica. Cinque proposte per una vera riforma ampia
Dopo anni di dibattito interno e critica alla normativa vigente, il 16 dicembre l’Istituto Nazionale di Architettura (In/Arch), in audizione davanti alla VIII Commissione (Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici) della Camera, ha finalmente potuto portare davanti al Legislatore italiano le proprie ragioni e proposte concrete per riformare il sistema edilizio. L’occasione è stata l’esame delle proposte di legge C. 535 Santillo e C. 2332 Mazzetti, che delegano il Governo ad aggiornare, riordinare e coordinare la normativa in materia edilizia.
Le criticità del sistema vigente
Nel suo intervento l’Istituto ha denunciato un sistema normativo confuso e stratificato: decenni di leggi e regolamenti a tutti i livelli istituzionali hanno prodotto un apparato burocratico farraginoso, che spesso ostacola, invece di agevolare, la qualità architettonica. Progettare un edificio o una trasformazione urbana è diventato quasi un atto eroico, una sorta di sport estremo: anche applicando tutta la diligenza professionale, è sempre in agguato l’imprevisto che può bloccare o ritardare gravemente un intervento.
L’In/Arch ha sottolineato la necessità di tener ben distinto, dal punto di vista normativo, ciò che attiene all’edilizia e ciò che attiene all’urbanistica (ovvero al governo del territorio). Mescolare in un unico calderone normativo le regole per costruire con quelle sulla pianificazione del territorio genera confusione e conflitti interpretativi. Occorre invece dare finalmente un esito alla riforma della legge urbanistica del 1942, ma occorre farlo attraverso un percorso di riforma ampio, partecipato e condiviso, evitando il ricorso allo strumento della legge delega.
Le proposte di In/Arch
Accanto alle critiche, l’In/Arch ha avanzato in Commissione proposte concrete per superare gli ostacoli, suggerendo di intervenire su più fronti:
- Semplificare i titoli abilitativi: ridurre il numero di procedimenti (CILA, SCIA, permessi ecc.) e chiarirne l’ambito.
- Distinguere tra interventi su esistente e nuove costruzioni: aggiornare le categorie edilizie differenziando la rigenerazione del costruito dalle opere su aree libere, con norme ad hoc per favorire il riuso urbano e limitare il consumo di suolo. In sostanza, occorre passare da una classificazione basata sul tipo di opera (ristrutturazione, nuova costruzione, ecc.) a una classificazione basata sul contesto: interventi sul patrimonio esistente e sulla città consolidata vs. interventi che incidono sul territorio inedificato.
- Riportare chiarezza sulla definizione di “ristrutturazione edilizia”, oggi quanto mai ambigua e soggetta ad interpretazioni differenti da parte delle istituzioni locali e della magistratura. Occorre fare ordine, lessicale e urbanistico, su un concetto decisivo per la rigenerazione urbana che porta con sè anche la demolizione e ricostruzione di edifici esistenti. In questo campo l’In/Arch ritiene che sia necessario superare alcuni vincoli legati ai concetti di “sagoma, sedime, prospetto” anche nei centri storici, superando in molti casi l’idea di una pedissequa ricostruzione dell’esistente, del come era e dove era.
- Superare la doppia conformità: oggi un’opera priva di titolo può essere sanata solo se conforme alle norme attuali e a quelle in vigore all’epoca dei lavori: un requisito rigidissimo che di fatto congela molti edifici nell’irregolarità, impedendone il recupero. Un simile approccio punitivo finisce per scoraggiare la rigenerazione del patrimonio costruito invece di favorirla.
- Introdurre una soglia temporale oltre la quale gli edifici esistenti si considerano legittimi “di default”: spostare il riferimento temporale al 1967 prima dell’entrata in vigore della famosa “legge ponte” urbanistica del 1967. Tutto ciò che è ante 1967 verrebbe considerato legittimo per definizione, salvo ovviamente interventi che costituiscano pericolo.
- Facilitare i cambi di destinazione d’uso: snellire e uniformare le procedure per trasformare la funzione degli edifici, incentivando il riuso adattivo come Il riuso adattivo è uno strumento potente di sviluppo sostenibile, perché consente di soddisfare nuovi bisogni senza consumare nuovo suolo.
- Garantire tempi certi e silenzio-assenso: rendere perentori i termini delle pratiche edilizie e applicare davvero il silenzio-assenso, per evitare che i permessi restino bloccati oltre i tempi di legge.
Rimettere l’architettura al centro
Dalla voce di In/Arch è emerso un messaggio forte: rimettere la progettazione di qualità al centro dell’azione edilizia. L’auspicio – espresso anche nella relazione illustrativa della PDL 2332 – è che la “centralità del progetto” diventi il faro della riforma, riconoscendo l’architettura come una leva di trasformazione culturale e sociale.
Semplificare le regole e liberare le energie creative dei progettisti non è solo snellire la burocrazia: è un investimento sul futuro delle città e del Paese. In tal senso In/Arch ha lanciato un segnale chiaro e costruttivo al Legislatore, con l’auspicio che venga finalmente dato all’edilizia italiana un quadro normativo all’altezza delle sfide contemporanee.