LA GIORNATA

Green deal, salta stop ai motori termici. Dentro ibride e biofuel

  • Inflazione, a novembre rallenta all’1,1%, i livelli più bassi da gennaio
  • Webuild: aprono le archeostazioni Colosseo Fori Imperiali e Porta Metronia con 3 nuovi km della linea C della metro di Roma
  • Crescita del fatturato e apertura a nuovi mercati, i target delle imprese medie del Sud

17 Dic 2025 di Maria Cristina Carlini

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IN SINTESI

Arriva il dietrofront di Bruxelles sul divieto totale di vendita dei motori termici dal 2035. A dodici mesi dall’avvio del dialogo con il comparto dell’automotive in crisi, la Commissione Ue riscrive il regolamento sulle emissioni consentendo alle case automobilistiche di ridurre dal 2035 le emissioni CO2 allo scarico del 90% rispetto al 2021, non più del 100% come oggi previsto. La revisione varata a Strasburgo dopo intense discussioni tra i commissari – che hanno allungato di qualche ora i tempi di presentazione del pacchetto – lascia dunque spazio sul mercato post 2035 alla commercializzazione di veicoli con motori termici, ibridi plug-in e con range extender, non solo elettrici o a idrogeno. I colossi dell’automotive dovranno compensare quel 10% di emissioni rimanenti attraverso ‘crediti’ che potranno accumulare con l’impiego di acciaio a basse emissioni ‘made in Europe’ per la costruzione dei veicoli o con l’utilizzo di carburanti sostenibili, come e-fuel e biofuel avanzati. Purché – precisa Palazzo Berlaymont – non siano biocarburanti di origine alimentare. Secondo le stime Ue, sul mercato post 2035 sarà ammessa una quota del 30-35% di veicoli non pienamente elettrici. “L’Europa rimane in prima linea nella transizione globale verso un’economia pulita”, ha assicurato la leader dell’esecutivo Ue Ursula von der Leyen, come a voler rassicurare che la revisione non minerà gli obiettivi di transizione dell’Ue. Quella arrivata da Strasburgo è però una “breccia nel muro dell’ideologia”, nelle parole del ministro delle imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, che ha rivendicato il ruolo di Roma nel portare avanti la battaglia sul principio di neutralità tecnologica, oggi riconosciuto nelle norme riviste. Tuttavia “troppo poco”, a detta del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che incalza l’Ue a “smettere di fare solo mezze cose: devono fare cose e oggi non le stanno facendo”.

Inflazione, a novembre rallenta all’1,1%, i livelli più bassi da gennaio

A novembre 2025 l’inflazione scende all’1,1%, il livello più basso registrato da gennaio. Secondo le rilevazioni diffuse dall’Istat,  l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, evidenzia una variazione pari a -0,2% su base mensile e a +1,1% su base annua (da +1,2% del mese precedente); la stima preliminare era +1,2%. La lieve decelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente al rallentamento, su base tendenziale, dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da +2,0% a +0,9%), degli alimentari non lavorati (da +1,9% a +1,1%), degli alimentari lavorati (da +2,5% a +2,1%), dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +3,3% a +3,0%), a cui si aggiunge l’ampliarsi della flessione dei prezzi degli Energetici regolamentati (da -0,5% a -3,2%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (da -0,3% a -0,8%). Tali effetti sono solo in parte compensati dalla ripresa dei prezzi degli Energetici non regolamentati (da -4,9% a -4,3%). L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, rallenta, come anche quella al netto dei soli beni energetici (entrambe da +1,9% a +1,7%). La crescita tendenziale dei prezzi dei beni decelera da +0,2% a +0,1%, quella dei servizi da +2,6% a +2,3%. Pertanto, il differenziale inflazionistico tra il comparto dei servizi e quello dei beni diminuisce, portandosi a +2,2 punti percentuali (dai +2,4 p.p. del mese precedente).  In rallentamento i prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +2,1% a +1,5%) e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +2,1% a +2,0%). La variazione congiunturale negativa dell’indice generale riflette soprattutto la diminuzione dei prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona e di quelli dei servizi relativi ai trasporti (rispettivamente -1,6% e -1,3% soprattutto per effetti stagionali), solo in parte compensata dall’aumento dei prezzi degli energetici non regolamentati (+0,7%) e degli alimentari non lavorati (+0,4%).  L’inflazione acquisita per il 2025 è pari a +1,5% per l’indice generale e a +1,8% per la componente di fondo. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una variazione pari a -0,2% su base mensile e a +1,1% su base annua (in rallentamento da +1,3% del mese precedente), confermando la stima preliminare. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra una variazione congiunturale pari a -0,1% e una tendenziale del +1,0%.

Webuild: aprono le archeostazioni Colosseo Fori Imperiali e Porta Metronia con 3 nuovi km della linea C della metro di Roma

Il centro storico della Capitale vanta da oggi due nuove fermate della Linea C della Metropolitana: Colosseo/Fori Imperiali e Porta Metronia, archeostazioni realizzate dal consorzio Metro C guidato da Webuild insieme a Vianini Lavori nell’ambito dei lavori commissionati da Roma Metropolitane per conto di Roma Capitale. Con l’apertura di queste due stazioni e 3 nuovi km di linea, il progetto ridisegna la mobilità urbana tra centro e periferia, grazie anche all’interscambio con l’esistente Linea B della metro. Il progetto ha al contempo permesso di restituire alla città i reperti rinvenuti durante gli scavi, a testimonianza dell’impegno nella valorizzazione dell’incredibile patrimonio culturale di Roma e grazie ad un lavoro sinergico tra imprese e istituzioni. Si è svolto ieri il viaggio inaugurale della nuova tratta con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, il Ministro della Cultura Alessandro Giuli e il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Ad accogliere i Ministri, erano presenti Pietro Salini, Amministratore Delegato Webuild, Vincenzo Onorato, Amministratore Delegato Vianini Lavori. Presenti anche, tra l’altro, il Commissario Straordinario per l’opera Maria Lucia Conti, l’Assessore alla Mobilità Eugenio Patanè e il Capo Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale avocante, Alfonsina Russo. “La consegna delle stazioni Colosseo/Fori Imperiali e Porta Metronia rappresenta, per Roma e per l’Italia, un traguardo di portata strategica che coniuga in modo esemplare il progresso infrastrutturale con la tutela del nostro patrimonio storico, grazie ad una visione comune del futuro della città che accomuna imprese, istituzioni e comunità”, ha dichiarato Salini. “Ringrazio le tante aziende della filiera, partner di eccellenza, e soprattutto le persone che a questo progetto hanno lavorato e che hanno portato a Roma competenze uniche, sviluppate nei più grandi progetti al mondo. Stiamo costruendo, oggi, un sistema di trasporto che migliora concretamente la vita delle persone, garantendo tempo recuperato al traffico e aria più pulita per le generazioni che verranno, integrando l’eccellenza costruttiva con la storia millenaria”.

La stazione Colosseo/Fori Imperiali, collocata sotto Via dei Fori Imperiali tra il Colosseo e la Basilica di Massenzio, dialoga con il contesto monumentale. Con una larghezza che varia tra 30 e 50 metri e una profondità che raggiunge 32 metri, si sviluppa su quattro livelli interrati e presenta anche un collegamento diretto con la fermata Colosseo dell’esistente Linea B. Il progetto museale di allestimento interno, curato e finanziato dal Parco archeologico del Colosseo e sviluppato con la partecipazione della Sapienza Università di Roma (Dipartimento di Architettura e Progetto), offre un percorso narrativo che accompagna i passeggeri attraverso la storia, dall’ingresso fino alle banchine. Sorge in un’area ricca di storia anche Porta Metronia, situata in Piazzale Ipponio accanto alle Mura Aureliane. Il corpo della stazione si sviluppa su una pianta rettangolare su 5 livelli interrati, fino a una profondità massima di 30 m sotto il piano stradale. Durante gli scavi è emerso un vasto complesso militare antico (II secolo d.C.), la Casa del Comandante, con affreschi e mosaici pavimentali. Il progetto della stazione è stato ridefinito proprio per conservare e valorizzare i rinvenimenti. La Linea C, una delle infrastrutture più complesse realizzate a Roma, si estenderà per 29 km con 31 stazioni fino a Farnesina. Ad oggi sono completate 24 stazioni per la tratta da Monte Compatri/Pantano, capolinea a est, fino a Colosseo/Fori Imperiali, nel centro storico. Colosseo/Fori Imperiali e Porta Metronia rientrano tra le sei archeostazioni previste lungo la Linea C, insieme a San Giovanni (già operativa), Venezia (in costruzione), Chiesa Nuova e San Pietro (in progettazione). Sviluppato con la direzione scientifica del Ministero della Cultura e con le Sovrintendenze competenti, il progetto delle archeostazioni rappresenta una opportunità per valorizzare i numerosi reperti emersi nel corso dei lavori, occasione per realizzare su tutta la tratta 625.000 m3 di scavi in modalità archeologica. Per gestire le complessità legate alla particolare natura archeologica e geologica del sottosuolo, sulla Linea C è stata adottata la tecnica del “top-down archeologico”, sviluppata appositamente per le stazioni del centro storico di Roma e applicata anche a Colosseo/Fori Imperiali e Porta Metronia. Questa metodologia consente di costruire solai intermedi durante l’avanzare progressivo dello scavo dall’alto verso il basso, garantendo stabilità strutturale e continuità nelle indagini archeologiche mentre si procede con la costruzione. Webuild, sempre con il consorzio Metro C, è attualmente impegnata nella realizzazione della stazione Venezia e della tratta che collegherà Venezia a Clodio/Mazzini, passando sotto il Tevere. Per la stazione Venezia, proprio in queste settimane è stata avviata la macrofase 2. In parallelo, procede la progettazione esecutiva delle stazioni Chiesa Nuova, San Pietro, Ottaviano e Clodio Mazzini, mentre è in corso la progettazione definitiva per le stazioni Auditorium e Farnesina.

VIA Ingegneria è la società di ingegneria romana che si è occupata della progettazione delle strutture della stazione Colosseo/Fori Imperiali, cosi come per la stazione di San Giovanni già in funzione. Per la realizzazione di tali stazioni – ove preservare gli elementi storici, archeologici e ambientali è una sfida continua – è stata utilizzata la tecnica “top down”, che permette di costruire una galleria partendo dall’alto e scendendo verso il fondo, ma mantenendo l’ambiente urbano funzionante durante i lavori. Via Ingegneria è la medesima società che si è occupata anche del progetto di Piazza Pia e Piazza della Repubblica.

Ponte sullo Stretto, Corte dei Conti, ‘atto aggiuntivo Mit-società incompatibile con norme Ue’

Il decreto del ministero dei Trasporti relativo al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra Mit e società Stretto di Messina per la costruzione del Ponte risulta incompatibile con le regole europee sulla modifica dei contratti in corso di validità. Lo si legge nelle motivazioni, depositate oggi, della sentenza del 17 novembre scorso quando la sezione centrale di controllo di legittimità della Corte ha bocciato il decreto ministeriale. La Corte parla di “perplessità” in riferimento all’articolo 72 della direttiva europea 2014/24/UE, che disciplina la modifica di contratti durante il periodo di validità. Viene sottolineata l’incertezza sul costo complessivo dell’opera: “La valutazione degli aggiornamenti progettuali in misura pari a euro 787.380.000,00, in quanto frutto di un’attività di mera stima, rende possibile il rischio di ulteriori variazioni incrementali, incidenti – in disparte i problemi di reperimento di nuove coperture – sul superamento della soglia del 50 per cento delle variazioni ammissibili, anche in considerazione dei dati offerti dalla stessa Amministrazione”, spiegano i magistrati contabili. “Conclusivamente può ritenersi che l’Amministrazione non abbia fornito una prova certa e rigorosa dell’avvenuto rispetto del contenimento dell’aumento di prezzo entro il limite del 50 per cento del valore del contratto iniziale, richiesto dal citato art. 72 della direttiva 2004/18/CE”, si legge nel testo.

Consob: crescita a due cifre nel primo semestre 2025 per gli utili delle banche quotate a Milano

Crescita a due cifre nei primi sei mesi del 2025 per le banche quotate sulla Borsa di Milano. In rialzo anche i profitti delle compagnie assicurative, mentre frenano i risultati netti delle società diverse da banche e assicurazioni. Performance positiva anche per le società negoziate sul mercato Egm (Euronext Growth Milan, il sistema multilaterale dedicato alle piccole e medie imprese). Sono questi i principali risultati che emergono dall’ultimo Bollettino Statistico Emittenti pubblicato dalla Consob, in cui si analizza l’andamento dei conti degli emittenti di diritto italiano quotati o negoziati a Milano nel corso del primo semestre del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024. I dati e gli indicatori raccolti evidenziano una complessiva tenuta dei fondamentali economici, nonostante un contesto macroeconomico e finanziario ancora caratterizzato da elevata incertezza. Entrando nel dettaglio, le banche hanno continuato il percorso di crescita avviato negli ultimi anni, con utili complessivi pari a 16,7 miliardi di euro, in aumento dell’11,9% rispetto ai primi sei mesi del 2024. La riduzione del 4% del margine di interesse al netto degli accantonamenti, su cui ha pesato il ciclo di allentamento monetario della Banca Centrale Europea, è stata più che compensata dalla crescita delle commissioni attive. È migliorata anche la solidità patrimoniale: al 30 giugno scorso il Patrimonio netto era pari a 191,3 miliardi, in rialzo del 4,1% rispetto a fine 2024. Andamento positivo anche per le assicurazioni, che hanno fatto segnare una crescita del 5,9% dell’utile, complessivamente attestatosi a circa 3 miliardi di euro, grazie all’aumento dei ricavi assicurativi (+4,4%) ed al forte contenimento delle spese di vendita, generali e operative (-35,8%). Il Patrimonio netto del settore è sceso dell’1,7% a 42,2 miliardi di euro. Le società diverse da banche e assicurazioni hanno realizzato utili complessivi per 14,8 miliardi, in calo del 3,4% rispetto al primo semestre del 2024. Nonostante la buona crescita del fatturato (+5,4%), l’aumento dei costi operativi e delle spese ha pesato sul risultato netto e su quello operativo (Ebit), sceso del 14%. È proseguito il processo di rafforzamento della struttura finanziaria e di riduzione dell’indebitamento mentre il Patrimonio netto è sceso dello 0,9% a 259,9 miliardi di euro. Infine, le Pmi negoziate sull’Egm hanno registrato nel primo semestre del 2025 utili complessivi per 178 milioni di euro, in crescita dell’8,4% grazie soprattutto a un forte aumento del fatturato (+609 milioni rispetto allo stesso periodo del 2024). Si è rafforzata la solidità patrimoniale, con il Patrimonio netto che è aumentato dello 0,7% rispetto alla fine del 2024, attestandosi a 5,1 miliardi di euro.

Crescita del fatturato nel 2025 e apertura a nuovi mercati entro due anni, i target delle imprese medie del Mezzogiorno

Sono più ottimiste sull’andamento del proprio giro di affari, più propense ad aprirsi ai nuovi mercati internazionali, più interessate alla transizione ecologica. È questo l’identikit delle medie imprese del Sud, messe sotto la lente di ingrandimento nel rapporto “Scenario competitivo, ESG e innovazione strategica nelle medie imprese del Mezzogiorno” dall’Area Studi di Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere presentato oggi a Matera. Si tratta di un comparto che, in ventotto anni, è pressoché raddoppiato arrivando a contare 408 società produttive di capitali a controllo familiare italiano, ciascuna con una forza lavoro compresa tra 50 e 499 unità e un volume di vendite tra i 19 e i 415 milioni di euro, e che ha generato l’11,8% del valore aggiunto manifatturiero prodotto nell’area. Nel 2024 il fatturato delle medie imprese del Mezzogiorno è cresciuto dell’1,8% (contro un calo dell’1,7% delle altre aree del Paese), dopo un aumento complessivo del 78,1% registrato nel precedente decennio (vs il 52,8% degli altri territori). Nel 2025, il 65,4% di queste realtà del Sud prevede di chiudere con un aumento del fatturato (contro il 55,4% di quelle del Centro-Nord). Tuttavia, le sfide non mancano: per il 23,2% delle Mid-Cap meridionali, ad esempio, il mismatch di competenze rischia di frenarne la crescita, mentre il 41,3% ritiene che la burocrazia potrebbe ostacolare il percorso verso la sostenibilità. In aggiunta, tra le principali preoccupazioni figurano la concorrenza di prezzo e il caro- energia, indicati da circa due terzi del campione. Guardando al futuro, nei prossimi due anni, per rispondere alle criticità del contesto – a partire dai dazi – il 79,6% delle Mid-Cap meridionali dichiara di voler espandere la propria presenza in nuovi mercati (contro il 68,3% riferito alle altre aree). Inoltre, per supportare la propria transizione ecologica, tre imprese del Mezzogiorno su quattro puntano a ridurre le fonti fossili e ad adottare energie rinnovabili (contro il 66,6% del resto d’Italia). Nel decennio 2014-2023 le medie imprese del Mezzogiorno hanno registrato una crescita del fatturato pari al +78,1% che si confronta con il +52,8% delle altre aree. Anche il tasso di competitività nello stesso arco temporale risulta di quasi 25 punti percentuali superiore agli altri territori. Peraltro, la tendenza positiva del giro d’affari è proseguita nel 2024 con un ulteriore incremento dell’1,8% (vs il -1,7% rilevato negli altri territori). Le Mid-Cap del Sud Italia mostrano inoltre maggiore ottimismo per il 2025: il 65,4% prevede di chiudere l’anno con un aumento del fatturato (55,4% nelle altre aree) e un ulteriore 21,2% stima di mantenerlo stabile (vs il 20,6%). Il contesto rimane tuttavia sfidante. A preoccupare le aziende di media dimensione è soprattutto la concorrenza di prezzo temuta dal 64% di quelle meridionali e dal 70,7% di quelle centro-settentrionali, mentre la competizione sulla qualità appare meno rilevante (22% vs 12,5%).

Tra i fattori di criticità, la fiscalità continua a penalizzare le medie imprese, soprattutto nel Mezzogiorno. Nel periodo 2014-2023, il livello di tassazione delle Mid-Cap meridionali è stato costantemente superiore rispetto a quello delle altre aree, con un divario che ha generato un impatto significativo. Se queste aziende avessero beneficiato della stessa aliquota applicata a quelle delle regioni del Centro-Nord, avrebbero risparmiato circa 230 milioni di euro in un decennio. A pesare sul clima di incertezza sono anche gli alti costi dell’energia. Oltre il 60% delle imprese del Mezzogiorno segnala di avere subìto un aumento della bolletta energetica (contro poco più del 50% delle altre aree). L’incremento di questi costi ha avuto un impatto significativo sui margini in più di 6 Mid-Cap del Mezzogiorno su 10 (55,5% nel Centro- Nord). Per far fronte al rincaro energetico, il 25,5% ha scelto di investire – o prevede di
farlo – nelle fonti rinnovabili, mentre il 22,3% punta sull’ammodernamento degli impianti esistenti per aumentarne l’efficienza. Tra il 2014 e il 2023 l’occupazione delle medie imprese del Mezzogiorno è cresciuta del 34,5%, un ritmo superiore al +23,4% registrato nelle altre aree del Paese. La tendenza positiva è proseguita anche nel 2024, con un ulteriore incremento dell’organico pari al +5,2%, contro il +2,4% del resto d’Italia. Si tratta di segnali incoraggianti che si accompagnano, tuttavia, ad alcune fragilità strutturali. La presenza femminile si ferma al 12,9%, ben al di sotto del 26,2% rilevato nel Centro-Nord. Guardando all’età, il 21,4% dei dipendenti delle Mid-Cap del Sud Italia ha meno di 30 anni, meglio del 18% registrato altrove. Il problema più rilevante resta lo skill mismatch: 3 medie imprese del Mezzogiorno su 4 segnalano difficoltà nel reperire le competenze richieste, soprattutto
tecnico-specialistiche. In questo ambito le aziende meridionali faticano, seppur meno rispetto a quelle delle altre aree (40,4% vs 55,3%). Le criticità riguardano anche i profili STEM (21,3% vs 18,9%) e green (19,1% vs 12,6%). Nel decennio 2014-2023 le medie imprese del Mezzogiorno hanno registrato una crescita del fatturato pari al +78,1% che si confronta con il +52,8% delle altre aree. Anche il tasso di competitività nello stesso arco temporale risulta di quasi 25 punti percentuali superiore agli altri territori. Peraltro, la tendenza positiva del giro d’affari è proseguita nel 2024 con un ulteriore incremento dell’1,8% (vs il -1,7% rilevato negli altri territori). Le Mid-Cap del Sud Italia mostrano inoltre maggiore ottimismo per il 2025: il 65,4% prevede di chiudere l’anno con un aumento del fatturato (55,4% nelle altre aree) e un ulteriore 21,2% stima di mantenerlo stabile (vs il 20,6%). Il contesto rimane tuttavia sfidante. A preoccupare le aziende di media dimensione è soprattutto la concorrenza di prezzo temuta dal 64% di quelle meridionali e dal 70,7% di quelle centro-settentrionali, mentre la competizione sulla qualità appare meno rilevante (22% vs 12,5%).

“Le medie imprese del Mezzogiorno si confermano un importante volano di crescita del Sud e stanno dimostrando di poter correre anche più velocemente di quelle del Centro- Nord”, ha detto il presidente di Unioncamere, Andrea Prete, che ha aggiunto “per questo vanno sostenute rimuovendo gli ostacoli che ne frenano lo sviluppo, a partire dagli incentivi per l’export e i servizi per l’internazionalizzazione dove le Camere di commercio possono dare il loro concreto supporto. Soprattutto dopo le difficoltà create dai dazi Usa”. “La crescita delle medie imprese del Mezzogiorno e la loro intenzione di reiterarla nel prossimo futuro segnalano la felice intersezione tra due attributi: quello geografico e quello relativo a uno specifico modello capitalistico. Si tratta di una tendenza che merita di essere sostenuta sia dal decisore pubblico sia dagli attori del mercato finanziario, penso in particolare a quei fondi di private equity che si fanno portatori di una vera proposta imprenditoriale e non semplicemente di misure di puro efficientamento” sostiene il direttore dell’Area Studi Mediobanca, Gabriele Barbaresco. “Le medie imprese lucane e quelle del Mezzogiorno sono le vere campionesse del capitalismo familiare e si mostrano pronte alle sfide globali: dalle transizioni in atto all’espansione su nuovi mercati. Sta a tutti noi sostenere questi sforzi di innovazione e internazionalizzazione, rimuovendo gli ostacoli e snellendo al massimo la burocrazia”, ha sottolineato il presidente della Camera di commercio della Basilicata, Michele Somma.

La Consulta boccia la legge sarda sulle aree idonee per le rinnovabili

È arrivata la bocciatura da parte della Corte costituzionale per la legge della Regione Sardegna numero 20 del 2024 sulle aree idonee e non alla realizzazione di impianti da energie rinnovabili. La Sardegna era stata la prima regione in Italia a dotarsi di una norma che applicasse i decreti ministeriali, poi modificati. La Consulta ha accolto parte delle eccezioni sollevate dal governo che aveva impugnato la norma. In particolare ha stabilito che “la qualifica di non idoneità di un’area non può tradursi in un aprioristico divieto di installazione” degli impianti Fer. Un divieto assoluto avrebbe l’effetto di precludere l’accesso “ai procedimenti autorizzatori semplificati, strumenti previsti dal legislatore statale per accelerare la diffusione delle fonti rinnovabili nelle aree idonee”. Per questa ragione, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 1, comma 5, della legge regionale. Un punto cruciale della decisione riguarda la retroattività della legge regionale sarda sugli atti già in essere. La Corte ha stabilito che la legge regionale “non può travolgere tutti gli atti autorizzativi già rilasciati”. La normativa impugnata prevedeva che gli atti autorizzativi già emanati per impianti ricadenti in aree non idonee fossero privi di efficacia, ponendo come unico limite la “modifica irreversibile dello stato dei luoghi”. Secondo la Corte, questo travolgimento, “non motivato da ragioni di carattere tecnico o scientifico”, si traduce in una limitazione irragionevole del “legittimo affidamento” e lede il principio della “certezza del diritto”. Inoltre, gli operatori che hanno completato positivamente le procedure hanno già sostenuto ingenti costi tecnici e amministrativi.

Consip innova i Buoni Pasto della PA: attivo il nuovo contratto da 1,5 mld  con il terminale unico multi-fornitore e i ticket digitali su app

Consip innova l’offerta per i buoni pasto della PA: è disponibile il nuovo contratto – del valore di oltre 1,5 miliardi di euro – con il quale le pubbliche amministrazioni potranno scegliere di acquistare buoni pasto elettronici, disponibili tramite app o card, in alternativa al tradizionale cartaceo. La principale novità riguarda l’introduzione di un terminale di lettura unico multi-fornitore, che consentirà agli esercizi convenzionati di accettare tutte le tipologie di buoni pasto, semplificando la gestione e ampliando la rete di locali aderenti. Per la prima volta, inoltre, le amministrazioni potranno ordinare i ticket rendendoli disponibili esclusivamente tramite app su dispositivi mobili, senza necessità di una card fisica. Questa soluzione, oltre a favorire la sostenibilità ambientale, garantisce tempi di consegna rapidi: entro 15 giorni lavorativi dalla richiesta. Dal punto di vista economico, la gara ha portato a uno sconto medio del 12,60% sul valore nominale del buono, mentre la commissione applicata agli esercenti dalle società emettitrici è fissata contrattualmente nel valore massimo di 4,99%, riducendo i costi per i piccoli operatori e migliorando la qualità del servizio. La numerosità degli esercizi convenzionati, garantita dalla gara, assicura una maggiore spendibilità dei buoni e più possibilità di scelta per gli utilizzatori. La gara Consip, rientrante nel Programma per la razionalizzazione degli acquisti nella PA, è stata aggiudicata a 6 operatori economici, con ottimi risultati in termini di partecipazione e competitività.

Fincantieri: al via nuovo piano industriale, difesa e underwater driver di crescita

Via libera del cda di Fincantieri al piano industriale 2026-2030 e alla strategia di sostenibilità sviluppata in continuità con il processo di transizione sostenibile e a supporto degli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite nonché il Piano di Sostenibilità 2026-2030. Il piano prevede una crescita dei ricavi in tutti i segmenti di business accompagnata da un significativo aumento dei margini, anche grazie alle iniziative di efficientamento e all’evoluzione del business mix, e da un utile netto in progressiva espansione per raggiungere circa 500 milioni di euro al 2030. Nel periodo di piano si prevede un’accelerazione della generazione di cassa che porterà ad un’ulteriore riduzione della leva finanziaria. Il gruppo punta al consolidamento e aumento delle efficienze nelle navi da crociera, alla spinta alla crescita nella Difesa e nella subacquea sfruttando i macrotrend con il primo comparto che beneficera’ dei 2930 miliardi di dollari budget globale al 2030 (+18,5% rispetto al 2025) per la situazione geopolitica attuale e l’underwater che potrebbe raddoppiare tra il 2026 e il 2030 da 22 a 43 miliardi di euro trainato sia dalle necessita’ in ambito strettamente militare (“in risposta a minacce sempre piu’ ibride e asimmetriche”) sia in ambito civile per la protezione delle infrastrutture subacquee. Sono questi i driver del nuovo piano industriale di Fincantieri al 2030 che punta a raggiungere a fine periodo i 12,5 miliardi di euro di ricavi con il 10% di ebitda margin e un utile netto di 500 milioni. Nella crocieristica  il piano “F4” (“Fast Forward Further Future”), che sara’ presentato alla comunita’ finanziaria entro il primo trimestre, punta ad aumentare la capacita’ produttiva “con investimenti mirati nei cantieri italiani” e la “riallocazione di parte del carico di lavoro di sezioni e tronconi nel cantiere di Tulcea in Romania”.

Fincantieri intende sviluppare il backlog pluriennale, “proseguendo il percorso di incremento dell’efficienza e riduzione dei costi nei cantieri”, efficientando le attivita’ di Marine Interiors e rafforzando il business del Service e Refitting “con una nuova offerta integrata”. Nella difesa, Fincantieri punta al raddoppio della capacita’ produttiva, a rafforzare la struttura produttiva globale “per potenziare la competitivita’ commerciale nell’export”. Previsto inoltre il rafforzamento delle competenze Whole Warship. Nel settore offshore e navi speciali, il gruppo vuole aumentare la capacita’ produttiva in Romania e Vietnam e specializzare i cantieri norvegesi sviluppando i segmenti Naval e Repair. Previsto inoltre un nuovo polo di ingegneria in Vietnam. Nell’underwater il gruppo punta a sviluppare l’offerta commerciale nel settore delle tecnologie non convenzionali e ad accelerare lo sviluppo di piattaforme e sistemi autonomi, “attraverso un ambizioso piano di investimenti e partnership strategiche”.

“Il Piano Industriale 2026-2030 – commenta l’amministratore delegato PIerroberto Folgiero –  rappresenta prima di tutto il manifesto industriale che nasce da una visione strategica del futuro, in un momento in cui la nostra industria sta attraversando un macro-trend positivo, sia nel settore civile che in quello militare. Con questo Piano, entriamo in una nuova fase di crescita: rafforziamo la capacità produttiva, aumentiamo la competitività e manteniamo il focus sul nostro core business e sull’efficienza operativa. Nei prossimi anni raddoppieremo la capacità produttiva nei cantieri italiani della Difesa, incrementeremo la competitività nei segmenti civili e offshore, consolideremo il nostro ruolo in un settore strategico come quello dell’underwater e saremo pronti a cogliere nuove opportunità in mercati internazionali. Proseguiamo i progetti strategici avviati nel precedente Piano, puntando sull’integrazione tra nave fisica e nave digitale, con lo sviluppo della ‘navis sapiens’ e l’evoluzione dei sistemi di propulsione verso soluzioni sempre più sostenibili, dai carburanti puliti all’idrogeno, fino all’ambizione del nucleare. Questo Piano non è solo una risposta alla crescente domanda globale, ma l’espressione di una strategia che mette al centro la capacità di evolvere, integrare talenti e tecnologie, rafforzare la filiera e ampliare i confini dell’industria navale, consapevoli che il valore di Fincantieri si misura nella solidità dei risultati, nella crescita delle competenze e nella capacità di generare impatto industriale e occupazionale per il Paese”.

Ariston acquisisce il 100% di Riello

Ariston Group ha sottoscritto un accordo con società controllate da Carrier Global Corporation per l’acquisizione del 100% delle azioni e dei diritti di voto di Riello Group e Riello America Llc. Fondata nel 1922 a Legnago, in Veneto, Riello opera nel settore del comfort climatico e delle combustion technologies. Per il 2025, i ricavi netti del gruppo Riello sono attesi pari a circa 400 milioni di euro con un margine operativo lordo (Ebitda) rettificato pari a circa 35 milioni di euro. Le parti hanno concordato un enterprise value di 289 milioni di euro, includendo la stima delle sinergie a regime.

Vigili del Fuoco ed Enel insieme per rafforzare la sicurezza e sviluppare progetti innovativi

Vigili del Fuoco ed Enel hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per rinnovare la collaborazione e per rafforzare le attività di coordinamento e di soccorso e sviluppare progetti innovativi. Il documento, firmato oggi dal Capo Dipartimento dei Vigili del Fuoco del soccorso pubblico e della difesa civile, Attilio Visconti, e dal Direttore Italia del Gruppo Enel, Nicola Lanzetta, nell’ufficio del prefetto Visconti individua le aree di comune interesse per sviluppare piani d’azione congiunti idonei a prevenire e a gestire situazioni critiche, emergenze e calamità naturali. Presente alla firma il Capo del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco, Eros Mannino. “La prevenzione incendi è una delle funzioni istituzionali del Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco e ha come obiettivi diretti la sicurezza e l’incolumità degli operatori e delle persone e la tutela dei beni e dell’ambiente. Per questo il Dipartimento assicura il coordinamento degli interventi tecnici caratterizzati dal requisito dell’immediatezza della prestazione per i quali siano richieste professionalità specialistiche e idonee risorse strumentali. Il protocollo che firmiamo oggi ci permette di adempiere a questi compiti anche con la promozione di adeguate attività di formazione e di collaborazione per adeguati e mirati percorsi di studio e ricerca”, afferma il Capo Dipartimento Visconti. L’obiettivo del protocollo è migliorare la gestione delle attività di interesse comune per l’ottimizzazione delle procedure e dei flussi di comunicazione, l’elaborazione di attività di formazione e di esercitazione per incrementare la consapevolezza dei rischi associati alle diverse attività e azioni congiunte per facilitare ulteriormente la cooperazione e la conoscenza del territorio, la prevenzione degli incendi e di altre situazioni di emergenza. Il Capo del Corpo Mannino ha sottolineato come “Protocolli operativi come quello firmato oggi contribuiscono allo scambio di informazioni e all’implementazione di procedure in modo da assicurare la sicurezza degli operatori e dei lavoratori”. Il documento prevede infatti lo sviluppo condiviso di progetti ad alto contenuto tecnologico finalizzato a implementare l’adozione di piattaforme per supportare l’attività di soccorso anche mediante l’utilizzo di droni e robot a comando remoto e l’utilizzo di sistemi di sensoristica e intelligenza artificiale per l’acquisizione e la gestione dei dati.

Italgas: Fitch Ratings conferma rating e outlook

L’agenzia di rating Fitch ha confermato  il merito di credito di lungo termine di Italgas  a BBB+, Outlook Stabile. La conferma segue la presentazione del Piano Strategico 2025-2031 e riflette la posizione di Italgas quale soggetto leader nella distribuzione gas in Europa, l’efficienza operativa, la solidità e flessibilità finanziaria del Gruppo e la stabilità del quadro regolatorio italiano. L’Outlook Stabile riflette l’aspettativa di Fitch che Italgas consegua un deleveraging in arco piano, supportato da un profilo dell’indicatore funds from operations (FFO) net leverage migliore rispetto alle soglie associate all’attuale rating.

Assopetroli e Assogasmetano insieme per la nascita dell’associazione unica per la filiera dei carburanti

Creare un sistema di rappresentanza più integrato e innovativo, valorizzando le sinergie e guidando il settore verso nuove opportunità per la filiera dei carburanti. È questo l’obiettivo della fusione tra Assopetroli-Assoenergia e Assogasmetano, che segna una svolta per il settore energetico italiano. L’operazione mira ad ampliare gli ambiti di rappresentanza delle imprese associate, che coprono circa il 75% del fabbisogno nazionale di prodotti petroliferi ed energetici e gestiscono il 50% delle stazioni di servizio presenti sulla rete italiana, con oltre 12.000 punti vendita. Un passaggio storico, anche alla luce della decisione della Commissione europea di revocare lo stop ai veicoli endotermici inizialmente previsto per il 2035. L’evento di celebrazione “Insieme per il futuro” che si è tenuto oggi a Roma, presso la sede Centrale di ACI, è stato aperto dall’intervento di Lisa Orlandi, economista petrolifera di Ricerche Industriali ed Energetiche (RIE), e introdotto da Andrea Rossetti, Presidente Assopetroli-Assoenergia e Flavio Merigo, Presidente Assogasmetano. Il dialogo tra i presidenti ha anticipato gli interventi istituzionali, tra cui quello del Sottosegretario al Ministero delle Imprese e del Made in Italy Massimo Bitonci e il video messaggio inviato dal Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, e ha sottolineato il ruolo della fusione nel rafforzare la rappresentanza nazionale ed europea delle imprese, favorire la razionalizzazione dei servizi e consolidare il settore dei carburanti liquidi e gassosi, dai tradizionali ai low carbon fuels (LCF).

“Con questa fusione diamo vita a un’associazione più forte, coesa e capace di rappresentare l’intera filiera dei carburanti, valorizzando le imprese sia nel settore tradizionale che in quello dei biocarburanti e del gas per autotrazione”, ha dichiarato Andrea Rossetti, Presidente di Assopetroli-Assoenergia. “L’integrazione con Assogasmetano non è solo un’operazione organizzativa, ma una scelta strategica per rafforzare la nostra capacità di advocacy, garantire continuità gestionale, ottimizzare i servizi agli associati e sostenere una transizione energetica del Paese che sia ordinata e non ideologica”. “La fusione con Assopetroli-Assoenergia rappresenta anche per le imprese del settore del biometano un’opportunità concreta di crescita e visibilità, oltre che di partecipazione attiva al percorso di decarbonizzazione del Paese. Una questione, quella dell’importanza dei carburanti sostenibili, che abbiamo condiviso anche con il ministro Pichetto Fratin, che ringraziamo per aver posto il tema a Bruxelles”, ha aggiunto Flavio Merigo, Presidente di Assogasmetano. “In tale scenario, il nuovo assetto associativo permette di continuare il percorso intrapreso e mettere a sistema competenze, esperienze e servizi; è un momento storico per il settore, che dimostra come l’unità possa trasformarsi in innovazione e capacità di incidere sulle scelte strategiche e normative”.

Nel corso dell’evento si è tenuta anche la tavola rotonda “Verso una filiera energetica integrata: riflessioni strategiche sul ruolo dei biocarburanti nella transizione energetica” a cui hanno preso parte Giovanni Perrella, Esperto Senior della Segreteria Tecnica del Dipartimento Energia – Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Attilio Punzo, Direttore Direzione Riconoscimento Incentivi e Titoli – GSE, Dario Falchi, Amministratore Delegato Retitalia S.p.A e Stefano Fiorini, Amministratore Delegato Iter s.r.l.

Holcim comprerà la peruviana Cementos Pacasmayo per 1,5 mld dollari

Holcim ha dichiarato che acquistera’ una quota di maggioranza nel produttore peruviano di materiali da costruzione Cementos Pacasmayo, con un accordo che valuta l’azienda target nel suo complesso 1,5 miliardi di dollari. Il fornitore svizzero di materiali da costruzione ha dichiarato che la transazione avra’ un effetto positivo sull’utile per azione nel primo anno. Questa mossa prosegue l’espansione di Holcim in America Latina e arriva un anno dopo il suo ingresso in Peru’. Cementos Pacasmayo e’ quotata alla Borsa di Lima e alla Borsa di New York. La transazione dovrebbe concludersi nella prima meta’ del 2026.

Nextchem (Maire) si aggiudica uno studio di fattibilità per un impianto di riciclo chimico del polimero in Germania

Maire annuncia che Nextchem, tramite la sua controllata MyRemono, si è aggiudicata da Röhm, uno dei principali produttori mondiali nel campo della chimica dei metacrilati, con siti di produzione e ricerca in Europa, Nord America e Cina, uno studio di fattibilità site-specific per un impianto di riciclo chimico degli scarti di polimetilmetacrilato (PMMA) presso il sito produttivo di Röhm a Worms, Germania sud-occidentale. L’iniziativa è in linea con l’obiettivo di Röhm di eliminare completamente l’incenerimento e lo smaltimento in discarica dei rifiuti di produzione legati al PMMA tramite il riciclo entro il 2030, riaffermando il suo impegno nel promuovere la circolarità e i materiali sostenibili nell’industria del PMMA. Questa azione fa leva sulla tecnologia NXRe™ di NEXTCHEM, un avanzato ed efficiente processo di depolimerizzazione basato sull’utilizzo del metallo fuso per il riciclo chimico continuo del PMMA. La tecnologia modulare NXRe™ consente la depolimerizzazione continua degli scarti di PMMA – provenienti sia da flussi pre- che post-consumo – in metilmetacrilato riciclato (r-MMA) ultra-puro, con qualità pari al vergine. L’impianto è progettato per una capacità di 5.000 tonnellate all’anno, completamente integrato nel sito produttivo di PMMA esistente di Röhm. Rispetto agli attuali processi di produzione di MMA vergine, si prevede che il MMA riciclato prodotto con la tecnologia NXRe™ riduca l’impronta di carbonio di oltre il 90%[2]. Questa riduzione significativa è possibile grazie a un approccio circolare: gli scarti PMMA – classificati come Materia Prima Secondaria (MPS) – vengono utilizzati come materia prima, sostituendo le risorse fossili per la produzione di MMA vergine e azzerando le emissioni legate alla loro estrazione e lavorazione. Questo accordo rappresenta un’ulteriore tappa che pone le basi per il licensing della tecnologia NXRe™ PMMA, per la quale il primo impianto su scala industriale in Italia è in fase di costruzione e sarà completato nel 2026. Fabio Fritelli, Managing Director di NEXTCHEM, ha commentato: “La nostra tecnologia NXRe™ PMMA è una pietra miliare della nostra strategia per i materiali sostenibili. Questo studio di fattibilità con Röhm, leader nella produzione di PMMA, rappresenta un passo fondamentale verso l’industrializzazione di soluzioni avanzate di riciclo e dimostra il valore di partnership solide nel guidare la transizione energetica. Insieme, rafforziamo la rete europea di circolarità del PMMA e promuoviamo l’innovazione per un futuro a basse emissioni di carbonio”.

Anci e Plastic Free Onlus insieme per promuovere la sostenibilità nei Comuni italiani

Un passo importante verso una cooperazione più stretta tra istituzioni e società civile nella lotta all’inquinamento da plastica. È stato siglato oggi a Roma il protocollo d’intesa tra ANCI – Associazione Nazionale dei Comuni Italiani – e Plastic Free Onlus, organizzazione di volontariato impegnata dal 2019 nella salvaguardia del pianeta e nella riduzione dell’impatto della plastica sull’ambiente. L’accordo favorirà azioni congiunte di sensibilizzazione per cittadini e amministrazioni, promuovendo la corretta gestione dei rifiuti plastici e lo sviluppo di buone pratiche locali. Il protocollo stabilisce un canale diretto tra Plastic Free e la rete dei Comuni italiani per condividere iniziative, rafforzare la collaborazione territoriale e dare visibilità alle esperienze virtuose. “La tutela dell’ambiente e, in particolare, la lotta all’inquinamento da plastica, sono priorità assolute per le nostre amministrazioni locali. Per questo motivo, siamo estremamente soddisfatti di formalizzare la partnership con Plastic Free, un’organizzazione di volontariato che ha dimostrato un impegno e una capacità di mobilitazione straordinari sul campo”, ha dichiarato Gaetano Manfredi, presidente ANCI. “Il protocollo – ha aggiunto – è strategico per moltiplicare l’impatto delle nostre azioni ambientali a livello comunale, attraverso la promozione delle buone pratiche per una corretta gestione dei rifiuti plastici. Lavoreremo insieme per trasformare i nostri Comuni in veri e propri motori di cambiamento, sensibilizzando i cittadini e sostenendo una coscienza ecologica diffusa. Solo attraverso questa sinergia tra associazionismo volontario e istituzioni possiamo davvero salvaguardare il nostro pianeta e costruire un futuro più sostenibile per le nuove generazioni”. “Siamo orgogliosi di questo accordo con ANCI – ha dichiarato Luca De Gaetano, presidente di Plastic Free – perché rafforza il nostro impegno quotidiano sul territorio, al fianco di centinaia di amministrazioni comunali. I Comuni sono protagonisti della transizione ecologica e possono essere un motore straordinario di cambiamento, soprattutto nella lotta all’inquinamento da plastica. Mettere in rete esperienze, progetti e attività di sensibilizzazione significa costruire insieme un’Italia più sostenibile”. Plastic Free ha già siglato 524 protocolli con Comuni italiani. Tra le iniziative più significative, il riconoscimento “Comune Plastic Free”, assegnato lo scorso 8 marzo a 122 realtà virtuose al Teatro Mediterraneo di Napoli, sotto l’alto patrocinio delle principali istituzioni nazionali. La prossima premiazione si terrà il 14 marzo 2026 al Teatro Olimpico di Roma, mentre l’elenco dei Comuni 2026 sarà annunciato il 14 gennaio alla Camera dei deputati.

Il protocollo prevede il reciproco impegno a valorizzare e divulgare le rispettive iniziative ambientali. ANCI supporterà la diffusione delle attività di Plastic Free nella rete dei Comuni, mentre l’associazione coinvolgerà ANCI nei progetti rilevanti e darà visibilità alla collaborazione attraverso i propri canali. Con questo accordo, ANCI e Plastic Free pongono le basi per una cooperazione strutturata, orientata alla tutela ambientale e alla partecipazione attiva delle comunità locali.

Osservatorio Skuola-Aspi:  quasi un giovane su due guida ancora con lo smartphone ma i rischi si riducono con l’educazione stradale

Distrazione, stanchezza, eccesso di velocità, uso dello smartphone alla guida: tra le nuove generazioni la sicurezza stradale continua a essere un tema critico. Ma c’è una buona notizia. Infatti, un certo tipo di educazione stradale – quella fatta di incontri con esperti, vittime di incidenti stradali e loro familiari – può incidere positivamente sia nel breve che nel lungo termine. Sono proprio i diretti interessati a parlarne apertamente: 2.100 ragazze e ragazzi – di età compresa tra i 16 e i 24 anni – che hanno partecipato all’Osservatorio “Non chiudere gli occhi”, realizzato da Skuola.net in collaborazione con Autostrade per l’Italia, nell’ambito dell’omonimo progetto di sensibilizzazione rivolto direttamente a studenti e scuole, ovvero laddove l’educazione stradale rappresenta uno dei temi centrali delle ore di Educazione civica, soprattutto con le nuove linee guida introdotte lo scorso anno. E, proprio grazie a questa opportunità, sono incoraggiati sempre di più gli effetti degli incontri svolti in classe, soprattutto se fatti con esperti, forze dell’ordine, persone coinvolte in incidenti o familiari di vittime della strada. Qualcosa di ben diverso – e quindi complementare – rispetto ai tradizionali corsi di guida che preparano agli esami della patente, dove si punta più sui quiz e sulla tecnica di guida che sui valori civici. Non a caso, il 41% di chi ha partecipato a momenti formativi di quel tipo afferma di aver cambiato in modo significativo e duraturo il proprio comportamento, sia nelle vesti di conducente sia come passeggero o pedone. E un ulteriore 43% parla di un impatto positivo, seppur temporaneo. In totale, dunque, 8 giovani su 10 riconoscono un effetto concreto di tali attività.

Tornando al quadro generale del comportamento in strada, resta comunque ancora molto lavoro da fare.  Ad esempio, quasi 1 giovane su 2 – conducente abituale di un mezzo di trasporto (dall’automobile al motociclo, passando per bici e monopattini) – utilizza di frequente lo smartphone mentre è alla guida; 1 su 5 ammette di essersi messo più di una volta al volante sotto l’effetto di alcol, sostanze o farmaci che riducono la lucidità; 2 su 3 guidano spesso e volentieri quando sono stanchi o affaticati; 4 su 10 superano regolarmente i limiti di velocità. Al tempo stesso, però, confrontando questi dati con quelli delle precedenti edizioni dell’Osservatorio – attivo dal 2023 – quasi tutti gli indicatori risultano in miglioramento: segno che il combinato disposto delle azioni intraprese negli ultimi anni – dall’educazione stradale a scuola alle novità sul Codice della Strada, passando per le campagne di sensibilizzazione, fino alla crescente diffusione di tecnologie di ausilio alla guida – sta dando i suoi frutti. L’uso dello smartphone al volante (o al manubrio), per dire, registra un calo di “trasgressori” di circa il 20%: nel 2025 a dichiarare di non utilizzarlo mai e poi mai quando è “in marcia” è il 56% degli intervistati, quando esattamente due anni fa erano il 46%. Anche l’attenzione complessiva sembra crescere: la quota di chi si dice “sempre o spesso distratto” oggi è al 17%, contro il 21% degli anni precedenti. Aumenta, poi, il rispetto delle norme base di sicurezza: coloro che dichiarano di indossare sempre casco, cinture o di rispettare i limiti sul numero di passeggeri a bordo salgono al 70%, con un miglioramento anche qui rispetto al 60% di due anni fa. Al centro dei pensieri di ragazze e ragazzi, inoltre, non c’è solo la tutela della propria incolumità o di chi si incontra lungo il cammino. Tantissimi giovani, infatti, impongono anche ai loro “ospiti” di rispettare le regole: ora sono il 60%, in aumento di oltre il 10% rispetto alla prima edizione dell’indagine. Quanto appena descritto, più in generale, rappresenta il frutto di una crescente consapevolezza del rischio a tutto tondo. Come conferma il 58% degli intervistati, che afferma di pensare spesso alle possibili conseguenze delle proprie azioni alla guida: nel 2023 rispondeva così il 49% dei conducenti. La conseguenza principale di tale, confortante, trend è un calo evidente della percentuale di giovani che, in tempi recenti, dicono di aver causato incidenti – o di aver rischiato di farlo – proprio per via di un approccio superficiale al Codice della Strada: dal 58% di un biennio fa si passa all’attuale 49%.

Come anticipato, però, bisogna continuare – è il caso di dirlo – su questa strada visto che la meta – obiettivo zero vittime – è ancora lontana. Per iniziare, si dovrebbe intensificare ulteriormente l’Educazione stradale a scuola. Ad oggi, oltre 1 studente su 2 – il 55% – dichiara di non aver mai svolto un’attività del genere durante il proprio percorso didattico. E, visto che i docenti possono – comprensibilmente – non essere esperti del tema, è fondamentale aumentare l’offerta didattica resa loro disponibile dagli specialisti, come il “Progetto sicurezza stradale a scuola – Non chiudere gli occhi”, al quale hanno aderito dal 2023 più di 450 istituti, coinvolgendo oltre 34 mila alunni di circa 1.500 classi. La proposta di Autostrade per l’Italia, infatti, offre anche quest’anno agli insegnanti delle scuole secondarie di secondo grado un pacchetto “chiavi in mano” di attività sull’educazione stradale, inclusa la possibilità di far cimentare i propri studenti con un contest creativo o di poter incontrare a scuola esperti e testimonial. L’educazione stradale diventa quindi, un passaggio fondamentale, anche e soprattutto a beneficio di chi “popola” la strada rispetto a quanto fatto con i “colleghi” conducenti: basti pensare che oltre 9 giovani automobilisti su 10 rallentano sempre prima delle strisce pedonali, mentre 8 su 10 decelerano sempre in caso di cantieri stradali. Inoltre, in questi giorni, Autostrade per l’Italia e Polizia Stradale hanno lanciato la nuova campagna “Guida senza rischi”, che sarà on-air fino al 25 dicembre. Un’iniziativa che mette in evidenza il nesso diretto tra alcune abitudini scorrette e l’aumento del rischio alla guida. Ogni comportamento – non allacciare la cintura, usare lo smartphone durante la marcia, superare i limiti di velocità – è affiancato al rischio concreto che ne deriva, rendendo evidente come una scelta apparentemente minima possa incidere sulla sicurezza degli utenti e dei lavoratori presenti lungo la rete.

Wef e Bcg: sono già milioni gli anni di vita sana persi a livello globale a causa della crisi climatica

Il cambiamento climatico è un fattore di rischio sistemico che incide direttamente sulla salute delle persone. Ciò che colpisce le popolazioni oggi si ripercuote domani su produttività, mercati e stabilità delle imprese. Secondo un rapporto del World Economic Forum (WEF), sviluppato insieme a Boston Consulting Group (BCG), titolato Building Economic Resilience to the Health Impacts of Climate Change, senza adeguate politiche di adattamento, entro il 2050 i cambiamenti climatici potrebbero causare 14,5 milioni di morti, che si traducono in oltre 12.500 miliardi di dollari di perdite economiche a livello globale. È un dato che fa riflettere, ma che non stupisce considerando come, nell’ultimo decennio, gli eventi meteorologici estremi abbiano accresciuto il tasso di mortalità di 15 volte nelle regioni più fragili rispetto ai Paesi dotati di maggiori strumenti di prevenzione e risposta alle emergenze. Eppure, nonostante la rilevanza del fenomeno, meno del 5% dei finanziamenti globali per l’adattamento climatico è oggi destinato alla tutela della salute, lasciando aperto un divario che rischia di ampliarsi proprio mentre l’urgenza cresce. “È un sottofinanziamento strutturale, spiega Alessandra Catozzella, Managing Director e Partner di BCG. Abbiamo investito per decenni negli asset, perché il danno fisico si vede subito. Ma il danno alla salute è il fattore che più inciderà sulla produttività futura.” “Il clima è un enorme problema di business: colpisce gli individui, ma allo stesso modo le imprese.” continua Lorenzo Fantini, Managing Director e Partner di BCG. “I tre settori più esposti, agrifood, costruzioni e sanità, rappresentano una quota rilevante del Pil italiano. Quando le temperature superano certe soglie, i cantieri si fermano, la produttività crolla, le filiere si interrompono. E gli eventi che consideravamo “una volta ogni 500 anni” stanno diventando “una volta ogni 50”. Per anni le aziende si sono concentrate sulla protezione degli asset, ora stanno capendo che il vero rischio riguarda le persone.” Lo studio analizza infatti i tre settori più esposti, che insieme rischiano di perdere 1.500 miliardi di dollari di produttività livello globale. Il dato, calcolato in uno scenario intermedio, non comprende il settore assicurativo, suggerendo che l’impatto complessivo sull’economia globale potrebbe risultare significativamente maggiore. Nel settore agricolo e dei prodotti alimentari, che impiega circa il 30% della forza lavoro globale, l’aumento delle temperature, la diffusione di malattie trasmesse da vettori, la perdita di resa dei raccolti e i cambiamenti nella qualità nutrizionale dei prodotti agricoli potrebbero compromettere l’offerta alimentare mondiale. La produttività persa, in termini di disponibilità di manodopera, per malattie legate al clima tra il 2025 e il 2050 è stimata in 740 miliardi di dollari, mentre fino a 24 milioni di persone potrebbero trovarsi in condizioni di fame a causa dell’instabilità produttiva. Alcuni studi indicano inoltre che la produzione di colture più diffuse potrebbe ridursi fino al 35%, proprio mentre la domanda globale aumenta.

L’aumento delle temperature e gli eventi climatici estremi influiscono anche sul comparto che comprende edilizia, progettazione degli spazi abitati e infrastrutture urbane, generando perdite di produttività, ritardi nelle attività di costruzione e svalutazione degli asset. Secondo il report, tra il 2025 e il 2050 i lavoratori dell’edilizia subiranno almeno 30 milioni di DALY (Disability-Adjusted Life Years[1]), ovvero anni che, a causa di malattie correlate al clima, non verranno vissuti in buona salute, con un impatto economico stimato di almeno 570 miliardi di dollari di output perso. Anche il comparto sanitario si trova davanti a un paradosso: da un lato sarà chiamato a gestire un aumento significativo delle malattie legate al clima, dalle patologie cardiovascolari aggravate dal calore, alle infezioni come dengue e malaria, fino alle malattie respiratorie dovute a ozono e particolato; dall’altro rischia esso stesso di vedere ridotta la propria capacità operativa a causa dell’aumento di morbilità tra i lavoratori della salute. Le perdite in termini di DALY saranno 8 milioni per il comparto, con conseguente perdita di produttività stimata in 200 miliardi di dollari entro il 2050, mentre i costi sanitari aggiuntivi legati all’aggravarsi delle “patologie climatiche” potrebbero raggiungere 1.100 miliardi di dollari nello stesso arco temporale. Secondo il report, ogni incremento di 1°C oltre i 29°C comporta già oggi un aumento del 5% dei ricoveri ospedalieri in grandi centri urbani. Il quarto settore analizzato, quello delle assicurazioni, non è incluso nel calcolo delle perdite di produttività, ma è destinato a subire forti ripercussioni. L’aumento della mortalità e delle malattie croniche legate al clima farà crescere i sinistri in ambito salute, vita e responsabilità civile, con implicazioni sui premi, sulla sostenibilità delle coperture e sull’accessibilità ai servizi. Nei Paesi a basso reddito solo l’8% della popolazione dispone di una copertura sanitaria, un divario che rischia di ampliarsi ulteriormente man mano che il costo dei sinistri aumenta e le compagnie riducono la loro presenza nelle aree più esposte.

“A Nuova Delhi due terzi dei lavoratori sono pagati a giornata e quando l’inquinamento supera una certa soglia, non possono lavorare. Per questo è nata una polizza parametrica che paga automaticamente il salario perso: è un esempio di come innovazione assicurativa e clima possano intrecciarsi, che potrebbe trovare applicazioni anche in Europa, soprattutto nei settori più vulnerabili.” Afferma Catozzella. “Non basta più rimborsare i sinistri, le assicurazioni devono diventare motori di prevenzione: incentivare screening, stili di vita sani, vaccinazioni, turni adeguati, edilizia più resiliente. Quando premi i comportamenti virtuosi, riduci i sinistri. Per ogni euro investito in prevenzione, il settore ne risparmia sei o sette.”

In questo contesto, l’AI è uno strumento strategico. Come spiega Fantini: “abbatte barriere di costo e complessità. Permette di analizzare dati climatici, sanitari e comportamentali, fornendo prevenzione personalizzata. Le assicurazioni possono costruire modelli di pricing più sofisticati, le aziende possono capire come proteggere i propri lavoratori e i sistemi sanitari possono anticipare i picchi di domanda.” Il report non si limita però a un quadro di rischi: individua anche le aree in cui l’innovazione può creare nuove opportunità. Dalle sementi più resistenti a caldo e siccità ai farmaci termostabili che superano la dipendenza dalla catena del freddo; dalle tecnologie di raffrescamento passive negli edifici alle soluzioni assicurative parametriche capaci di attivare rapidamente indennizzi in caso di ondate di calore o picchi di inquinamento, la capacità di adattamento può trasformarsi in un vantaggio competitivo. Nel settore agricolo, ad esempio, l’agricoltura rigenerativa potrebbe generare ritorni compresi tra il 15% e il 25% nell’arco di dieci anni, mentre nuove tecnologie di agricoltura di precisione permettono già oggi di ridurre l’uso di pesticidi fino al 70%, con benefici per lavoratori, ambiente e qualità delle produzioni. Per le imprese, la posta in gioco è duplice: proteggere le persone e garantire continuità operativa in un contesto sempre più complesso. Ogni anno di ritardo nell’integrare capacità di resilienza nelle decisioni aziendali aumenta i rischi per la salute e la produttività, rendendo più onerosi gli interventi necessari in futuro. D’altro canto, investire oggi significa evitare costi ben maggiori domani e costruire un’economia più stabile, competitiva e sana, in tutti i sensi.

Confcommercio: approvato dal ministero della Giustizia l’aggiornamento del Codice Etico

Il ministero della Giustizia ha approvato la nuova versione, aggiornata con le ultime novità legislative, del Codice Etico di Confcommercio, redatto ai sensi del D.Lgs. 231/2001 relativo alla responsabilità amministrativa degli Enti. Il Codice – già approvato dal Ministero negli anni 2003, 2009, 2016 e 2022 – è stato rivisto con particolare attenzione alle recenti sentenze di legittimità e sulla base degli interventi legislativi che hanno portato all’inserimento di nuove fattispecie nel novero dei reati presupposto di cui al D.Lgs. 231/2001. Tra i nuovi reati per i quali è prevista la responsabilità amministrativa degli enti vi sono: delitti contro il patrimonio culturale, reati informatici, delitto di frode nelle pubbliche forniture e reato di frode in agricoltura, reati di peculato, ulteriori reati tributari e i c.d. reati di contrabbando, reato di indebita destinazione di denaro o cose mobili, delitti contro gli animali, ulteriori reati societari con particolare riferimento alle operazioni transfrontaliere di fusione, trasformazione e scissione. La revisione ha, inoltre, comportato l’inserimento delle nuove Sezioni dedicate a “Crisi d’Impresa e dell’insolvenza”, “Il Modello 231 e i rischi associativi e di infiltrazione mafiosa”, e “I fattori ESG, le dichiarazioni non finanziarie e il rating di legalità”; nonché la integrale modifica della disciplina in materia di whistleblowing. Con questo documento, la Confederazione intende offrire alle imprese associate uno strumento di supporto – considerato dal Ministero della Giustizia “idoneo” a prevenire la commissione dei reati – per la predisposizione dei propri modelli di organizzazione e gestione ai sensi del D.Lgs. 231/2001.

 

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