IL RAPPORTO ANNUALE

Demanio, attivati oltre 5 miliardi di investimenti dal 2022. Dal Verme: “Persone, immobili e territori al centro di un metodo di lavoro condiviso. Il masterplan sia uno strumento di visione”

09 Lug 2026 di Mauro Giansante

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Demanio, attivati oltre 5 miliardi di investimenti dal 2022. Dal Verme: “Persone, immobili e territori al centro di un metodo di lavoro condiviso. Il masterplan sia uno strumento di visione”

ALESSANDRA DAL VERME DIRETTRICE GENERALE AGENZIA DEL DEMANIO

Cinque miliardi e cento milioni di investimenti attivati dal 2022 al 2025, un quinto già realizzati, interventi conclusi in aumento del 175% dal 2022 e del 255% dal 2021, cioè da 89 a 242 miliardi di euro, interventi avviati in crescita del 55% nell’ultimo quadriennio e saliti così a 619 (ultimo aggiornamento gennaio 2026) per un valore di 1,6 miliardi (+310%). Numeri importanti, tutti questi, ma che non bastano a capire fino in fondo il lavoro svolto dall’Agenzia del Demanio sotto la direzione di Alessandra dal Verme. Un protagonismo crescente raccontato dal quarto rapporto annuale presentato ieri alla Camera dei Deputati.

L’Agenzia è sempre più leader nella veste di stazione appaltante, prima nella classifica Oice per appalti in Bim. Allo stesso modo, il piano di razionalizzazione della logistica delle amministrazioni pubbliche ha portato a risparmi cumulati di spesa per locazioni passive di 144 milioni di euro a regime dal 2026 (24 milioni di euro nel 2025). Parallelamente, nel 2025, le iniziative di valorizzazione hanno attratto 120 milioni di euro di investimenti privati, confermando il crescente interesse del mercato verso i progetti promossi dall’Agenzia.

Che, nel suo complesso, vanta un patrimonio di 5.415 immobili, per un valore complessivo stimato di 63,2 miliardi di euro. Si tratta di 44 milioni di metri quadrati di fabbricati, tra caserme, uffici, carceri, edifici storici e musei, e di 1,3 miliardi di metri quadrati di aree, riserve naturali, boschi e terreni.

Un patrimonio che, ha spiegato dal Verme, è interessato da un vero e proprio “processo di trasformazione rigenerativa” affinché gli immobili siano definitivamente “strumento attivo del Paese, leva di sviluppo dei territori e di creazione di valore per la collettività”. E al centro di questo processo ci sono “la persona, la conoscenza degli immobili e del territorio che li ospita, il metodo di condivisione e la partecipazione pubblico-pubblico e pubblico-privato”.

Un metodo, tra l’altro, basato su sostenibilità e sicurezza. Infatti, solo nel 2025 sono stati monitorati 78 indicatori Esg, con l’85% dei target raggiunti. Gli interventi realizzati hanno prodotto una riduzione delle emissioni di CO₂ del 66%, un calo medio dei consumi energetici del 68% rispetto alla situazione antecedente agli interventi e una riduzione del consumo di suolo del 12%. Quanto alla sicurezza, sono circa 3.000 gli immobili interessati da audit sismici, con 2.700 attività concluse, 310 fabbricati coinvolti in interventi di riqualificazione energetica e adeguamento sismico. Nel 2025 sono stati messi in sicurezza 67.000 metri quadrati di spazi pubblici.

Grande importanza la hanno, poi, le tecnologie. Detto dei 180 progetti di digitalizzazione solo nel 2025, con una crescita del 18% dei servizi Ict, dal Verme ha parlato di “tecnologie avanzate, qualità nella progettazione, linguaggi condivisi e azioni misurabili” quali “fattori che alimentano la conoscenza e la gestione innovativa del patrimonio immobiliare dello Stato. Il patrimonio pubblico, compreso e vissuto dalle comunità cui appartiene, diventa così motore di rigenerazione e genera valore duraturo”.

Tra gli esempi citati durante la presentazione del rapporto ci sono quelli di Tor Vergata e Perugia. “Quando il cittadino vede l’assenza dello Stato, crea degrado, c’è quasi una sorta di violenza e aggressività verso l’immobile pubblico. Come abbiamo trovato il sito di Torvergata voi non lo immaginate, faceva paura a entrarci”, ha detto dal Verme.  Alla Vela di Calatrava dopo l’intervento di riqualificazione “i giovani che sono arrivati per il Giubileo hanno visto quella luce e quello splendore”, “immaginare – aggiunge – se avessero visto una vela abbandonata, che cadeva in pezzi. È stata tutta re-imbullonata, ridipinta, riqualificata e collaudata come tutti gli impianti sottostanti a partire dall’arena”. “Bisogna far vedere ai giovani che la città anche in periferia produce valore, bellezza, sviluppo e occasioni”. Quanto alle carceri, ce ne sono tante dove “fa paura entrare”, per la direttrice. “Sono state dismesse e abbandonate le celle così come si trovavano, con le riviste delle donne che cucivano, se sono carceri femminili”, ha spiegato. Ora per esempio a Perugia sono appena iniziati i lavori “per trasformare il carcere in un centro di giustizia, una vera catarsi, dove il cittadino non perde però la memoria della sofferenza di quel luogo”.

Come esempi immobiliari e storici, invece, dal Verme ha menzionato tra gli altri i progetti di Bologna con l’ex caserma Stamoto, candidata al concorso internazionale di architettura e design urbano Reinventing Cities, e quelli della Basilica di San Miniato al Monte di Firenze, Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma e piazza del Plebiscito a Napoli. Nel rapporto, poi, si dedica spazio alla rigenerazione del patrimonio naturale e paesaggistico. Tra i progetti ci sono quelli alle Saline di Tarquinia, un ecosistema culturale e naturale di 150 ettari in cui si intrecciano storia produttiva, biodiversità e memoria collettiva; il Parco tematico minerario della Maiella, che coinvolge 14 Comuni e 7 enti e istituzioni. In totale, gli interventi programmati sono 30 e 6 i progetti pilota; le Città Erniche, con quattro Comuni coinvolti e un patrimonio storico diffuso su 410 chilometri quadrati; e la Greenway dell’ex Ferrovia Circumetnea a Catania, un percorso di 4,5 chilometri finanziato con 36 milioni di euro con Fondi Fua e Pon Metro, uno degli interventi del Piano Città degli Immobili Pubblici di Catania.

Infine, interpellata da Diario Diac sul tema caldo del masterplan, dal Verme ha spiegato che “non deve essere uno strumento di pianificazione urbanistica che si aggiunge a quella esistente ma deve essere la visione del bene del progetto sull’area. Non so può progettare guardando a un singolo bene, bisogna progettare guardando al complesso dell’area in cui si inserisce l’intervento”. In altri termini, “il masterplan è tutto il contorno del progetto, ne compone l’etica perché fa sì che esso non sia esclusivo, verticale, ma inserito in un’area come risposta ai fabbisogni, con le necessarie relazioni, collegamenti, dimensioni. Uno strumento di visione, appunto”.

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