Neil Leach: “Il 50% degli architetti saranno spazzati via. Ma nasceranno molti studi nuovi: saranno quelli che sapranno usare l’AI per parlare la lingua dei clienti”

09 Giu 2026 di Mauro Giansante

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Neil Leach: “Il 50% degli architetti saranno spazzati via. Ma nasceranno molti studi nuovi: saranno quelli che sapranno usare l’AI per parlare la lingua dei clienti”

Architetto e teorico britannico, Neil Leach è autore de “L’architettura nell’era dell’intelligenza artificiale”. In questa intervista esclusiva a Diario Diac racconta le prospettive luminose e non dell’IA nel mondo della progettazione. Lo incontriamo a Roma, presso gli spazi Oikos. 

Neil Leach, anzitutto: come sta andando l’applicazione dell’intelligenza artificiale in architettura? Qual è la situazione e la prospettiva di questa tecnologia in questo mondo?

A essere onesti non sta andando come mi sarei aspettato. Questo in parte perché ci sono tantissime diverse piattaforme disponibili e penso che ci sia una certa confusione tra gli architetti su quali usare. Ma anche perché ci sono davvero tanti potenti strumenti che non sono ancora emersi. Penso ad Autodesk, che presto avrà una piattaforma molto potente, così Xcool e così via. Ma l’impatto sullo studio quale sarà? Penso che dobbiamo fare due discorsi separati.

Prego.

Il primo riguarda i punti molto positivi di ciò che può fare l’AI. Ed è meraviglioso ciò che può fare. ChatGPT o qualunque di queste chatbots conoscono diecimila volte di più di noi e tutti trovano questo molto utile nella vita quotidiana. Così come già stiamo vedendo un’incredibile produzione di immagini usando Midjourney. Ma queste cose sono superficiali. Le immagini generate da Midjourney sono solo un gioco, mentre la maniera in cui la professione degli architetti sarà trasformata da questa tecnologia sarà molto radicale e vedremo uno studio di progettazione molto diverso nel futuro. Molto del lavoro sarà automatizzato, molto del lavoro sarà dedicato all’AI.

E gli aspetti negativi?

Almeno il 50% degli architetti andranno persi perché non ne avremo bisogno. Ma non lo sappiamo ancora. Non sappiamo quale sarà l’impatto preciso dell’AI. Quello di cui siamo certi, però, è che l’intelligenza artificiale fa parte della nostra vita in un modo che non avremmo mai immaginato. Oggi le conversazioni che ascoltiamo in treno sono sull’AI ed è incredibile. Noi come architetti, però, dobbiamo capire bene come utilizzarla, guai a rinunciarci completamente.

Dunque, l’architettura non sparirà con l’AI. 

Assolutamente no. Ma non dobbiamo guardare alla forma bensì al processo. Pensiamo al caso Uber: sono auto normali con la differenza che elaborano diversamente le informazioni. Allo stesso modo le città del futuro non saranno così diverse da quelle di oggi, ma potranno essere governate con le nuove tecnologie. Tempo fa ho tradotto Leon Battista Alberti dal latino all’inglese e ho pensato che la storia italiana è stata una storia di rivoluzioni. Alberti e Brunelleschi, ad esempio, hanno inventato la prospettiva e sono convinto che se fossero qui oggi sarebbero ossessionati dall’intelligenza artificiale o dalla robotica. Questo per dire che la storia sta avanzando velocemente e dobbiamo abbracciare le nuove possibilità in modo critico.

Guardando all’architetto, come cambierà concretamente il suo ruolo?

Il vero problema di noi architetti è che viviamo in un mondo tutto nostro. Ma se guardiamo a come pensano i clienti sull’AI, sul disegno, sulla perdita del lavoro, loro la pensano molto diversamente. Se gli architetti impareranno a usare l’AI dovranno farlo per parlare la lingua dei clienti, con i clienti. Ecco perché penso che vedremo nuovi studi radicalmente diversi, mentre per i grandi studi di oggi sarà difficile cambiare. Eppure già oggi ci sono studi basati sull’AI, come Tim Fu. Quindi, la vera domanda è: in che modo gli architetti abbracceranno l’intelligenza artificiale? Io penso che dovremo adattarci a questo nuovo mondo.

Si spiega così lo scetticismo che regna ancora sovrano tra i progettisti sull’uso dell’AI? 

Sì, anche se ce ne sono tanti già ottimisti. Dobbiamo imparare ad accettare l’intelligenza artificiale e a esplorare le nostre possibilità.

Un’ultima domanda: pensando al passato quali sono i progetti che sarebbero stati realizzati anche con l’IA e quali no?

E’ difficile rispondere. Dico solo che i prossimi Pritzker Prize saranno vinti da chi usa l’intelligenza artificiale. E’ abbastanza chiaro che l’AI migliorerà la nostra attività, non si potrà restare competitivi senza usarla. I rischi resteranno ma non possiamo controllarli più di tanto. Certo, è spaventoso ma anche incredibile e ci rende vivi. Per la prima volta l’uomo affronta un’entità intelligente come lui e che presto lo supererà.

 

 

 

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