LE REAZIONI AL PIANO CASA

Tempi, risorse, governance: le aziende chiedono chiarezza. Federcasa: ora fissare le regole d’ingaggio. Cna: serve più coraggio

Il Piano Casa è sotto esame. Dopo le prime reazioni dopo il varo del Dl, imprese e operatori stanno approfondendo i testi. E da quest’analisi emergono criticità dubbi e incognite che riguardano la fase attuativa di questa operazione. Ne parlano con Diac i presidenti di Federcasa Buttieri e di Cna Costruzioni Roccati.

05 Mag 2026 di Maria Cristina Carlini

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Tempi, risorse, governance: le aziende chiedono chiarezza. Federcasa: ora fissare le regole d’ingaggio. Cna: serve più coraggio

Si fa presto a dire ‘Piano Casa’. La maxi operazione del Governo, il cui obiettivo è il recupero di 100 mila alloggi in 10 anni, è stata sì varata ma la rotta è ancora tutta da tracciare. Dopo i primi commenti a caldo, molti dei quali improntati a una generale soddisfazione, è tempo ora di valutazioni e analisi  ‘a freddo’ sui testi del decreto ed è proprio in questa fase di approfondimento che prendono corpo i dubbi, si stagliano grandi interrogativi e grandi incognite, emergono criticità e anche delusione da parte degli attori coinvolti nel nuovo Piano. Nodi tecnici, governance, tempistica, risorse: sono le grandi questioni sui quali si chiede ora al Governo di fare chiarezza.

“Serve un confronto per fissare le regole d’ingaggio”, chiede il presidente di Federcasa, Marco Buttieri, parlando con Diario Diac. La prima questione riguarda le risorse. “In conferenza stampa si è parlato di 970 milioni in un anno ma guardando ai numeri reali, le risorse sono distribuite su un arco di cinque anni, dal 2026 al 2030. Questo cambia completamente il quadro: il tema diventa la capacità di anticipare la spesa e sostenerla nel tempo”, sottolinea Buttieri richiamando le dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini. Il decreto prevede che per  l’attuazione del programma è autorizzata la spesa complessiva di 970 milioni di euro in ragione di 116 milioni di euro per l’anno 2026, 216 milioni di euro per l’anno 2027, 228 milioni di euro per l’anno 2028, 180 milioni di euro per l’anno 2029 e 230 milioni di euro per l’anno 2030.  C’è un problema di concretezza degli investimenti e il vero banco di prova sarà l’attuazione operativa: “per impegnare davvero queste risorse – sottolinea Buttieri – non bastano stime indicative. Se le risorse vengono trasferite direttamente alle aziende di edilizia residenziale pubblica, i tempi possono essere rapidi. Ma se passano attraverso passaggi intermedi – dal ministero a Invitalia, oppure da Regioni e Comuni – il rischio è un allungamento significativo delle tempistiche. Ed è proprio questo scenario a preoccupare maggiormente. “Se i fondi transitano tra più livelli amministrativi, con bandi e procedure intermedie, in un anno si rischia di fare molto poco”, avverte il presidente di Federcasa. . “Noi possiamo anche andare in anticipazione di cassa – spiega – ma il problema sono i tempi di pagamento, in particolare delle Regioni. Ci sono stati casi in cui avevamo milioni di euro stanziati ma non ancora erogati, perché disponibili solo sulla carta e non in cassa”. Una possibile soluzione, indica, sarebbe quella di centralizzare e semplificare. “Si potrebbe immaginare uno sportello unico gestito da Invitalia: le aziende inviano l’elenco degli alloggi da ristrutturare, con costi e caratteristiche, e si procede rapidamente alle assegnazioni. Sarebbe una corsia molto più veloce”. Tanto più che,dal punto di vista operativo, le aziende sarebbero già in grado di partire. “Molte dispongono di accordi quadro attivi per la manutenzione. Questo significa che, con nuove risorse, si possono ampliare interventi già programmati: stesse imprese, stesse condizioni di gara, più alloggi da ristrutturare, senza dover avviare nuove procedure”. Una cosa poi è certa:  “la capacità di spesa delle nostre aziende non è il problema. Abbiamo dimostrato che, se ci vengono assegnate le risorse, siamo in grado di spenderle come nel caso del Pnrr. Abbiamo gestito  interventi anche per 2 miliardi di euro. Ma servono strumenti adeguati e procedure che ci consentano di farlo in tempi rapidi”. Oltre che sull’Erp, assicura ancora Buttieri, “siamo in grado di intervenire anche sull’Ers”.

Altro nodo rilevante è la governance. Il ruolo del commissario straordinario, previsto dal provvedimento, non è ancora del tutto definito. “Non è chiaro se gestirà l’intero perimetro del piano casa – dalle manutenzioni alle vendite – oppure solo una parte degli interventi. Nel decreto, almeno per ora, non è esplicitato in modo chiaro”. Nel testo, tuttavia, non mancano misure giudicate positivamente. “Ci sono interventi interessanti come il rifinanziamento del fondo per la morosità incolpevole, oppure le norme sugli sfratti e sul recupero degli alloggi occupati abusivamente. Ma il  problema è che, così come sono scritte, risultano ancora poco chiare nella loro applicazione concreta”. Ma “alcune misure, come quelle sugli sfratti o sul recupero degli alloggi, presuppongono che le risorse siano già disponibili. Non si può liberare un immobile e poi attendere un anno per i fondi: nel frattempo rischia di essere nuovamente occupato”. Insomma, stando alle parole di Buttieri, la partita deve ancora cominciare.  “Manca tutta la parte attuativa: le regole operative e il decreto interministeriale che dovrà stabilire criteri e modalità di utilizzo dei fondi” e per questo è quanto mai urgente un confronto con il Governo. “Come federazione possiamo avanzare proposte in modo costruttivo, con l’obiettivo di spendere al meglio le risorse. Ci aspettiamo un’interlocuzione con il ministero, anche perché c’è già stato un lavoro preparatorio importante e sono stati forniti molti dati. Ora bisogna passare dagli annunci all’organizzazione concreta: capire chi fa cosa, con quali strumenti e in quali tempi”.

Intanto, a distanza di cinque giorni, il presidente di Cna Costruzioni, Riccardo Roccati, tiene a chiarire a Diac il significato della soddisfazione espressa dalla confederazione subito dopo la conferenza stampa di Palazzo Chigi. “Il nostro giudizio complessivamente positivo riguardava il fatto che era stato annunciato il Piano Casa. In particolare, riteniamo condivisibile l’attenzione rivolta all’edilizia convenzionata e al rafforzamento dell’offerta di housing sociale: è un segnale importante e necessario”, dice. Ma, a parte la soddisfazione per l’annuncio in sé, “manca tutto il resto. Manca soprattutto una risposta concreta per il ceto medio: famiglie e cittadini che non rientrano nelle fasce più fragili ma che oggi affrontano difficoltà crescenti legate all’aumento dei costi e alla situazione economica generale. Per queste categorie, nel Piano non troviamo misure adeguate — anzi, in molti casi non troviamo nulla”, sottolinea. “Ci saremmo aspettati anche maggiore coraggio sul fronte delle rinnovabili, in particolare quelle più semplici e diffuse, come il fotovoltaico domestico. Interventi di questo tipo, accompagnati da incentivi anche piccoli e da una semplificazione burocratica, avrebbero potuto sostenere concretamente le famiglie e contribuire alla transizione energetica. Su questo punto, invece, il Piano risulta carente. È evidente che il contesto geopolitico ed economico — tra aumento dei costi, debito pubblico elevato e instabilità internazionale — impone prudenza. Tuttavia, proprio per questo, sarebbe stato necessario uno sforzo maggiore”, insiste richiamando i ritardi già accumulati sulla Direttiva europea sulla case green. A questo si aggiunge il fatto, secondo Roccati, che “il Piano Casa sembra in parte limitarsi a ricomprendere interventi già avviati a livello regionale, soprattutto in materia di edilizia convenzionata, con risorse già stanziate. Questo rischia di ridurre l’effettiva portata innovativa del provvedimento”. Sulla fase attuativa pesano molte incogntie: “saranno necessari decreti attuativi e strumenti operativi chiari, anche attraverso il partenariato pubblico-privato. In questo ambito sarà fondamentale il ruolo del commissario, soprattutto per semplificare procedure oggi estremamente complesse, come il cambio di destinazione d’uso”, osserva ancora il presidente di Cna Costruzioni. “Stiamo approfondendo in queste ore il testo nel dettaglio e nei prossimi giorni presenteremo una valutazione più articolata. È nostra intenzione avviare un confronto con il Mit anche per affrontare le criticità legate ai territori e alle aree già oggetto di interventi straordinari”.

Anche dal fronte dei comuni si levano voci critiche come quella della sindacati di Firenze, Sara Funaro. “Mi auguro che nei prossimi giorni potremo avere tutti i documenti per poterlo approfondire. Voglio guardare per bene da dove vengono le risorse: già dalle prime analisi ci sono elementi di criticità che devono essere affrontati, a partire dal fatto che ci sono risorse che provengono dai Piani di rigenerazione urbana, e dunque risorse che erano già destinate ai Comuni”.  Tra le potenziali criticità, spiega anche i temi “dei commissari e delle semplificazioni. Su questo io alzo un alert di attenzione. Il punto vero in questo momento è leggere il piano, approfondirlo, guardare da dove vengono le risorse, come sono spalmate nel tempo”. E serve “avere un confronto con i diretti interessati, che sono i Comuni, che poi mettono in campo le politiche sulle case”. E’ da ricordare che, nei giorni scorsi, il presidente dell’Anci e sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, aveva parlato di “una prima risposta positiva, ma ancora parziale”. Manfredi ha evidenziato la necessità di garantire che le risorse già destinate ai Comuni non vengano ridotte e auspica nuovi fondi aggiuntivi per sostenere le fasce più deboli, in particolare attraverso il rifinanziamento del fondo per la morosità incolpevole e il sostegno agli affitti. Altro richiamo di Manfredi è la necessità che le semplificazioni urbanistiche rispettino le competenze dei Comuni e siano accompagnate da adeguate compensazioni finanziarie.

Sempre nei giorni scorsi, Confcommercio ha detto di apprezzare il riferimento contenuto dal Piano Casa alla valorizzazione del ruolo delle economie di prossimità, quale fattore determinante negli interventi di politica abitativa. “La presenza del commercio e dei servizi di prossimità nei processi di rigenerazione urbana è il
presupposto perché un quartiere funzioni, perché le persone lo abitino con serenità e dignità, perché ci sia vitalità nelle strade. Accanto alla costruzione e al recupero degli alloggi, infatti, bisogna creare le condizioni per garantire lo sviluppo del tessuto economico e sociale dei quartieri”. Anche Confcommercio si dice pronta a dare il proprio contributo nella fase attuativa del piano.

Le case ci sono e basterebbe affittarle. Servono solo due garanzie: tutele più efficaci contro gli inquilini morosi e l’eliminazione della selva di disposizioni burocratiche che oggi impediscono di locare gli immobili non perfettamente conformi ai requisiti normativi. E’ questa la posizione espressa dall’Uppi-Unione piccoli proprietari immobiliari. “Senza spendere miliardi né inseguire investitori per progetti di social housing rivelatisi puntualmente deludenti, basterebbe accogliere le proposte che i piccoli proprietari hanno già avanzato un anno fa”, spiega il presidente nazionale Uppi, Fabio Pucci. Il piano casa  punta su obiettivi inevitabilmente a lungo termine: il risanamento di 60mila alloggi sociali e il partenariato pubblico privato con la creazione di case in social housing o da edificare e acquistare con la formula del rent to buy. “Ma questo significa anche costruire nuovi edifici, con ulteriore consumo di suolo e, soprattutto, spendere miliardi di fondi pubblici.

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