L'EDITORIALE

La contesa Icop-Webuild su Trevi tra mercato e politiche industriali assenti

31 Lug 2026 di Giorgio Santilli

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La contesa Icop-Webuild su Trevi tra mercato e politiche industriali assenti

La contesa fra ICOP e Webuild per acquisire il controllo di Trevi, gruppo leader nel settore delle fondazioni speciali, è anzitutto una questione di mercato e di finanza. ICOP ha lanciato un’offerta pubblica di scambio, Webuild ha risposto con una offerta pubblica di acquisto totale alzando il prezzo e impegnandosi al pagamento cash. Ora sta a ICOP decidere se rilanciare. Vedremo come andrà a finire sapendo che il 58% del capitale di Trevi è nelle mani del mercato (flottante), il 14,1% in Praude Asset Management, il 6,1% in Polaris Capital Management e il 21,3% in Cdp Equity, azionista anche di Webuild.

Il mercato avrà un peso secisivo ma non è solo questione di mercato. Questo giornale si è schierato contro l’acquisizione di Pizzarotti da parte di Fs, lamentando che l’irruzione del principale committente italiano sul lato dell’offerta e la costituzione di un gruppo controllato interamente dal settore pubblico costituissero due elementi di fortissima distorsione del mercato e della concorrenza. L’Antitrust non l’ha vista così, non si può che prenderne atto.

Abbiamo lamentato, in quell’occasione, l’opacità crescente di un mercato in cui il confine fra pubblico e privato si fa sempre più sottile e nebuloso, quando una politica industriale sana – auspicabilmente lanciata o fatta propria dal governo – dovrebbe sostenere il rafforzamento di un settore strategico per l’economia italiana, con la crescita dimensionale delle imprese private medio-grandi e la nascita di nuovi poli industriali privati dietro al gigante Webuild, che è nato da un’operazione di acquisizione (Astaldi) sostenuta dal governo e dal settore pubblico con la partecipazione della stessa Cdp Equity (oggi al 21,63%).

Abbiamo salutato l’OPS di ICOP come un segnale di dinamismo, un primo passo per la costruzione di un polo nel settore delle fondazioni e per dare forza a un comparto privato composto oggi di imprese troppo distanti per dimensioni dal gigante Webuild, che infatti vince la stragrande maggioranza delle gare per grandi opere in Italia. Una situazione che resta lontana dall’ottimale.

Legittima l’OPA di Webuild, per una evidente convenienza industriale (già studiata in passato); ma lo sarebbe anche se fosse dettata, in aggiunta, dalla volontà di ostacolare la crescita di poli industriali nella propria scia. Difficile intravvedere aspetti formali di Antitrust perché Trevi non è un concorrente di Webuild e perché in tutto il mondo i giganti delle costruzioni hanno spesso integrazioni verticali con imprese specialistiche di quel tipo.

Restano integri, però, gli interrogativi di politica industriale e quelli sul rapporto fra pubblico e privato. Se vincesse Webuild, avremmo un soggetto, partecipato da Cdp, sempre più solo al comando e forse con qualche possibilità in più di condizionare il mercato (Trevi è leader di un settore specializzato ma strategico nelle opere infrastrutturali). Cassa depositi e prestiti (e indirettamente il governo) hanno avallato, informalmente, l’OPA di Webuild su Trevi che la riguarda anche come azionista di Trevi che dovrà scegliere se avallare il disegno di Webuild o entrare nel nuovo gruppo controllato da ICOP. La seconda impresa italiana, Pizzarotti, è ormai interamente controllata dal settore pubblico. In forte crescita è pure Amplia, società del gruppo ASPI, controllato al 51% da CDP Equity, in virtù della crescita degli investimenti del gruppo.

Non è mai stata affermata esplicitamente una volontà politica che il mondo delle grandi infrastrutture sia governato  oggi da soggetti a partecipazione pubblico-privata. Eppure molti segnali singoli si muovono confusamente in quella direzione. Un chiarimento, oggi, è più che mai necessario, soprattutto per capire se c’è una visione industriale dietro questi tasselli singoli e dove porta. Ammesso che oggi, in Italia, ci sia qualcuno in grado di dare questo tipo di chiarimenti e di intestarsi una qualunque politica industriale.

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