IL GREEN BOOK UTILITALIA-UTILITATIS
Rifiuti, 122 mila addetti e 19 mld di fatturato. Ma al sud si investono 1,7 milioni in meno. Il nodo impianti
La raccolta differenziata ha raggiunto il 68% della produzione nazionale (+1%), con un incremento in termini assoluti di 755mila tonnellate, per un totale di quasi 20,3 milioni di tonnellate. Bene anche il tasso di riciclaggio, al 52%. Ma tra raccolta e riciclo effettivo c’è ancora distanza: un problema di qualità dei conferimenti, ma non solo.

Rosario Mazzola, presidente Utilitatis
IN SINTESI
Italia promossa a metà sulla transizione verso un’economia completamente circolare. E Italia divisa a metà, tra nord e sud, con il Mezzogiorno indietro sia in termini di investimenti che di impianti. Secondo il nuovo Green Book di Utilitalia e Fondazione Utilitatis, infatti, da un lato la raccolta differenziata cresce, il riciclo migliora, ma il gap tra i quantitativi raccolti e quelli effettivamente riciclati rimane ampio così come quello, appunto, impiantistico che continua a gravare sui costi del servizio e a rendere più complesso il raggiungimento degli obiettivi europei.
Luci e ombre sui rifiuti in Italia
I dati si riferiscono al 2024 e parlano, in termini positivi, di una raccolta in aumento dell’1% (755mila tonnellate) al 68% rispetto a una produzione nazionale di rifiuti altrettanto in crescita del 2,3% a 29,9 milioni di tonnellate. Il totale della raccolta è quindi salito a 20,3 milioni di tonnellate. E anche il tasso di riciclaggio è migliorato, raggiungendo il 52%, in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto al 2023.
Quanto al riciclaggio, al 41% c’è la frazione organica, seguita da carta e cartone a quota 25%, vetro (13%), legno (7%) e plastica (6%). Tassi ancora bassi rispetto alla raccolta che, guardando alle singole filiere, denotano problemi persistenti di qualità dei flussi, incidenza delle frazioni estranee e competizione con le materie prime vergini. Secondo il presidente di Fondazione Utilitatis, Mario Rosario Mazzola, “la responsabilità estesa del produttore assume un ruolo centrale. I costi medi di raccolta e trattamento variano significativamente tra le diverse frazioni: la corretta copertura di questi costi attraverso i sistemi Epr è essenziale per applicare il principio ‘chi inquina paga’ senza trasferire impropriamente gli oneri della circolarità sugli utenti finali”. Infatti, i costi medi di raccolta e trattamento variano sensibilmente tra le diverse frazioni: da 24,2-27,8 €cent/kg per il vetro e 27,33-30,23 €cent/kg per carta e cartone, fino a 43,67-53,44 €cent/kg per gli imballaggi in plastica, dove l’incidenza delle frazioni estranee pesa maggiormente sulla variabilità dei costi.
Dal focus sul sud, invece, emerge anzitutto una conferma dei miglioramenti degli ultimi anni nella gestione dei rifiuti, con una raccolta differenziata che nel 2024 è salita al 60% (+1,2% rispetto al 2023) e una produzione pro capite di 454 chili per abitante. Ma a causa della carenza di impianti, il Mezzogiorno è costretto a esportare un quantitativo ancora eccessivo di rifiuti, con ricadute negative dal punto di vista economico e ambientale. In termini di produzione e raccolta, nel 2024 al sud sono state prodotte circa 9 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, pari a 454 kg/abitante, in aumento rispetto al 2023 (+5 kg/abitante). La raccolta differenziata ha raggiunto i 5,38 milioni di tonnellate, pari al 60% della produzione della macroarea, in crescita di oltre 1 punto percentuale rispetto al 2023.
Il forte deficit impiantistico e il tema dell’ets
L’altra nota dolente riguarda le infrastrutture. E qui il parametro di riferimento riguarda il target europeo al 2035, secondo il quale il tasso di riciclo effettivo dovrà arrivare al 65%, fissando invece il livello di smaltimento in discarica al di sotto del 10%. Come arrivarci? Spiega Utilitalia: servono impianti adeguati e in Italia ancora non ci sono. Al sud ma non solo. Nel Lazio e dintorni, quantomeno, la realizzazione degli impianti a Roma (i 2 biodigestori e il termovalorizzatore) contribuiranno a dimezzare il fabbisogno per la frazione residua e a ridurre di un quarto quello per la frazione organica. Ma non basta, di certo.
Poi ci sono gli impianti waste to energy e il tema del loro inquadramento nel meccanismo ets, prevista dalla direttiva Ue 959 del 2023 dal 2028. In questo senso, sottolinea il libro verde, ci sono non poche criticità ambientali, economiche e sociali. Il motivo è semplice: in Italia questi impianti rappresentano meno del 2% delle emissioni nazionali, ma l’applicazione del carbon pricing potrebbe generare un aggravio tariffario stimato fino a 45 euro a tonnellata e oneri aggiuntivi fino a 350 milioni di euro all’anno, con ricadute su Comuni, cittadini e imprese.
Focus Mezzogiorno. Per quanto riguarda la gestione, il sud continua a smaltire il 37% dei rifiuti urbani in discarica (oltre 1,6 milioni di tonnellate), rispetto a una media nazionale scesa al 15%. Sul recupero energetico, inoltre, permane una forte concentrazione territoriale: nel 2024 il nord tratta quasi il 75% dei rifiuti urbani inceneriti a livello nazionale, mentre il sud si ferma al 17%; nel Mezzogiorno, infatti, sono operativi 6 impianti e il solo impianto di Acerra tratta quasi il 73% dei rifiuti inceneriti. Il deficit impiantistico resta il nodo centrale: al 2035 nel sud peninsulare e in Sicilia serviranno circa 1,7 milioni di tonnellate di capacità aggiuntiva per il trattamento dell’organico e 1,1 milioni di tonnellate per l’indifferenziato residuo. Di più. La carenza impiantistica, soprattutto per il trattamento della frazione indifferenziata e dell’organico, ha come conseguenza i viaggi dei rifiuti verso gli impianti del centro-nord, con conseguente aggravio della spesa e delle emissioni connesse al trasporto: ciò incide inevitabilmente sui costi di gestione che presentano forti differenze territoriali (378 euro nel Mezzogiorno contro i 288 euro del Nord).
Secondo il presidente di Utilitalia, Luca Dal Fabbro, “l’eventuale inclusione dei termovalorizzatori nel sistema ets rischierebbe di generare ulteriori aggravi tariffari per Comuni, cittadini e imprese, senza produrre benefici ambientali significativi, perché questi impianti trattano rifiuti non riciclabili e svolgono una funzione essenziale per la chiusura del ciclo. Serve un impegno straordinario, coordinato tra istituzioni e imprese, per garantire stabilità agli investimenti in coerenza con la gerarchia europea dei rifiuti”.
Il disallineamento sugli investimenti e la governance tra nord e sud. Addetti: 122mila
Capitolo investimenti. Anche qui le distanze territoriali ci sono e come. Secondo il book, nel 2024 le aziende del settore hanno realizzato complessivamente circa 2 miliardi di investimenti, in crescita rispetto al 2016 e con un picco registrato tra 2022 e 2023, legato in parte alle risorse del Pnrr. Gli operatori di maggiori dimensioni trainano la crescita e hanno più che raddoppiato gli investimenti tra il 2016 e il 2024 (+250%).
Ma a fare da traino è il nord, con livelli medi di investimento più elevati rispetto al sud e alle Isole (4,5 milioni contro 2,8 milioni nel 2024), a conferma della necessità di consolidare la capacità industriale in tutto il Paese. Anche sul fronte della governance, il processo di attuazione degli assetti territoriali rimane incompleto in diverse aree. Il settore è, infatti, ancora caratterizzato da una forte frammentazione orizzontale e verticale: il 62% dei bandi nel 2024 è stato indetto da Comuni e, tra questi, il 96% per affidamenti relativi a un singolo Comune. Le gare hanno una durata media inferiore ai cinque anni, limitando così tanto la programmazione quanto la continuità operativa e gli investimenti di lungo periodo.
Infine, un riferimento a fatturato, tari e regolazione. Nel 2024 il fatturato del settore (monoutility e multiutility) ha raggiunto circa 19 miliardi di euro, equivalente a circa lo 0,9% del pil nazionale, impiegando più di 122 mila addetti diretti. Le aziende di grandi dimensioni, pur rappresentando il 5% del campione, generano il 48% dei ricavi del settore. I gestori integrati, che rappresentano il 20% degli operatori, generano il 33% del fatturato complessivo, mentre i gestori di impianti mostrano le performance economiche più elevate. Quanto alla tari, quella 2025 è pari in media a 333 euro per una famiglia di 3 componenti in un’abitazione di 100 mq, con forti differenze territoriali: 288 euro al nord, 358 al centro e 378 al sud. Sempre per rimanere in tema di distanze. Distanze, appunto, che riflettono non solo condizioni locali e modelli organizzativi diversi, ma anche la diversa maturità industriale dei sistemi territoriali e il peso del deficit impiantistico sul costo del servizio.
Rispetto a questo quadro, al sud operano 288 aziende (41% del totale) con un fatturato che ha superato i 3 miliardi di euro, impiegando più di 38 mila addetti diretti. Crescono anche gli investimenti in tutte le macroaree, segnalando una fase di accelerazione e recupero rispetto ai fabbisogni infrastrutturali pregressi. Tuttavia, il livello medio di investimento delle aziende del sud resta inferiore a quello del nord, con 2,8 milioni di euro contro 4,5 milioni, confermando la necessità di rafforzare la capacità industriale e finanziaria degli operatori.
Mazzola: il divario nord-sud conferma il problema di gestioni frammentate
“Il Mezzogiorno – spiega il presidente di Fondazione Utilitatis, Mario Rosario Mazzola – sta attraversando una fase di accelerazione degli investimenti anche grazie alle risorse del Pnrr, ma il divario con il centro-nord conferma che occorre consolidare la capacità industriale delle gestioni e superare assetti ancora troppo frammentati. Investire in nuova capacità impiantistica, soprattutto per il recupero energetico dei rifiuti non riciclabili e per il trattamento della frazione organica, è una condizione essenziale per chiudere il ciclo, ridurre la movimentazione dei rifiuti e migliorare la sostenibilità complessiva del servizio”. Servono quindi gestioni più solide, più integrazione e industrializzazione del settore. Da qui, cresceranno anche le capacità d’investimento.