LE AUDIZIONI SUL DFP

Confindustria: per gli aiuti su gas ed elettricità sì allo scostamento. RPT: bonus, ricostruire una politica

Dalle prime audizioni sul Documento di finanza pubblica forte preoccupazione per lo shock energetico e il rallentamento economico. Confindustria chiede lo scostamento di bilancio e avverte del rischio di crisi sistemica legata alla guerra e ai costi energetici. Anci e Upi segnalano gravi criticità per i bilanci degli enti locali.

28 Apr 2026 di Maria Cristina Carlini

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Confindustria: per gli aiuti su gas ed elettricità sì allo scostamento. RPT: bonus, ricostruire una politica

GIANCARLO GIORGETTI MINISTRO ECONOMIA

Scostamento di bilancio per aiuti di intensità proporzionata agli aumenti dei costi di gas ed elettricità fino a dicembre 2026 per tutte le imprese in media, alta e altissima tensione e aiuti mirati e di maggiore intensità per le imprese elettrivore e gasivore. Confindustria intensifica il pressing e propone misure emergenziali per affrontare lo shock energetico innescato dalla guerra del Golfo. Ricette che l’organizzazione degli industriali ha presentato nella prima giornata delle audizioni sul Documento di Finanza Pubblica davanti alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. Nelle slide illustrate dal direttore del Centro studi di Confindustria Alessandro Fontana si propone anche di prorogare il taglio delle accise carburanti in scadenza il 2 maggio. Confindustria propone anche di aumentare il credito di imposta per l’autotrasporto merci, estendendone l’applicazione anche al trasporto passeggeri; aiuti mirati per il trasporto aereo e marittimo. Inoltre, sblocco immediato di tutte le procedure autorizzative pendenti riguardanti le fonti rinnovabili; riforma della normativa e semplificazione delle procedure per portare le rinnovabili al 60% nel mix italiano entro 2030; autorizzare l’utilizzo di vettori energetici alternativi fino a dicembre 2026 per gli impianti industriali in Aia. Tra le altre proposte figurano poi: far partire il nuovo iperammortamento; riduzione strutturale della tassazione sulle imprese, con Ires ridotta per investimenti; attivare il risparmio privato – di famiglie e investitori istituzionali – per favorire il finanziamento del sistema produttivo e infrastrutturale domestico e sostenere investimenti utili alla collettività; rendere operative le misure per il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese impattate dal rincaro dei costi energetici o dalle conseguenze del conflitto, previste dal dl Carburanti.

Confindustria conferma tutta la criticità della situazione, già descritta dal Centro Studi nei giorni scorsi. Se la guerra finisse oggi l’impatto della guerra varrebbe 0,1-0,3 punti percentuali di mancata crescita. Con una guerra più lunga, già fino a fine anno, potremmo trovarci nella più grave crisi energetica della storia, probabilmente sarebbe una crisi sistemica”, ha detto Fontana evidenziando che “la chiusura sia parziale che totale dello Stretto di Hormuz consentono un’autonomia a livello globale dai 6 agli 11 mesi, di cui 2 sono già trascorsi”. “Se la guerra arrivasse fino a giugno rischiamo di avere un aumento dei costi di circa 7 miliardi, se arrivasse fino a fine anno arriviamo quasi al 7,6% di incidenza, con un aumento di quasi 21 miliardi”, ha detto. E per fronteggiare questa crisi, ha denunciato Confindustria,  le istituzioni europee “sono assolutamente inadeguate ad affrontare le attuali sfide di difesa comune, politica estera, politica industriae, politica estera, politica energetica e stabilizzazione macroeconomica”.”Occorre superare questa fase, e probabilmente non lo possiamo fare da soli perché saremmo ancora più deboli. Occorre lavorare per federarsi con chi ci sta, in modo da recuperare la tempestività nel prendere le decisioni, che hanno i governi sovrani, ma avere anche la dimensione adeguata a livello globale per poter competere con attori internazionali, come Cina e Usa, che non possono essere fronteggiati da un paese di 55 milioni di abiatanti da soli”.

Allarme Anci: forti criticità, a rischio tenuta bilanci comunali con perdita 2,2 mld nel 2026-28

“I Comuni italiani continuano a garantire equilibrio, investimenti e servizi essenziali ai cittadini, pur operando dentro un quadro sempre più complesso e con margini finanziari sempre più ristretti. Non siamo un fattore di squilibrio della finanza pubblica nazionale, ma al contrario contribuiamo in modo stabile e responsabile alla sua sostenibilità”, ha detto Alessandro Canelli, sindaco di Novara e delegato Anci alla Finanza locale,  “Il Dfp 2026 – ha spiegato Canelli – restituisce un quadro che, pur riconoscendo il contributo positivo degli enti territoriali, evidenzia forti criticità che rischiano di compromettere già nel triennio 2026-2028 la tenuta dei bilanci comunali. La pressione sulla spesa corrente cresce per effetto dell’inflazione, dei maggiori costi energetici, degli oneri contrattuali, della domanda crescente di servizi sociali e della gestione delle nuove infrastrutture realizzate con il Pnrr”.  Secondo il documento presentato dall’Anci, lo scenario tendenziale stima una perdita complessiva di risorse pari a 2,2 miliardi di euro nel triennio 2026-2028, con circa un miliardo di euro di squilibrio annuo nel biennio 2026-2027. “Questo significa – ha sottolineato Canelli – che senza interventi tempestivi il rischio è quello di comprimere ulteriormente la qualità e la quantità dei servizi fondamentali, soprattutto nei Comuni più piccoli e con minore capacità fiscale”.  Il sindaco di Novara ha poi ricordato che “i Comuni hanno dimostrato una straordinaria capacità di investimento: dal 2017 al 2025 gli investimenti fissi lordi sono più che raddoppiati, passando da 8,3 a circa 22 miliardi di euro. Questa spinta ha sostenuto la crescita del Paese e ridotto i divari infrastrutturali. Come Anci auspichiamo che si possa recuperare il taglio drastico derivante dalla legge di bilancio 2025 per scongiurare di comprimere ulteriormente la qualità e la quantità degli investimenti sia nelle Città che nei piccoli Comuni”.  Infine, il delegato Anci ha ribadito la necessità di una nuova impostazione nei rapporti tra Stato e autonomie locali: “Chiediamo che il Dfp diventi davvero uno strumento capace di valorizzare il ruolo dei Comuni e delle Città metropolitane come protagonisti dello sviluppo e della coesione sociale. Occorre superare una lettura aggregata degli enti territoriali e riconoscere le specificità del
comparto comunale, costruendo scelte di bilancio tempestive, mirate ed efficaci”.

A suonare l’allarme anche l’Upi.  Dopo che “le manovre passate hanno già assegnato alle Province il versamento un contributo altissimo alla finanza pubblica pari a oltre 2 miliardi, è evidente che nella prossima Legge di Bilancio debba essere escluso qualunque tipo di riduzione alle risorse di parte corrente delle Province, o saranno a rischio i servizi”,  ha detto il vicepresidente Upi Angelo Caruso, presidente della provincia dell’Aquila. “La situazione geopolitica drammatica impone al Paese di adottare politiche economiche anticicliche. Per questo – ha spiegato -un’eventuale richiesta all’Europa di sospensione del patto di stabilità deve essere finalizzata non solo alla tenuta dei conti ma soprattutto al sostegno della spesa sociale e alla programmazione di un piano strutturato di investimenti in opere pubbliche a partire dal 2026 che veda il protagonismo degli enti locali, prime fra tutte le Province”. Anche Caruso ha sottolineato l’impegno delle province sul fronte degli investimenti. “Grazie al Pnrr dal 2022 al 2025 la spesa per investimenti delle Province è aumentata dell’80%, dimostrando chiaramente le capacità di queste istituzioni di utilizzare a pieno le risorse assegnate. Questa spinta deve proseguire anche dopo il 2026, con programmi mirati sul patrimonio pubblico in gestione delle Province: gli edifici delle scuole secondarie superiori e la rete viaria provinciale – strade, ponti e gallerie. Questi programmi potranno essere finanziati sia con le risorse rese disponibili dal superamento del Patto di stabilità europeo, sia utilizzando i fondi non spesi del Pnrr, sia includendo le Province nei programmi di investimento dei fondi di coesione. È evidente poi che eventuali misure mirate a fare fronte agli effetti economici dello shock energetico e del conseguente aumento delle materie prime dovranno prevedere interventi a favore degli enti locali”, ha precisato Caruso.

Professioni tecniche: c’è un’altra faccia del Superbonus, nuova occupazione e crescita Pil

“Anche alla luce dei dati recenti forniti dal Documento di finanza pubblica, riteniamo sia utile mantenere una riflessione sui bonus per l’edilizia, evitando invece di chiuderla alla luce dell’esperienza del Superbonus”, e “soprattutto riteniamo utile costruire ‘ex novo’ una politica di medio periodo che faccia leva su forme di agevolazioni fiscali sostenibili per lo Stato, che consentano l’efficientamento energetico e il miglioramento della sicurezza strutturale degli edifici, tenendo conto che il patrimonio residenziale italiano presenta livelli di vetustà e di degrado elevati e diffusi nel Paese”. A dirlo i rappresentanti della Rete delle professioni tecniche (Rpt). “L’impatto che il Superbonus ha avuto sui conti pubblici, pur grave, rappresenta solo il volto di una medaglia. Gli oltre 120 miliardi di lavori finanziati attraverso il Superbonus, divenuti poi 131 miliardi per gli effetti di incentivi fiscali potenziati, si sono comunque trasformati in quota parte in gettito fiscale che è rientrato nelle casse dello Stato e in nuova occupazione, innescando significativi aumenti e meccanismi di crescita del PIL negli ultimi anni”. Ultimo, “ma non meno importante, è il ruolo degli Ecobonus nel risanamento energetico degli edifici e nell’innalzamento della quota di kilowattora risparmiati in una fase di crisi energetica che il nostro Paese e l’Europa vivono ormai da lungo tempo”, è stato, infine sottolineato.

Confederazioni artigiane: condivisibile la prudenza del Governo ma senza interventi rischio nuova fase recessiva

Cna, Confartigianato e Casartigiani condividono la prudenza del Governo nella lettura dei conti pubblici, ma sottolineano che il rigore non può prescindere dalla crescita. Senza politiche strutturali su energia, credito e competitività, le prospettive restano deboli. È il momento di scelte chiare e mirate: sostenere le imprese significa tutelare occupazione, coesione sociale e sviluppo del Paese. Il quadro macroeconomico si conferma in peggioramento, con una crescita dell’Italia prevista al +0,6% nel 2026, inferiore alle attese e tra le più deboli in Europa. Uno scenario reso ancora più incerto dalle tensioni geopolitiche e dal nuovo shock energetico. L’aumento dei prezzi di gas, energia elettrica e carburanti sta colpendo duramente il sistema produttivo, con effetti particolarmente rilevanti sulle micro e piccole imprese, già provate dalla crisi energetica degli ultimi anni. I rincari stanno comprimendo i margini, rallentando gli investimenti e alimentando un clima di forte incertezza. A ciò si aggiunge una domanda interna debole mentre l’accesso al credito continua a deteriorarsi, soprattutto per le imprese di minore dimensione. In questo contesto, anche il contributo dell’export appare più fragile, a causa della volatilità dei mercati internazionali. Senza interventi tempestivi, il rallentamento potrebbe trasformarsi in una nuova fase recessiva. È quindi necessario agire subito. In primo luogo, occorre contenere l’impatto dei costi energetici con misure efficaci e strutturali, sostenendo la competitività delle imprese e il potere d’acquisto delle famiglie. Parallelamente, è indispensabile migliorare l’accesso al credito, rafforzando il principio di proporzionalità nelle regole bancarie e sostenendo in modo più incisivo i finanziamenti alle micro e piccole imprese.

 

Legacoop: no a politiche episodiche e lineari ma misure selettive per la crescita

“La nostra crescita e possibilità di sviluppo hanno nel debito un vincolo strutturale che va affrontato, non con politiche episodiche e tagli lineari, ma con misure selettive per la crescita e la coesione sociale”. Così i rappresentanti di LEGACOOP in audizione davanti alle commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato sul Documento di finanza pubblica, proponendo di istituire una “bicamerale che, con il contributo delle parti sociali, verifichi la possibilità di nuovo Patto sociale che sappia unire la diminuzione del debito, la crescita e la coesione sociale”. Il Dfp “se da un lato evita con una modesta crescita la recessione, dall’altro non riesce a intercettare una crescita strutturale, occorre una strategia di medio periodo che tenga insieme stabilità finanziaria, crescita economica e coesione sociale”, aggiunge. LEGACOOP sottolinea la necessità di stabuilità del quadro normativo e la semplificazione degli incentivi per le imprese: “Il sistema delle imprese, non solo le cooperative, non possono pianificare in un piano mai stabile e certo”, denuncia, chiedendo anche di “rafforzare le filiere produttive, infrastruttura per la crescita del paese”. Un’altra leva della politica indu “è senza dubbio il tema dell’energia”. In particolare sul fronte delle rinnovabili “oltre che gli incentivi è necessario lavorare per semplificare il via libera agli impianti di produzione energetica con un vantaggio triplo di risparmi di spesa per le imprese, per il sistema paese e di risparmio per la pa, tagliendo sprechi e perdite di tempo”, aggiunge il rappresentante LEGACOOP. Il sostima delle cooperative italiane “cresce più della media del sistema produttivo italiano, investe e riduce debito e per questo è meritevole di impegno per il suo sostegno, in linea con Costituzione e con il Piano per l’economia sociale”, conclude.

Sindacati,  urgente cambiare rotta verso politiche più espansive

Senza un deciso rafforzamento delle politiche redistributive, del welfare e degli investimenti pubblici, e senza un cambio di paradigma anche a livello europeo, il rischio è un ulteriore aumento delle disuguaglianze e un indebolimento della crescita. L’equilibrio tra giustizia sociale e sviluppo economico è indicato come la condizione essenziale per la stabilità futura. E’ questo il messaggio sul quale convergono Cgil, Cisl e Uil. Per le tre confederazioni, è insufficiente l’impostazione del Dpf rispetto alla gravità della fase economica e sociale, e la richiesta di un cambio di rotta verso politiche più espansive, redistributive e orientate alla tutela del lavoro. Tutte e tre le organizzazioni sindacali condividono alcuni punti centrali: c’è una forte preoccupazione per l’erosione di salari e pensioni causata dall’inflazione. Si denuncia un sistema fiscale che continua a gravare soprattutto su lavoratori dipendenti e pensionati, mentre si chiede una maggiore equità, anche attraverso strumenti come la tassazione degli extraprofitti e interventi redistributivi più incisivi. La Cgl insiste sull’indicizzazione dell’Irpef per neutralizzare il drenaggio fiscale. Le tre sigle vedono nel percorso di riduzione del deficit un rischio concreto: comprimere gli spazi per politiche di crescita, con effetti negativi su occupazione, welfare e coesione sociale. Da qui la richiesta di politiche economiche espansive sia a livello nazionale che europeo. I sindacati concordano sul fatto che la transizione ecologica e digitale sia necessaria, ma mettono in guardia dal rischio che i costi ricadano su famiglie e lavoratori, soprattutto i più vulnerabili. La CGIL propone misure concrete: sviluppo delle rinnovabili, disaccoppiamento dal gas, sostegno contro la povertà energetica e difesa dell’occupazione. Sul ruolo dell’Europa, tutte le organizzazioni chiedono un rafforzamento della dimensione europea: politiche economiche coordinate, investimenti comuni sul modello del Next Generation EU, e il superamento o la sospensione delle regole restrittive del Patto di stabilità. L’obiettivo è sostenere crescita, occupazione e coesione sociale. Pur con accenti diversi (la CISL riconosce alcuni progressi del Dfp), emerge una valutazione comune: le misure attuali sono parziali e non adeguate alla profondità della crisi. Serve una strategia complessiva che metta al centro sviluppo sostenibile, equità sociale e partecipazione delle parti sociali.

 

 

 

 

 

 

 

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