LA PRIMA ENCICLICA

La ‘Magnifica Humanitas’ di Papa Leone: “Disarmare l’Ia e promuovere la dignità, restiamo umani. Il potere nelle mani di pochi crea nuovi schiavi”

26 Mag 2026 di Maria Cristina Carlini

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La ‘Magnifica Humanitas’ di Papa Leone: “Disarmare l’Ia e promuovere la dignità, restiamo umani. Il potere nelle mani di pochi crea nuovi schiavi”

ROBERT PREVOST PAPA LEONE XIV

 

Le res novae del nostro tempo impongono una profonda riflessione per essere interpretate e un grande sforzo per raccoglierne le sfide, scongiurando i rischi che comportano. Se ai tempi della Rerum Novarum la “questione sociale” nasceva dalla rivoluzione industriale, oggi è la rivoluzione digitale a ridefinire il rapporto tra uomo, potere, lavoro e dignità. “Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stiano trasformando il nostro mondo”. La tecnica “non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona”, ma oggi “ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo”. Nella sua prima enciclica, la “Magnifica Humanitas” Papa Leone XIV si interroga sulla portata dirompente della quarta rivoluzione industriale e,  per affrontarla e attraversarla,  il cammino che indica è quello di ripartire dall’umano.

“La Magnifica Umanità  creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”: l’incipit dell’enciclica che pone una domanda centrale: che cosa stiamo costruendo? Leone XIV ricorre a due immagini bibliche contrapposte. Da un lato la Torre di Babele, simbolo di un progetto di dominio che finisce per disumanizzare; dall’altro Gerusalemme ricostruita sotto Neemia, città edificata “pezzo per pezzo” come opera di responsabilità condivisa. Non si tratta, avverte il Papa, di una scelta sul futuro ma sul presente, perché l’intelligenza artificiale è già parte della vita quotidiana e sta trasformando linguaggi, relazioni, istituzioni e forme di potere. L’enciclica si presenta così come una nuova dottrina sociale per l’epoca dell’algoritmo. Il Papa americano mantiene esplicitamente il legame con Leone XIII: allora il tema erano i diritti dei lavoratori nell’industrializzazione; oggi la riflessione riguarda gli effetti della quarta rivoluzione industriale, molto più rapida e pervasiva delle precedenti. Al centro non ci sono le macchine ma la persona: pace, dignità, lavoro, attenzione agli ultimi, tutela della vita. “Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani”.

E’ proprio il rischio di una disumanizzazione il paradosso di questo tempo in cui “mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa”. Ed è per questo che Leone insiste sulla necessità di “disarmare l’IA”, parole che, sottolinea, sta a lui particolarmente a cuore. “Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare”, scrive Leone. “Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale”.

Il Papa allarga però il discorso oltre il piano militare, puntando il dito contro la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di pochi attori privati transnazionali. “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. È qui che nasce, secondo Leone XIV, un nuovo squilibrio globale: “Quando conoscenze e tecnologie restano concentrate nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e accesso, si crea un nuovo squilibrio”. Per questo “gli Stati e le istituzioni sovranazionali sono chiamati a garantire regole giuste e tutele efficaci”. “Non si può lasciare che pochi attori orientino da soli i processi”, avverte il Pontefice.

Il tema sociale attraversa tutta l’enciclica. Leone XIV denuncia una “nuova schiavitù” nascosta dietro l’economia digitale: il lavoro invisibile di milioni di persone impiegate nell’etichettatura dei dati, nella moderazione dei contenuti e nell’addestramento dei modelli di IA, spesso con salari minimi e condizioni precarie. A questo si aggiunge il dramma dell’estrazione delle terre rare necessarie alla produzione dei dispositivi tecnologici. “Adolescenti e bambini lavorano in condizioni pericolose nella frantumazione dei materiali da cui si ricavano le terre rare. Corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa”. L’innovazione, osserva il Papa, viene troppo spesso accolta soltanto “in funzione della riduzione dei costi e dell’aumento dei profitti”, con il rischio di sacrificare sistematicamente l’occupazione e colpire famiglie, giovani ed economie locali. Non manca neppure una riflessione autocritica sulla storia della Chiesa. “Non possiamo negare o minimizzare il ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù”, scrive Leone XIV, arrivando a chiedere “sinceramente perdono”. Un passaggio che lega le schiavitù del passato alle nuove forme di sfruttamento digitale e alle reti criminali che utilizzano piattaforme, sistemi di messaggistica e strumenti di profilazione per il traffico di esseri umani.

Infine, il Papa mette in discussione anche i parametri economici tradizionali. Dopo ottant’anni, il Pil non basta più a descrivere il benessere reale delle persone e dell’ambiente. La crescita economica, suggerisce l’enciclica, non può essere misurata solo in termini quantitativi ma deve incorporare dignità, relazioni sociali, qualità del lavoro e sostenibilità. È il tentativo di costruire una nuova grammatica etica della modernità tecnologica, nella convinzione che il vero nodo dell’intelligenza artificiale non sia la macchina in sé, ma l’idea di uomo e di società che essa finisce per riflettere.

Ieri, è stato lo stesso Papa, con una scelta senza precedenti, a presentare la sua enciclica, assieme a cardinali e massimi esperti del settore. “Ho ascoltato racconti molto preoccupati su algoritmi che possono bloccare l’accesso alla salute, all’impiego e alla sicurezza, sulla base di dati contaminati da pregiudizi e ingiustizie, e ho sentito il silenzio di coloro che non hanno voce quando vengono prese le decisioni. Decisioni che generano nuove forme di esclusione e sofferenza. Da qui ho maturato la convinzione – ha detto Leone parlando nell’Aula del Sinodo – che l’intelligenza artificiale debba essere disarmata”. Il Papa porge la mano al co-fondatore del colosso dell’IA , Anthropic, Chris Olah intervenuto in Vaticano alla presentazione della prima enciclica. Olah nel suo intervento ha chiesto la collaborazione della chiesa in materia di IA. Il Papa ha ringraziato Olah ”in modo speciale a nome della chiesa che accetta il suo invito per lavorare insieme, per ascoltare e parlare”.

Per costruire una riflessione sulla dignità umana, la responsabilità collettiva e la memoria storica, la ‘Magnifica Humanitas’  è densa di riferimenti religiosi, filosofici e culturali.  Tra le citazioni più sorprendenti compare Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien, con le parole di Gandalf sul dovere di “fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo”, richiamo alla responsabilità morale verso il futuro. Il testo richiama i grandi pensatori cristiani e classici — Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino e Platone — insieme a tutti i pontefici moderni da Papa Leone XIII e la Rerum Novarum fino a Papa Francesco, evidenziando la continuità della dottrina sociale della Chiesa. Ampio spazio è dedicato anche all’arte e alla memoria del Novecento: la Sinfonia n. 9 di Ludwig van Beethoven viene evocata come simbolo di unità universale, mentre Guernica di Pablo Picasso denuncia la disumanizzazione della guerra. Compare anche Schindler’s List di Steven Spielberg, come monito a non dimenticare le tragedie della storia. L’enciclica valorizza figure che hanno inciso sul cambiamento sociale e culturale, come Martin Luther King Jr., Nelson Mandela, Maria Montessori, Marie Curie, Madre Teresa di Calcutta e Wangari Maathai. Non mancano i riferimenti ai martiri contemporanei — Massimiliano Kolbe, Óscar Romero, François-Xavier Nguyễn Văn Thuận — e a intellettuali come Hannah Arendt, Romano Guardini, Viktor Frankl e Giorgio La Pira, citato per il suo invito a sostituire “il metodo della guerra” con “il metodo della pace”. Il documento si chiude infine con richiami alla Organizzazione delle Nazioni Unite, al Concilio Vaticano II e al Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, presentando l’enciclica come un nuovo tassello del magistero sociale contemporaneo.

La prima enciclica di Papa Leone è stata accolta da una moltitudine di commenti da parte delle forze politiche e sociali.  Secondo Padre Paolo Benanti, presidente della Commissione sull’Intelligenza artificiale per l’informazione presso la presidenza del Consiglio, “aggiunge una proposta normativa che merita di essere letta con la massima attenzione”. Lo stesso Benanti ricorda di aver “tentato nel volume La nuova logica del dominio (Laterza, 2026) di articolare una diagnosi del potere computazionale come forma contemporanea del dominio. Il punto di partenza era la provocazione di Gilles Deleuze secondo cui le società del controllo operano attraverso ‘macchine informatiche e computer’ e la domanda che ne derivava: che cosa significa il fatto che la potenza di calcolo – la capacità di raccogliere, analizzare e agire su enormi masse di dati – sia diventata la forma per eccellenza dell’esercizio del potere nel XXI secolo? La risposta che si cercava di articolare – conclude Benanti – è che il potere computazionale non è una forza avulsa dal contesto storico e sociale, ma la sua incarnazione più autentica: il modo in cui le nostre società producono, distribuiscono e contestano il dominio. L’enciclica Magnifica humanitas condivide questa diagnosi, la porta nel registro del magistero e la radica nella tradizione della dottrina sociale della Chiesa, aggiungendo alla diagnosi una proposta normativa che merita di essere letta con la massima attenzione”.

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