L'INTERVISTA

De Luca (Forum Disuguaglianze): “Il Piano casa non risolve ma aggrava le cause strutturali della crisi abitativa. Patrimonio ERP in vendita senza limiti anziché mettere in bilancio dello Stato una posta fissa per la manutenzione”

24 Lug 2026 di Giorgio Santilli

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De Luca (Forum Disuguaglianze): “Il Piano casa non risolve ma aggrava le cause strutturali della crisi abitativa. Patrimonio ERP in vendita senza limiti anziché mettere in bilancio dello Stato una posta fissa per la manutenzione”

Sabina De Luca (Forum Disuguaglianze)

“Il Piano casa è una sommatoria di misure tampone che va nella direzione sbagliata: rafforza le cause della gravissima crisi abitativa attuale anziché contribuire a risolverle”. Il giudizio, lapidario, è di Sabina De Luca, componente del gruppo di coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità, una federazione di associazioni di cittadinanza attiva presieduta da Fabrizio Barca. De Luca ha condiviso con Barca gli anni e le battaglie sulle politiche di sviluppo e coesione quando lui fu ministro del governo Monti e lei capo dipartimento.

Dottoressa De Luca, ci faccia qualche esempio di misure che vanno in direzione opposta rispetto a quel che bisognerebbe fare. Altrimenti il suo potrebbe sembrare un giudizio prevenuto.

Mi consenta, però, di fare prima un’analisi della crisi abitativa, con un riferimento a connotazioni che aggravano particolarmente questa crisi in Italia.

Prego.

In Italia i fattori che aggravano la crisi abitativa sono la crescita della povertà, gli alti costi degli alloggi, la scarsità di edilizia residenziale pubblica. Tre milioni e mezzo di persone spendono una quota eccessiva del proprio reddito, superiore al 40%, per avere una casa e molti non trovano soluzioni accessibili, soprattutto studenti, giovani e famiglie vulnerabili. In questo contesto, il Piano casa è totalmente privo di una strategia che possa alleggerire questi dati negativi. Per spiegarlo prenderò quella che secondo noi è la priorità assoluta: una politica dell’abitare in Italia non può prescindere dalla crescita quantitativamente significativa e dal mantenimento in condizioni accettabili del patrimonio di edilizia residenziale pubblica che attualmente rappresenta il 3,5% del patrimonio edilizio totale mentre nei Paesi del Nord supera il 20%. Il Piano casa cosa fa su questo punto?

Cosa fa e cosa non fa?

Il Piano casa consente addirittura la vendita dell’attuale patrimonio di ERP ed ecco che andiamo in direzione opposta a quel che si dovrebbe fare, cioè ricostituire quel patrimonio. Si privatizza il Welfare abitativo, come d’altra parte fa anche chiaramente il cosiddetto terzo pilastro. Ma restiamo al primo pilastro: cosa dovrebbe fare prioritariamente? Dovrebbe smetterla con l’ipocrisia che la manutenzione possa essere finanziata da canoni bassissimi e dovrebbe invece prevedere una posta fissa nel bilancio dello Stato per garantire una spesa continua nel tempo per il mantenimento del patrimonio ERP attuale. Lo Stato deve farsi carico di questo bisogno e non mi si venga a dire che non ci sono le risorse pubbliche perché il congelamento di 13 miliardi per il Ponte sullo Stretto nel bilancio dello Stato è stato possibile. Nel decreto legge sul Piano casa, invece, non ci hanno messo un euro che non fossero quei 970 milioni già stanziati da tempo che sono una risorsa emergenziale e dovrebbero rendere agibili 60mila alloggi quando tutti sanno che le risorse non sono sufficienti e che ci sono in attesa di un alloggio 350mila famiglie. Questo vuol dire fondare una politica? È un tentativo, destinato al fallimento, di metterci solo una pezza. Questa è la cruda realtà.

Veniamo al secondo pilastro: il Fondo Hosuing Coesione gestito da Invimit. L’obiettivo è convogliare sul fondo le risorse dei programmi di coesione, anche quelle riprogrammate proprio verso l’housing. Le sembra un percorso realistico?

Sabina De Luca con Fabrizio Barca

Faccio fatica a vedere un valore aggiunto per le Regioni che dovessero conferire beni o risorse dei loro programmi al Fondo. Si dovrebbe quanto meno spiegare quale sia questo valore aggiunto.

Le Regioni potrebbero essere incentivate a destinare quote di risorse dei loro programmi al Fondo Housing Coesione quando, a fine anno, saranno chiamate a raggiungere obiettivi di impegni e di spesa?

Può darsi che questo meccanismo scatti, sì. Conosco bene la logica dell’utilizzo a ogni costo dei fondi di coesione per rispettare le scadenze previste e conosco anche gli artifizi cui si fa ricorso per rendere la spesa rendicontabile. Uno di questi è proprio il trasferimento dei soldi dei programmi nei fondi finanziari o a incentivi. Una volta rendicontata quella spesa, però, i soldi conferiti marciano nei fondi e chi controlla che sia raggiunto nei tempi previsti l’obiettivo che nel nostro caso è la realizzazione di alloggi per alleviare la crisi abitativa?

Della terza gamba che dice?

Anche qui la scelta è l’esclusione delle cooperative e di tutti i soggetti che hanno fatto housing sociale nel tempo per imporre un favor nei confronti dei grandi investitori, le deroghe urbanistiche che sottraggono ulteriormente risorse ai Comuni, le cosiddette semplificazioni. Le sembra una politica abitativa?  A mio modo di vedere, una politica abitativa dovrebbe fronteggiare la speculazione e la finanziarizzazione della casa e delle città, il fenomeno che sta sottraendo patrimonio abitativo alla residenzialità di lungo termine, sia quella che ha bisogno del sostegno pubblico per accedervi sia quella che potrebbe accedervi con il proprio reddito, ma non trova case in affitto accessibili. C’è anche il 70-30 che secondo molti non sarebbe sostenibile e peggiora ulteriormente la debolissima attitudine a contribuire ad ampliare l’offerta dell’edilizia convenzionata. Salvo approvare un emendamento che sottrae da questo calcolo e quindi liberalizza totalmente l’edilizia commerciale e speculativa ricompresa nei programmi integrati. Inoltre, per questa edilizia convenzionata non c’è un limite alla vendita e non viene fissato un rapporto fra quanto dovrebbe essere messo in vendita e quanto in affitto a canoni sostenibili.

Infine, ci sono le gestioni commissariali.

Sì, c’è l’idea che tu metti lì un soggetto lautamente pagato e quello ti risolve le criticità strutturali che neanche sappiamo riconoscere? Se serve il commissario siamo ancora nella logica dell’emergenza. Questo piano è nella logica dell’emergenza, altro che fondare politiche sociali o industriali dell’abitare.

Cosa bisognerebbe fare?

Riconoscere le cause strutturali del problema, come detto, e operare nella direzione giusta per risolverle. Se non lavoriamo sulla capacità delle istituzioni pubbliche di dare risposte alle necessità, se non variamo un programma vero pluriennale per l’abitare, se non troviamo le risorse per finanziarlo, se non adeguiamo le strutture pubbliche con competenze, capacità e professionalità, dove pensiamo di andare? Anche la storia del partenariato fra pubblico e privato non c’è, non esiste. E sa perché? Perché il pubblico ha perso la capacità di fare regia.

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