IL PASSAGGIO ALLA FASE DELL'ATTUAZIONE
Squitieri e Scalera provano a dare un’anima a pezzi del Piano casa (coinvolgendo gli esclusi), ma una politica dell’abitare per ora non c’è
La posta in gioco di queste settimane è un passaggio che i due principali attori del Piano già sulla scena stanno interpretando al meglio: passare dalla fase uno dello scontro fra “pro e contro”, dei Bignamini sui contenuti del DL 66 e degli slogan politici sulla flessibilità che non è arrivata alla fase due dell’attuazione “carne e sangue” che si fa coinvolgendo i soggetti qualificati del Paese reale lasciati fuori dal Piano: Regioni, Comuni, Demanio, enti del terzo settore, fondazioni bancarie, imprese di costruzioni, società immobiliari grandi e piccole, cooperative, sindacati degli inquilini.

Felice Squitieri (a sinistra), commissario ERP del Piano casa, e Stefano Scalera, amministratore delegato di Invimit Sgr
Per molti osservatori il Piano casa sembra un’opera mitologica scolpita nella pietra e senza tempo. Eppure, la vera posta in gioco in queste settimane è proprio la variabile tempo, un passaggio cruciale di fase che al momento mostrano di aver capito bene solo i due principali attori sulla scena: il commissario ERP Felice Squitieri e l’amministratore delegato di Invimit Sgr Stefano Scalera, rispettivamente titolari del primo e del secondo pilastro del Piano. Il passaggio non facile da compiere oggi è in due atti: il primo è chiudere rapidamente la fase uno, con le polemiche “pro o contro” il Piano, con le rivendicazioni e le manifestazioni di bandiera, con le parole al vento come se la fase modificativa parlamentare non fosse finita da un pezzo, con i Bignamini informativi sui contenuti bla bla bla del DL 66 che ancora spiegano i tre pilastri di cui si parla da quattro mesi, con gli slogan immobili di una politica che non ha inciso, allargato, “reso flessibile” come prometteva; il secondo è aprire la fase due, la fase dell’attuazione “carne e sangue” che comporta rimboccarsi le maniche, girare l’Italia per capire come e dove operare, recuperare il senso di una realtà fatta di tanti soggetti economici e sociali, stendere ponti per allargare e includere chi è stato escluso dal disegno politico iniziale, monco, per mettere a terra progetti il più possibile condivisi per realizzare e recuperare alloggi.
Il momento chiave di questa attuazione “carne e sangue” è proprio coinvolgere subito e davvero (non con allusioni ma con proposte concrete) i tantissimi soggetti del Paese reale fortemente qualificati a intervenire nei progetti e nelle gestioni abitative e lasciati fuori dal Piano del governo: Regioni, Comuni, Agenzia del Demanio, enti del terzo settore, fondazioni bancarie, società immobiliari grandi e piccole, imprese di costruzioni, cooperative, sindacati degli inquilini. Perfino le aziende ex-IACP, che pure sono uno dei perni del Piano, chiedono realismo e sostenibilità che rischiano di andare per aria.
Tutti soggetti che, per ragioni diverse, dovrebbero essere a pieno titolo al centro della scena del Piano casa e non fuori. Senza questo lavoro corale (e politico) che coinvolga il Paese reale non ci sarà nessuna politica industriale dell’abitare né si sfrutteranno le premesse poste dall’ambizioso Piano europeo dell’Affordable Housing. Una politica abitativa indirizza e mette fondi, ma soprattutto lega, chiama a raccolta, chiede partecipazione e proposte, spinge là dove sul territorio esistono già iniziative.
Senza questo sforzo corale, il Piano casa avvierà al più alcune singole iniziative di questo o quel pilastro. Senza le Regioni in Italia non ci sono politiche abitative. Senza le imprese non ci sono politiche industriali. Senza il Demanio non ci sono né valorizzazioni di immobili pubblici. Senza cooperative ed enti del terzo settore non c’è gestione sociale degli alloggi. Senza Comuni non ci sono convenzioni da firmare né operazioni di rigenerazione urbana da avviare. Senza le imprese non c’è PPP che tenga. Senza progetti di qualità non ci sarà intervento di rigenerazione urbana. Senza il coinvolgimento di chi le case deve abitarle non c’è politica abitativa. Forse speculazione, forse un buco nell’acqua, forse pezzi singoli di un piano che potranno avere attuazioni parziali.
Qualcuno sta dando questa anima al Piano casa?
Squitieri e Scalera hanno perfettamente capito questa esigenza e hanno messo in moto qualcosa. Fin dove arriverà questo qualcosa è tutto da vedere. Hanno però capito che per far marciare il Piano casa c’è bisogno di gambe ed è necessario costruire ponti e includere.
L’amministratore delegato di Invimit è stato il primo a lanciare l’offensiva diplomatica: è andato in giro per convegni, dalle cooperative, dalle società di ingegneria, ha riconosciuto un ruolo decisivo alle aziende ex-Iacp anche nel secondo pilastro, ha spinto sulle imprese private che possono proporre o partecipare a operazione di partenariato pubblico-privato, ha alzato il telefono e ha chiamato l’assessore alla Casa della Regione Emilia-Romagna per rispondere alle critiche con una disponibilità a valutare progetti condivisi e valutare se c’è la volontà di lavorare insieme. La risposta, almeno preliminare, è stata positiva. L’esperimento viene ripetuto in altre Regioni.
Vero è che lo stesso decreto legge gli affida il compito di “convincere” Regioni, comuni ed enti pubblici a partecipare al suo Fondo Housing Coesione, ma Scalera ha fatto di più. Ha spiegato che gli enti locali, anche senza mettere un euro o un bene immobile, possono partecipare dichiarando “di interesse pubblico” un progetto costruito da loro o da loro partner privati su aree e immobili pubblici (o anche privati). Ha allargato molto il ventaglio delle possibilità, non senza un richiamo etico. Perché quel paletto che ha chiamato “interesse pubblico” può essere anche una barriera a proposte speculative.
Allargare, allargare, allargare. Raccogliere a chiamata. Mostrare la faccia buona e dialogante del Piano casa dopo tante polemiche, norme covate nell’ombra, passaggi parlamentari che non hanno aperto in nulla se non consentire ai grandi fondi del terzo pilastro di realizzare, oltre che case, centri commerciali e siti produttivi ottimi per aumentare la redditività degli investimenti.
Non è chiaro se il tentativo di Scalera riuscirà. E’ prematuro dirlo, proprio perché l’obiettivo non è lanciare ramoscelli d’ultivo, ma dimostrare che il Piano casa può rendere effettivamente sostenibili sul piano economico e sociale progetti messi a punto dagli enti locali. Solo con questo percorso, con questo coinvolgimento si produce una politica pubblica dell’abitare. Solo con questo percorso, Scalera porterà a casa il risultato di cui il governo gli chiederà conto fra non molti mesi.
L’esordio del commissario all’ERP, Felice Squitieri, alla Conferenza nazionale degli Ordini degli Architetti, non ha avuto un segno diverso. Anche lui ha ricordato che il suo mandato è limitato a 18 mesi e bisogna correre. Squitieri – parlando del PPP del dopo-prelazione – ha indicato come modello un “PPP a traino pubblico” centrato su progetti messi a punto da strutture pubbliche che lo possano fare (non sono molte), citando esplicitamente l’Agenzia del Demanio: un altro soggetto che dovrebbe essere portante per qualunque politica finalizzata a recuperare immobili pubblici a fini abitativi e che invece il decreto legge 66 incredibilmente ignora.
Anche qui si può dire che sia il decreto legge 66 ad affidare al commissario ERP il compito di coinvolgere – mediante l’azione di ricognizione e selezione di immobili delle amministrazioni e degli enti pubblici da destinare a ERS – soggetti come l’Agenzia del Demanio all’interno del Piano casa. E si può anche immaginare che Squitieri abbia voluto lanciare segnali di disponibilità preparando un lavoro, tutt’altro che facile, di coinvolgere questi enti per chiedere loro di mettere a disposizione i propri beni immobili.
Fatto sta che Squitieri non ci ha girato per niente intorno ed è invece andato dritto al cuore della questione. Ha ipotizzato per il Demanio un compito che va oltre il dettato legislativo: fare da traino a nuove forme di partenariato pubblico-privato, valorizzando anche il lavoro, davvero straordinario, che la direttrice Alessandra dal Verme ha compiuto in questi ultimi anni mettendo l’attività di progettazione e la struttura di progettazione (affidata a Fabrizio Tucci) al centro dell’azione del Demanio.
Anche qui non c’è niente di scontato, costruire ponti non è facile e le relazioni istituzionali fra enti che lavorano sugli stessi territori non sempre sono semplici. Ma la volontà di Squitieri di coinvolgere e allargare è confermata dal modello del “PPP a traino pubblico” che vuole dare stimoli anche agli enti locali. Non è un terreno diverso da quello su cui si muove Scalera. Il compito che si sono dati è rivitalizzare un tessuto locale poco attivo e poco fiducioso sulla volontà dello Stato di sostenere e aiutare le politiche locali e regionali. Solo da lì può partire l’attuazione del Piano.