SINDACATO E DIRITTO ALL'ABITARE
Cgil: servono 600mila alloggi in più, il piano è inadeguato. Pronti alla mobilitazione d’autunno
La Cgil smonta il Piano Casa del Governo e rilancia l’iniziativa sulle politiche dell’abitare, ponendole al centro di una mobilitazione sia a livello territoriale che nazionale. Un tema, quello della casa, strettamente legato alle altre grandi emergenze del Paese dal salario alla sanità. La confederazione ha presentato una piattaforma individuando 20 misure prioritarie.

MAURIZIO LANDINI SINDACALISTA CGIL
IN SINTESI
In casa Cgil si parla già di “autunno caldo” e nella stagione di mobilitazione il tema della casa assurge a pieno titolo tra le priorità da rivendicare. Se la bocciatura senza appello al Piano Casa del Governo era ampiamente attesa e anche scontata, il dato politico più rilevante emerso ieri dall’assemblea dei delegati che la confederazione di Corso Italia ha dedicato al diritto all’abitare, è stata proprio la centralità che il tema riveste nell’agenda quale importante tassello di una nuova visione per una politica di sviluppo del Paese, alternativa alle politiche messe in campo in questi anni di governo di centrodestra. Salari, lavoro, politiche industriali, sanità, appalti e, dunque, anche la casa: tutto si tiene, tutto è strettamente interconnesso per la Cgil, pronta scendere in campo sui territori e con una manifestazione nazionale a ottobre a sostegno delle due leggi di iniziativa popolare su sanità e appalti che potrebbe allargarsi a tutti gli altri temi. Quella presentata ieri dalla Cgil è, dunque, una vera e propria piattaforma dal titolo ‘Casa e abitare’ – e non un semplice documento, come ha puntualizzato nella sua relazione la segretaria confederale Daniela Barbaresi – articolato in venti punti per “proporre un radicale cambio di paradigma, fondato sulla certezza del diritto, sul forte rilancio della regia pubblica e sull’integrazione tra politiche abitative, rigenerazione del tessuto sociale e transizione ecologica”.
‘Il Piano favorisce la rendita immobiliare e preoccupa la gestione commissariale”
Nel mirino della Cgil, come si è accennato, c’è il Piano Casa governativo. Non hanno risparmiato critiche i rappresentanti della confederazione e delle federazioni di categoria intervenuti, la Fp Cgil, Fillea, Sunia, Filt, Spi e il Social Forum Abitare. Se c’è una cosa che il Governo ha centrato, annunciando 100 mila alloggi in 10 anni e risorse per 10 miliardi, è il messaggio “efficace e suggestivo”. Ma niente di più perché dalla lettura del decreto emerge un quadro tutt’altro che rassicurante: di “un piano deludente, tardivo, inadeguato, affidato prevalentemente al mercato privato senza ripari da logiche speculative e senza reali risorse aggiuntive”. Per la Cgil, il piano rappresenta “la svendita del patrimonio di edilizia pubblica”, favorisce “l’apertura alla rendita immobiliare” e segna “la definitiva abdicazione dello Stato al proprio ruolo di garanzia dei diritti sociali”. L’impianto del provvedimento affida di fatto al mercato e ai grandi operatori privati, anche internazionali, il compito di risolvere il disagio abitativo, senza riconoscere il diritto alla casa come una prestazione realmente esigibile. Al di là degli annunci, denuncia la Cgil, manca una strategia complessiva: il Piano si concentra quasi esclusivamente sulla dimensione edilizia, senza accompagnarla con gli strumenti normativi ritenuti indispensabili. Tra le lacune vengono indicate l’assenza di una legge quadro sulle locazioni brevi, di una disciplina organica sull’Edilizia Residenziale Sociale che ne definisca chiaramente la funzione sociale e di una riforma degli ex Iacp che ne stabilisca natura, competenze e criteri di gestione. Uno dei punti più contestati riguarda il patrimonio di edilizia residenziale pubblica. Se da un lato il Piano prevede il recupero di alloggi ERP e di immobili destinati all’edilizia sociale, dall’altro introduce la possibilità di vendere una parte delle case popolari. Una scelta che, secondo la confederazione, “prefigura un nuovo piano di dismissioni del patrimonio pubblico”, già fortemente ridimensionato negli anni, senza peraltro prevedere l’obbligo di reinvestire integralmente i proventi nella costruzione di nuovi alloggi popolari.
Al centro delle critiche c’è anche e soprattutto il capitolo delle risorse economiche. I finanziamenti certi, viene osservato, ammontano a circa 970 milioni di euro distribuiti fino al 2030, di cui appena 116 milioni disponibili nel 2026. Risorse considerate “assolutamente insufficienti e inadeguate”, anche perché in larga parte già previste dalle precedenti leggi di bilancio, mentre ulteriori fondi deriverebbero dalla riallocazione di risorse sottratte ad altri obiettivi, come la rigenerazione urbana e il contrasto alla povertà energetica. Viene inoltre contestata l’assenza di nuovi stanziamenti per il Fondo di sostegno all’affitto e per quello destinato alla morosità incolpevole. Il primo, ricordano i critici, è privo di finanziamenti da tre anni, mentre il secondo dispone di risorse giudicate del tutto insufficienti. Si tratta di strumenti ritenuti fondamentali per alleggerire il peso dei canoni sulle famiglie e prevenire situazioni di sfratto intervenendo prima che il disagio economico si trasformi in emergenza abitativa. Particolare preoccupazione suscita anche il disegno di legge S.1774, attualmente all’esame del Senato, che punta ad accelerare le procedure di esecuzione degli sfratti, anche nei casi di scadenza del contratto o di morosità. Il provvedimento riflette “una logica punitiva, se non addirittura persecutoria, nei confronti delle famiglie in difficoltà”, anziché rafforzare gli strumenti di prevenzione e sostegno.
Dura la critica anche alle gestioni commissariali con ampi poteri di deroga ai piani urbanistici, alla programmazione territoriale e alle competenze degli enti locali. Una scelta che potrebbe favorire interventi edilizi ad alto impatto, privi di adeguati servizi e caratterizzati da forti rischi speculativi. Le semplificazioni procedurali, le deroghe urbanistiche e le premialità previste per i grandi investimenti vengono considerate un ulteriore tassello di un processo di deregolamentazione del settore edilizio che, avvertono, rischia di compromettere sia l’equilibrio urbano sia il rispetto della legalità.
Pesanti bordate al Piano Casa sono arrivate dal segretario generale della Cgil Maurizio Landini. A suo giudizio, l’esecutivo riconosce l’esistenza di un bisogno reale ma sceglie di rispondervi “dentro un modello che rafforza ulteriormente il mercato, la privatizzazione e la speculazione”, senza mettere in discussione le dinamiche economiche che hanno alimentato la crisi. Il provvedimento finisce così per favorire gli interessi dei grandi operatori immobiliari. “Stanno pensando di dare una risposta a un bisogno reale, ma l’obiettivo non è garantire un diritto universale: è rafforzare il mercato”, ha affermato, sostenendo che il Piano crea nuove opportunità di profitto anziché nuove tutele. Landini ha quindi chiamato in causa anche una parte del mondo delle imprese, osservando come il sostegno al Piano Casa risponda soprattutto a esigenze produttive. “Molte aziende oggi non trovano lavoratori perché chi lavora non riesce più a permettersi una casa nei territori dove le imprese operano”, ha spiegato. La soluzione individuata, ha aggiunto, non sarebbe quella di aumentare i salari o ridurre il costo degli affitti, ma di costruire nuovi alloggi funzionali alle necessità del sistema produttivo.
Per il leader della Cgil, il disagio abitativo ha invece origini ben più profonde. Salari bassi, precarietà, caro affitti e progressivo ridimensionamento dei servizi pubblici rappresentano, secondo la sua analisi, le vere cause dell’emergenza. “Si interviene sugli effetti, ma non sulle cause che hanno prodotto questa situazione”, ha osservato.Da qui la critica al ruolo dello Stato: il Governo continua a ridurre l’intervento pubblico, affidando al mercato la risposta a un diritto fondamentale come quello all’abitare. “Il pubblico arretra, il sociale perde peso e avanzano la rendita e la speculazione”, ha detto, denunciando un modello che considera il mercato l’unico strumento capace di rispondere ai bisogni sociali. Ma il punto è che il Piano Casa non rappresenta un intervento isolato ma si inserisce in una visione più ampia, orientata alla deregolamentazione e alla riduzione dei vincoli pubblici. “Si lascia che siano gli interessi privati a orientare lo sviluppo urbano”, ha affermato, ribadendo che “il diritto all’abitare non può essere affidato alle sole dinamiche del mercato”. A un anno dalle elezioni, un piano coì concepito ha tutto il sapore di “una marchetta elettorale”, ha concluso, “una risposta che continua a favorire il mercato e la rendita invece di garantire davvero il diritto alla casa”. Di qui la chiamata alla mobilitazione, dalle vertenze sui territori a un livello nazionale in autunno.
Le priorità della piattaforma della Cgil, 350 mila case per l’Erp
Al disagio abitativo, invece, bisogna rispondere “con urgenza con nuove politiche per la casa da inquadrare nell’ambito di quelle più complessive di coesione, inclusione sociale e sostenibilità”. La proposta è quella di un piano coordinato tra Stato ed enti locali, fondato su maggiori investimenti pubblici, strumenti fiscali e normativi adeguati, rigenerazione urbana, recupero del patrimonio esistente per limitare il consumo di suolo e migliorare l’efficienza energetica, insieme a una diversa politica degli affitti e a un contrasto più efficace alla speculazione e all’economia sommersa. La casa, in questa visione, deve essere considerata “un’infrastruttura sociale indispensabile”, da collocare al centro dei processi di rigenerazione urbana, soprattutto nelle aree metropolitane dove l’emergenza abitativa è più acuta.
Il primo obiettivo è il riconoscimento dell’abitare come diritto fondamentale, al pari della salute, dell’istruzione e del lavoro, inserendo il servizio abitativo destinato alle persone in condizioni di fragilità economica tra i Livelli essenziali delle prestazioni sociali (Leps), da garantire uniformemente su tutto il territorio nazionale. Sul fronte del sostegno alle famiglie si chiede il rifinanziamento del Fondo per il sostegno all’affitto e del Fondo per la morosità incolpevole con almeno 900 milioni di euro, insieme a misure per contenere i canoni di locazione nel mercato privato e a una revisione del regime fiscale per favorire il canone concordato, i contratti di lunga durata e quelli dedicati agli studenti, penalizzati dalla diffusione degli affitti brevi.
Grande attenzione viene riservata all’aumento dell’offerta di alloggi pubblici e sociali. La proposta è quella di un programma pluriennale capace di incrementare il patrimonio abitativo di circa 600 mila unità, di cui almeno 350 mila di edilizia residenziale pubblica, attraverso nuove costruzioni ma soprattutto il recupero e la riqualificazione del patrimonio esistente e degli immobili pubblici inutilizzati. In quest’ottica si chiede di fermare le dismissioni e le privatizzazioni del patrimonio pubblico, recuperando caserme, aree ferroviarie e altri immobili dismessi, oltre a valorizzare i beni confiscati alla criminalità organizzata destinandoli a finalità sociali e abitative. Tra le priorità figura anche una riforma degli ex Iacp, attraverso una legge quadro nazionale che definisca in modo omogeneo natura, funzioni e modalità di gestione degli enti che amministrano il patrimonio di edilizia residenziale pubblica.
La riqualificazione del patrimonio edilizio viene indicata come un altro pilastro della strategia, con interventi finalizzati a migliorare efficienza energetica, sicurezza e qualità degli edifici, rendendo strutturali gli incentivi fiscali per la riqualificazione e rafforzando le misure contro la povertà energetica e il caro bollette. Tra le misure proposte rientra anche il potenziamento delle residenze universitarie pubbliche e del Fondo per gli studenti fuori sede, per garantire il diritto allo studio, insieme a una disciplina nazionale sulle locazioni brevi che attribuisca ai Comuni maggiori poteri di regolamentazione, consentendo di fissare limiti, differenziazioni territoriali e vincoli temporali per contenere gli effetti sul mercato residenziale.
La proposta guarda inoltre a un modello di città più inclusivo e sostenibile, attraverso programmi di rigenerazione urbana, il monitoraggio degli interventi finanziati dal Pnrr e una pianificazione che integri le politiche abitative con i servizi di prossimità, in particolare quelli socioassistenziali. L’obiettivo è favorire la permanenza a domicilio delle persone anziane e con disabilità, eliminare le barriere architettoniche e promuovere soluzioni di cohousing per rafforzare autonomia e inclusione sociale.
Tra gli altri interventi figurano una progettazione urbana più attenta alla prospettiva di genere, politiche dedicate sia alle aree metropolitane sia alle aree interne per contrastare spopolamento e disuguaglianze territoriali, il rafforzamento della governance nazionale attraverso una struttura di coordinamento dedicata e la piena operatività dell’Osservatorio nazionale della condizione abitativa (Osca), oltre alla promozione delle Agenzie per l’Abitare. Infine, la piattaforma propone una maggiore integrazione tra edilizia residenziale pubblica ed edilizia residenziale sociale, attraverso la collaborazione tra istituzioni, imprese, cooperative e Terzo settore sotto una regia pubblica, affiancata da una politica industriale a sostegno della riconversione verde del settore delle costruzioni, da investimenti nella formazione e nell’occupazione legati alle nuove tecniche costruttive e dal pieno allineamento agli obiettivi del Piano Casa europeo, con l’obiettivo di aumentare l’offerta di alloggi accessibili e rafforzare il diritto all’abitare come pilastro del welfare.
Dalla Ue è arrivata la voce di Irene Tinagli, intevenuta in video collegamento, che ha espresso un giudizio critico, pur riconoscendo il merito di aver riportato l’emergenza abitativa al centro del dibattito pubblico. “Sono stata molto critica sul Piano Casa nazionale, pur essendo contenta che si sia raccolto l’appello sull’emergenza: non basta fare qualsiasi cosa, servono misure nella giusta direzione”, ha affermato la presidente della Commissione speciale del Parlamento europeo sulla crisi abitativa. Secondo Tinagli, il provvedimento non affronta i nodi principali della crisi, a partire dall’accessibilità economica degli alloggi, dal rafforzamento dell’edilizia residenziale pubblica e dall’equilibrio nel coinvolgimento dei soggetti privati. “La politica abitativa pubblica non viene realmente affrontata; anzi, viene affrontata attraverso le dismissioni, con il rischio di ridurre ulteriormente uno stock già molto limitato”, ha osservato.
La presidente della commissione europea ha inoltre messo in guardia dal rischio di affidare la risposta abitativa ai grandi operatori finanziari. “Le agevolazioni dovrebbero andare a chi offre soluzioni concrete e durature sui territori, come cooperative e imprese sociali, non a fondi che possono entrare oggi e vendere domani”, ha sottolineato, distinguendo tra privato orientato all’impatto sociale e investitori interessati principalmente alla redditività. Per Tinagli, la crisi abitativa nasce anche da un errore di fondo: considerare la casa un bene di mercato come gli altri. “La casa non è un bene di consumo qualsiasi: è un bene essenziale, la base sulla quale le persone costruiscono il proprio progetto di vita”, ha spiegato, evidenziando come l’aumento dei prezzi e degli affitti stia limitando opportunità lavorative, formative e familiari in molte città europee. L’analisi sviluppata a livello europeo mostra, secondo Tinagli, che la pressione abitativa è il risultato di una trasformazione della domanda: accanto alla residenza tradizionale sono cresciuti gli usi turistici, la mobilità di studenti e lavoratori e la domanda immobiliare come investimento. “Abbiamo visto crescere una domanda di casa come puro asset di investimento”, ha osservato, richiamando il peso crescente dei grandi fondi immobiliari.
Per affrontare il problema serve quindi un equilibrio tra mercato, intervento pubblico e iniziativa sociale. Tinagli ha ricordato che i territori che hanno resistito meglio alla crisi sono quelli che hanno mantenuto politiche abitative pubbliche solide e valorizzato il ruolo di cooperative e imprese sociali. “Non tutto il privato è uguale: esistono soggetti che puntano a generare impatto sociale e non solo profitto”, ha affermato. Sul fronte europeo, la presidente della commissione ha indicato tre direttrici: più risorse per le politiche abitative pubbliche, sostegno a nuovi modelli di edilizia sociale e una maggiore regolazione dei fenomeni che hanno alterato il mercato, a partire dagli affitti brevi. “Regolare non significa bloccare il mercato, ma evitare che un bene essenziale finisca in balia di dinamiche speculative”, ha spiegato, chiedendo strumenti più efficaci per Comuni e Regioni. In conclusione, Tinagli ha ribadito che la crisi abitativa richiede un cambio di modello e non solo interventi emergenziali. “Non c’è una ricetta unica, ma una direzione chiara: rafforzare le politiche pubbliche, coinvolgere i soggetti giusti e correggere quei meccanismi che hanno contribuito a creare il problema”, ha concluso.